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Tempi che cambiano

La fine del rapporto di lavoro è un incubo che negli ultimi anni si è materializzato per molti lavoratori. L’editoria è una delle categorie più colpite, da nove anni non si contano più giornali chiusi e redazioni dimezzate. Un panorama triste che offre motivi di speranza, come testimonia il settimanale Tempi chiuso per fallimento e poi riaperto ad opera di un manipolo di giornalisti. Emanuele Boffi racconta a Mi-Tomorrow la rinascita del giornale che ha prodotto il primo nuovo numero con in copertina il titolo: “Rieccoci”.

Da quanto tempo lavori a Tempi?

«Dal 2000, sono 17 anni».

Quanto dedicavi al lavoro?

«Molto, eravamo in pochi, passavo più tempo al giornale che a casa».

Quando avete capito che l’avventura stava terminando?

«L’estate scorsa ci eravamo accorti che le cose non stavano andando bene anche se non ci aspettavamo la chiusura».

Quando è arrivata la brutta notizia?

«A novembre si è presentato il liquidatore, allora abbiamo capito».

La prima reazione?

«Nessun pianto, ho pensato subito a una soluzione, ho iniziato a guardarmi in giro».

Tua moglie come l’ha presa?

«Reazione uguale, mi ha detto di cercarmi un lavoro».

Con i colleghi cosa vi siete detti?

«Ci tenevamo tutti a fare restare in vita Tempi, ne abbiamo parlato, abbiamo pensato a come fare, a come tagliare i costi».

Qualcuno possedeva esperienze manageriali e imprenditoriali?

«No, consapevoli di queste carenze abbiamo chiesto ad alcuni nostri amici avvocati e commercialisti di studiare un piano: in tanti ci hanno dato una mano, gli siamo grati».

Altri sostegni?

«Determinante è stato quello dell’ex editore Valter Mainetti che ci ha dato fiducia e ha assunto impegni che ci hanno consentito di ripartire».

Quanti siete adesso?

«Siamo cinque giornalisti, abbiamo fondato una cooperativa editoriale e ci occupiamo di tutto: l’amministrazione, la fattura del giornale, tutte le incombenze quotidiane».

Com’è cambiato Tempi?

«Da settimanale è diventato mensile, non siamo più in edicola, ogni numero sarà distribuito agli abbonati».

Altri cambiamenti?

«Il sito, tra poco lo rinnoviamo».

Obiettivi?

«Il primo è convincere gli abbonati a rinnovare l’abbonamento. Il secondo è di produrre servizi editoriali a giornali e aziende. Si tratta di fare una lotta a mani nude, siamo consapevoli che abbiano appena iniziato il percorso, non abbiamo fatto neppure cento metri».

Pensate di essere un esempio per gli altri?

«Non so se possiamo considerarci un modello».

La linea editoriale?

«Nessun cambiamento».

Tempi è sempre stato considerato un giornale ciellino…

«Premesso che io sono ciellino, dico che nessuno mi ha mai chiamato per dirmi cosa scrivere o per rimproverarmi di quello che avevo scritto. Sono e continuerò a scrivere in libertà».

Vi sentite tradizionalmente vicini al centrodestra?

«Abbiamo sempre detto da che parte stiamo, credo sia giusto nei confronti di chi ci legge. Il centrodestra non è il migliore dei mondi possibili, ci sono cose che non mi piacciono, però lo preferisco per le posizioni in materia di sussidiarietà, scuola, politiche fiscali».