Home » Sport » Luca Trentin: «Non siamo una variabile»

Luca Trentin: «Non siamo una variabile»

In attesa del 6 Nazioni al via il 3 febbraio, domenica è già tempo di epilogo per la prima fase del campionato di serie A di rugby, che vedrà, tra le altre, l’ASR scendere in campo al Curioni contro il Junior Rugby Brescia. Ma oltre a giocatori ed allenatori c’è un’altro ruolo fondamentale, imprescindibile. A volte scomodo per il corretto svolgimento di una partita. E se, nel calcio, la gettonatissima Var sta aiutando la categoria fino ad un certo punto, anche nel mondo della palla ovale l’arbitro di conferma la figura più bistrattata, spesso alibi per chi il campo non lo lascia da vincitore. Ne sa qualcosa il 29enne Luca Trentin, professione fisioterapista, arbitro di rugby dal 2008.

Luca, perché hai scelto di fare l’arbitro di rugby?
«Gli anni che ho passato a giocare sono stati bellissimi. Mi divertivo e i miei compagni di squadra erano fantastici, ma di certo non ero un campione… Dopo diversi infortuni, il presidente della squadra mi propose di partecipare ad un corso per arbitri organizzato all’interno del club. Vi partecipai quasi per scherzo: era febbraio e a marzo ero già in campo. Dopo una stagione da fischietto derogato, nonostante la nomina di capitano ad inizio anno, sentivo l’arbitraggio come una sfida, mi piaceva il fatto di poter osservare lo sviluppo del gioco al di sopra delle parti e cercare di capirne sempre di più».

Le regole del gioco sono le stesse, ma giocatori e arbitro vedono la stessa partita?
«L’arbitro non è, come si sente dire da qualche allenatore, una variabile “come la pioggia, il vento e i pali”: l’arbitro dovrebbe essere realmente parte integrante del gioco. Un arbitro fa la sua partita nel cercare di interpretare la gara e nel permettere lo sviluppo del gioco attraverso l’applicazione del regolamento. E questo è un punto di vista diverso da quello dei giocatori in campo, per i quali l’obiettivo principale è vincere».

Arbitrare fortifica il carattere?
«Spesso i giocatori ti mettono alla prova: ad alto livello si gioca anche sull’arbitro, ecco perché è importante relazionarsi sempre in maniera corretta. Si impara a lavorare anche su quello. Quando c’è un buon rapporto con i giocatori, quando ci si conosce e c’è rispetto reciproco, le partite sono molto più semplici da vivere».

Per arbitrare occorre aver giocato a rugby?
«Per come si è sviluppato il rugby negli anni in Italia, avvicinarsi alla categoria arbitrale non è più, come una volta, un percorso di fine carriera da giocatore e nemmeno un’ultima spiaggia per chi non riesce a giocare e non ha il tempo di allenare. Certamente è più facile conoscere il gioco arrivandoci da giocatore, ma ci sono molti arbitri, anche di fama internazionale, che non hanno mai provato a giocare».

Che prospettive di carriera ha un arbitro di rugby?
«Ci sono possibilità di successo, specie per le donne, come negli altri sport, purché si lavori sodo (si comincia arbitrando l’Under 14, ndr). Per farlo al meglio è necessario lavorare intensamente sul fisico, sulla propria testa e sulla conoscenza del gioco, guardando tante partite, facendo l’analisi delle gare e continuando a confrontarsi con le persone che questo sport lo conoscono davvero».