Home » Zapping Parade » Il ritorno dei Finley: «Contemporanei come lo spazio»

Il ritorno dei Finley: «Contemporanei come lo spazio»

Direttamente dallo spazio, andata e ritorno in quattro anni. È il periodo di gestazione di Armstrong, il nuovo album dei Finley in uscita domani e che presenteranno alla Mondadori di piazza Duomo alle 18.00. «Sono tanti pezzi della nostra vita, non solo frammenti lunari», esordisce nella nostra chiacchierata Pedro, al secolo Marco Pedretti, voce e leader del gruppo.

Marco, come siete finiti sulla Luna?

«È stato un percorso lungo: questo disco ha compiuto i suoi primi passi nel 2014, dopo che nel 2013 aveva avuto inizio il nostro percorso radiofonico (prima a Kiss Kiss e poi a Montecarlo, ndr). Abbiamo scelto di prenderci i nostri tempi pur in un contesto musicale che sfiora l’isteria. E anche i più grandi sono vittime di questa logica».

Come te lo spieghi?

«Sono tanti i fattori che hanno portato a fagocitare musica, soprattutto la crisi del mercato con i numeri che si assottigliavano di pari passo all’aumento del numero delle pubblicazioni. Poi sicuramente i social network contribuiscono alla necessità di dover essere sempre presenti. Magari ci sono artisti in grado di stare sempre sul pezzo: noi, dopo i primi cinque dischi e dieci anni di carriera, volevamo prenderci una pausa, volevamo viaggiare e crescere anche come esseri umani. E ci vuole tempo».

Intanto è arrivata anche la radio.

«Si dice sempre che gli uomini non possano essere multitasking, ma sfatiamo questo mito. All’inizio ero un po’ restio, poi su sollecitazioni di chi ci ha fortemente voluto e dopo qualche input intra band mi sono convinto e abbiamo deciso di creare un format che poi è stato di successo. È strano preparare un’intervista per un altro artista, ma è interessante come esperienza e sappiamo quali domande possono tediarlo».

Ad esempio?

«Ad esempio quelle che mi stai facendo tu (ride, ndr)… In realtà ogni artista non vede l’ora di raccontare le novità del proprio lavoro. Noi abbiamo cercato in ogni aspetto di rendere più contemporanea la nostra musica. Siamo una band pop rock che, però, voleva dare una connotazione 2017 creando qualcosa che fosse davvero moderno. Abbinandoci il mondo spaziale, l’elettronica è diventata protagonista ma non fine a se stessa. Insomma, siamo felici di quello che abbiamo tirato fuori».

Domani Armstrong si svela a Milano, la vostra città. Come vedi il suo futuro?

«Vedo una città dinamica, che costa troppo ma che dà servizi che in altre città non esistono. Non è facile da vivere, ma ti dà possibilità come nessuna dal punto di vista musicale: per un apppassionato come me ci sono eventi di qualsiasi genere. È una finestra sul mondo totalmente diversa, ad esempio, da Roma».

Il più bel locale in cui avete suonato?

«L’Alcatraz. Anche per al Fabrique non abbiamo ancora avuto modo di farlo. Ma il mio locale del cuore è il Rolling Stone».

Come mai, secondo te, non esistono più locali così?

«Credo sia un cambiamento molto generazionale. Questi locali hanno cominciato ad andare in crisi dieci anni fa, un momento complicato per la musica dal vivo. Mentre adesso devo dire che la musica dal vivo è il pilastro e la colonna su cui si aggrappa tutto il movimento».

E il posto migliore in cui ascoltare musica a Milano?

«Il posto migliore a Milano non è proprio a Milano, ma è senza dubbio il Live Club di Trezzo sull’Adda. E non dimentico il Land of Freedom di Legnano, che ci ha visti nascere e dal quale ripartiremo il primo dicembre».