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Tanti auguri scout!

Cosa accomuna David Bowie, Jim Morrison, Bill Gates, Steven Spielberg e Pippo Baudo? Niente, all’apparenza, se non che tutti sono (alcuni – ahinoi – sarebbero) over 65. Invece no, qualcosa c’è: sono stati tutti scout. L’avreste mai detto? La lista di nomi illustri che hanno indossato pantaloncini, camicia cachi o azzurra e fazzolettone al collo è piuttosto lunga, anche perché lunga è la storia dello scoutismo, nato in Inghilterra da un’intuizione di Robert Baden Powell tra fine Ottocento e inizio Novecento e diventato uno dei più importanti movimenti educativi giovanili nel mondo.

IL SENSO • La parola scout, che in Inglese significa ricognitore, esploratore, era ed è tuttora usata in ambito militare per indicare mezzi e attività per localizzare il nemico: Baden Powell, d’altronde, arrivava proprio da quell’ambito, illustre generale britannico ed eroe nazionale. Niente nemici, però, qui: la scelta fu fatta pensando ai ragazzi e al loro futuro, ai vari orizzonti che si potevano aprire, alla capacità di cavarsela da soli nei contesti e nelle situazioni più disparate, organizzati e attrezzate, fuori e dentro. “Be prepared: sii preparato”. Il tutto educando, non istruendo: può sembrare una sottigliezza linguistica, ma in mezzo c’è un abisso.

LE SFIDE • Un’esperienza nata da un’idea e sviluppata nei fatti, non sui libri. Un movimento capace di superare i cent’anni di vita (111 per l’esattezza), valicando due guerre mondiali e innumerevoli svolte sociali, resistendo ai colpi di qualche pecora nera (leggi i casi a varie latitudini di molestie e abusi) e alla persistenza di pregiudizi e sfottò, perché, in fondo, cosa significhi essere davvero scout lo sa solo chi scout lo è stato. Come è stato possibile? Com’è possibile, per esempio, oggi in Italia, in tempi di marcato individualismo, in una società liquida con gli occhi e la vita sempre più su uno smartphone? Tutto sta, forse, nella semplice essenza dello scoutismo: un metodo educativo e un codice comportamentale non formale, qualcosa di intangibile, ma, in realtà, tangibilissimo. Imparare facendo; crescere attraverso l’esperienza attiva; conoscere e capire concetti come responsabilità e partecipazione dal basso, fratellanza e altruismo, rispetto e dialogo. La perenne attualità del movimento scout sta qui: un punto di riferimento, una bussola, una pacifica chiamata alle armi con vista sul futuro. In tempi di baby gang o di gruppi che devastano una metropolitana per noia, quant’è poderosa la forza di quella parola di lupetto…

 

I NUMERI

400 milioni,
Gli scout nel mondo dalle origini ad oggi

38 milioni,
Gli scout attuali in 250 Paesi

200.000,
I giovani “lupetti” in Italia

2,
Le associazioni della Federazione italiana dello scautismo (Fis): Agesci e Cngei

30,
I gruppi Ageci (Associazione guide e scout cattolici italiani) a Milano

Oltre 3.000,
Gli scout censiti nel capoluogo meneghino

 

«La forza di un linguaggio fantastico»
Mons. Davanzo (Agesci Lombardia): «Distrae dal divertimento sciocco»

 

A tu per tu con monsignor Roberto Davanzo, classe 1957, attuale prevosto di Sesto San Giovanni, ex direttore della Caritas Ambrosiana e, dal 1991 al 2000, assistente di Agesci Lombardia.

Per molti lei è ancora “il prete degli scout”: che ricordi ha di questa porzione importante della sua vita?
«È un ricordo che affonda le radici nella mia infanzia: la mia formazione ha avuto come ambito privilegiato proprio lo scoutismo cattolico. Sono stato lupetto a dieci anni a Ravenna, esploratore a Gela, dove la mia famiglia si era trasferita per lavoro, e l’esperienza è proseguita come capo a Milano. Interruppi il servizio per entrare in seminario per poi riprenderlo, trovando un gruppo scout nella parrocchia di Santa Maria del Suffragio dove fui inserito come coadiutore. È stata la culla dove ho potuto scoprire la mia strada».

Cosa significa essere scout?
«Significa, intanto, la possibilità di vivere un’esperienza che, di per sé, inizia e finisce: lo scoutismo non si deve portare necessariamente fino alla tomba, come molti credono. Mi sembra importante sottolinearlo, perché a volte alcune esperienze ecclesiali, pur molto proficue e affascinanti, rischiano di generare una dipendenza, un legame eccessivo: non tagliano il cordone ombelicale».

Ma non si dice “scout una volta, scout per sempre”?
«Sì, ma lo scoutismo è un’esperienza educativa fatta per i ragazzi che a un certo punto ti deve proiettare verso la vita: i valori che si sperimentano attraverso quel linguaggio fantastico devono essere poi razionalizzati. Bisogna decidere se quei valori, quelli intuizioni ci si sente di trasportarli nella vita da adulti».

Quali gli elementi essenziali di questo linguaggio?
«La vita comunitaria, per esempio, in assoluta controtendenza rispetto all’idolatria dell’Io che ci isola e ci rende soli; il contatto con la natura, in un’epoca, come quella attuale, in cui diventa sempre più necessario riappropriarsi del rispetto per il mondo che ci circonda. Lo scoutismo è, poi, un’esperienza di servizio: uno dei principi fondamentali è che il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri».

Due elementi di forza dell’approccio scout?
«Intanto il look, su cui spesso si discute: l’idea di un’uniforme come qualcosa che non ti distingue dagli altri ma ti permette di giocare insieme a bambini e ragazzi magari di altre condizioni economiche o culturali ha un grande valore pedagogico».

Che cos’altro?
«C’è, poi, la peculiarità del fatto che chi educa bambini e ragazzi nella fase delicata della pre adolescenza e dell’adolescenza, chi fa venir loro voglia di migliorare, di cambiare e di crescere non è necessariamente l’adulto, percepito spesso come troppo distante, ma un capo squadriglia poco più grande: un dodicenne guarda con più interesse e maggiore disponibilità all’ascolto un quindicenne-sedicenne rispetto a quanto farebbe con un trentenne, che un po’ richiama le figure di genitori e insegnanti».

C’è ancora bisogno dello scoutismo?
«E’ una dimensione di avventura e formazione che, oggi come allora, distrae in senso positivo dalla ricerca un po’ sterile e autolesionista di un divertimento sciocco e dannoso, per sé e per gli altri».

 

CITAZIONE
«Lascia il mondo un po’ migliore di come l’hai trovato»
Robert Baden-Powell

 

La rinascita al QT8
In primavera l’inaugurazione della sede di CNGEI

Gli spazi in passato occupati dall’ex Consiglio di Zona 19 di via Pogatschnig ospiteranno presto la nuova sede degli scout Cngei (Corpo nazionale giovani esploratori ed esploratrici italiani). La struttura, disegnata dall’architetto Piero Bottoni, lo stesso che progettò l’intero quartiere QT8, è immersa nel verde ed è ora oggetto di piccoli interventi di manutenzione. Il trasloco dagli attuali spazi di via Burigozzo 11 sarà accolto con una grande festa di quartiere. E l’associazione sta anche riprogettando il nuovo sito web agescimilano.it.