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Piazza Fontana: mezzo secolo di silenzio

Ci sono date in Italia che non sono come le altre: il 12 dicembre 1969 è una di quelle. In un uggioso e freddo pomeriggio milanese la Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana è affollata e aperta come ogni venerdì oltre il normale orario di sportello per le contrattazioni del tradizionale mercato di agricoltori e allevatori. Alle 16.37 una bomba nascosta in un’elegante borsa nera piazzata sotto il grande tavolo al centro della sala circolare, “la rotonda” come la chiamano impiegati e clienti, esplode, uccidendo 12 persone (poi salite a 17) e ferendone più di ottanta, dando il via a uno dei periodi più bui del nostro Paese.

PROCESSO SENZA FINE • Le indagini si orientano inizialmente verso la pista anarchica e portano all’arresto e all’incriminazione di Pietro Valpreda, poi si vira verso la matrice nera. Al termine di un iter processuale durato 35 anni, con sette processi in varie città, tutti gli accusati dell’eccidio saranno sempre assolti, alcuni verranno condannati per altre stragi, altri godranno della prescrizione evitando la pena. Nel 2005 la Cassazione conclude, sostenendo che la strage di piazza Fontana fu realizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo, capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura», non più, però, processabili in quanto «irrevocabilmente assolti dalla Corte d’assise d’appello di Bari» per questo stesso reato. Al termine del processo, ai parenti delle vittime vengono pure addebitate le spese processuali.

GLI EVENTI • Tanti domani gli appuntamenti per non dimenticare: alle 15.45 partirà un corteo da piazza della Scala a piazza Fontana, dove saranno deposte corone di fiori e ci saranno gli interventi, tra gli altri, del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, di Carlo Arnoldi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime di piazza Fontana, e della presidente nazionale dell’Anpi, Carla Nespolo. Alle 20.00, poi, a Palazzo Castiglioni un concerto nel 48esimo anniversario della strage con il Coro da camera Hebel.

Mezzo secolo di silenzio Domani ricorrerà il 48esimo anniversario della strage di piazza Fontana
Attorno alla bomba di piazza Fontana si snodano altre storie, non meno drammatiche: quella dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi, per esempio, a sua volta legata alla morte del ferroviere Giuseppe Pinelli, anarchico e partigiano, precipitato nottetempo, il 15 dicembre 1969, da una finestra al quarto piano della Questura di Milano, dov’era trattenuto per accertamenti sulla strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Anche da questa morte sono passati 48 anni e senza ancora sapere come andarono effettivamente le cose. Di certo c’è che Pinelli, già alla fine degli anni Settanta, fu riconosciuto innocente per i fatti di piazza Fontana. Il resto è a tutt’oggi avvolto nel mistero. Venerdì prossimo, 15 dicembre, alle 21.00, al Leoncavallo in via Watteau è in programma una serata con, tra gli altri, Claudia e Silvia Pinelli, il giornalista Piero Scaramucci, Mauro Decortes del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa.

 

Fanno propaganda utilizzando i nuovi social network, fanno proselitismo nei quartieri popolari, istigano all’odio in nome di una fantomatica rivoluzione sociale. Quarantotto anni dopo la sanguinosa strage di piazza Fontana non abbiamo ancora imparato la lezione. L’estrema destra – anzi il nazifascismo, perché le cose vanno chiamate con il proprio nome – è più viva che mai. Non esistono più le bande armate come negli anni di piombo – e le organizzazioni clandestine il cui spettro aleggia dietro la mattanza del 12 dicembre 1969 – ma i nuovi fascisti si stanno organizzando con mezzi più veloci e più legali. Attraverso i movimenti ampiamente “sdoganati” dal mondo politico istituzionale, mirano a entrare in Parlamento e a conquistarsi una posizione di tutto rispetto. La loro strategia non è raffinata, ma è concreta e prevedibile: cavalcano il senso di smarrimento degli italiani piegati dalla crisi economica, si nutrono della loro insoddisfazione e frustrazione, accendono la loro rabbia come benzina sul fuoco. E allora eccoci di nuovo – come 48 anni fa – riprecipitati in un periodo storico ad alta tensione, dove uomini con il volto coperto possono permettersi di fare irruzione nella sede di un gruppo editoriale che loro considerano “nemico” per leggere un proclama contro l’informazione. Ed è così che proliferano sui social network gruppi più o meno segreti a sostegno del nazifascismo, dove i simpatizzanti e i militanti di estrema destra venerano l’immagine di Benito Mussolini e invocano Adolf Hitler in un tripudio di bandiere con croci celtiche e fascio littorio. Dove si predica la violenza, si invitano gli utenti a profanare le tombe dei deportati ad Auschwitz e a farsi giustizia da sé con l’uso delle armi. I nazifascisti sono ancora qui, come un virus in incubazione. Gli anticorpi dobbiamo essere noi.

 

Lo scrittore Giorgio Boatti a MT: «Ma era dura fare giustizia»
«Storicamente la Repubblica ha vinto» Che cosa, in particolare?

Giorgio Boatti, giornalista e scrittore, è tra le memorie più limpide di quanto accadde il 12 dicembre 1969 e nei decenni a seguire. La strage della Banca dell’Agricoltura è scandagliata nel suo libro Piazza Fontana, 12 dicembre 1969, il giorno dell’innocenza perduta e un suo contributo andrà in onda anche domani su RaiStoria proprio per una ricostruzione storica degli eventi. «Ma la Repubblica ha retto a quella sfida», racconta a Mi-Tomorrow.
Si può parlare di piazza Fontana come vero spartiacque della nostra storia? «Rappresenta l’inizio di un periodo estremamente contrastato e tragico. Ma non dobbiamo dimenticare che la Repubblica era molto forte in quegli anni». La stagione del riformismo… «Del grande riformismo italiano. Sono gli anni dell’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, della legge sul divorzio, dell’introduzione dello Statuto dei Lavoratori. E se non fosse scoppiata quella bomba, la data del 12 dicembre 1969 sarebbe passata alla storia per altro».

«Era l’autunno caldo. Si stavano firmando i contratti nazionali di metalmeccanici, chimici, bancari, al termine di una stagione di lotte sociali. Poi cambiò tutte, con vite umane considerate come materiale grezzo da buttare in pasto alla storia».

È stata dura essere obiettivi con questa storia? «Era ed è doveroso ricostruire un affresco obiettivo e leggibile. La Repubblica ha retto ad una sfida selvaggia. Storicamente abbiamo vinto, giuridicamente no».

Quanto fa male alla coscienza del Paese quella sconfitta giudiziaria?

«La giustizia si fa secondo regole da rispettare. È un campo di gioco dove la verità dev’essere provata. Qui è successo di tutto, tra uomini di servizi deviati, prove occultate, dirigenti di Polizia trasferiti nell’arco di 24 ore. Si capisce che fare giustizia in questo ambito era estremamente difficile. Ogni 12 dicembre mi chiedo sempre come stia in coscienza chi portò la borsa dentro la banca, guardò le sue vittime e uscì».

Oggi c’è un ritorno della violenza di matrice neofascista: preoccupato?
«È difficile fare paralleli storici a cinquant’anni di distanza. La situazione in atto oggi è molto insidiosa, ma non abbiamo
strumenti interpretativi adeguati per misurare questa nuova tendenza alla prevaricazione e alla violenza verbale. Serve uno scatto, bisogna uscire dall’isolamento egolatrico come ci ha suggerito l’Arcivescovo Delpini a Sant’Ambrogio».

Che cos’ha apprezzato del Discorso alla città?

«Un discorso da leader di comunità, ha citato alveari di eremiti in una casa comune, facendo una mappatura completa dei bisogni di questa Milano. Credo che siano parole in grado di interpellare ognuno di noi, ma non in maniera clericale. Ho riconosciuto a Delpini una grande leadership