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L’arte sociale e provocatoria di Donati Meyer

Cristina Donati Meyer è l’artista che ha già messo in atto due perfomances provocatorie contro l’operato del Governo, in particolare contro il Matteo Salvini. In maniera silente e pacifica, ha prima esposto davanti alla prefettura di Milano un dipinto raffigurante il ministro dell’interno travestito da Robocop del mare, poi ha portato l’opera intitolata Censimenti di fronte alla sede della Lega in via Bellerio. Milanese classe 1985, l’artista è nota per atti di denuncia e di critica, ma anche perché ha ideato l’Associazione culturale artistica Spazio M’Arte ed è titolare, con altri colleghi, dello studio Artelier in Vicolo dei Lavandai. Insomma, una vera e propria artista poliedrica.

Perché hai voluto prendertela con Salvini?
«Per quelle che ritengo le sue virulenti uscite disumane e razziste. Voglio dare un minimo contributo per evitare il contagio della “salvinite”, una malattia infantile che fa leva sulle peggiori e più egoistiche pulsioni da bar e che si diffonde con le fake news e banalizzando fenomeni complessi con sloganistica da stadio».

Come hanno reagito le istituzioni?
«Le istituzioni sono assenti, anche nelle proprie sedi deputate. I miei “interlocutori”, durante le azioni artistiche di denuncia, sono sempre dei lavoratori, poliziotti e carabinieri che presidiano la sicurezza di quei luoghi. Il messaggio che voglio trasmettere al potere giunge mediato dai giornali, dai social o dalle Tv. E’ come un cazzotto dato colpendo su un cuscino imbottito, arriva attutito».


E la cittadinanza?

«Sono i cittadini, gli spettatori e il pubblico, il mio vero obiettivo. Io conduco la mia battaglia di civiltà e di etica usando gli strumenti che ho: l’arte. Oggi un’opera d’arte, un murales, una performance può far riflettere, commuovere e perfino contribuire al cambiamento, può farlo perfino più di una manifestazione, di un presidio, di un articolo».

 

Hai ricevuto commenti?
«C’è chi mi ha scritto che, nonostante non condividessero le mie idee, ha avuto dei fastidiosi interrogativi e messo in discussione le proprie convinzioni precedenti. Ho indotto a pensare due persone, per me è un enorme successo».


Le due opere saranno donate alla città, in che modo?

«Salvini Robocop è già un’opera di arte pubblica e di strada: è affissa sul muro di un ponte sul Naviglio Grande, sul quale campeggiava già un Salvini realizzato da un altro street artist. Censimenti sarà incollata presto nella stessa zona o in una delle tante periferie milanesi, abbandonate dalla politica, dagli interventi sociali e culturali e dal buon senso e diventate praterie di conquista degli slogan xenofobi».


E’ stata un’azione organizzata con qualche gruppo culturale?

«La performance su Salvini Robocop è stata congegnata con una piccola associazione Onlus, ProAfrica, un sodalizio messo in piedi da volontari, giornalisti, suore e preti, mica un’organizzazione di estremisti marxisti».


Non temi qualche ripercussione personale?

«Sono arrivati insulti irripetibili e minacce anche pesanti, ma chi teme per la propria persona perché esprime delle opinioni, è già morto e ai propri figli può assicurare solo un futuro di silenzio e di buio, come in Italia hanno vissuto i nostri nonni per vent’anni. Il nonno di mio nonno è morto in campo di sterminio perché ebreo, mio bisnonno ha rischiato lo stesso destino. No, non starò mai zitta per timore, di fronte a rigurgiti di leggi razziali e di chi fa la guerra ai poveri anziché alla povertà».


Tiri dritto?

«Le mie armi sono solo i colori, i pennelli e me stessa. Per quel poco che può contare e servire sono fiera di fare la mia piccola parte, anche per risvegliare le menti intorpidite dalla propaganda di regime. Io sono fortunata, perché vivo ancora in un regime democratico. In molti Paesi, per molto meno, le artiste sono rapite, torturate, violentate o uccise».


Che cos’è Milano?

«Un melange di culture, di esperienze e di provenienze. E’ una città che crea e offre moltissime opportunità. Il bello architettonico e ambientale di Milano è celato e va svelato. Milano ha il suo fascino, anche se, negli anni è diventata la città dell’apparire e non dell’essere, del brand impresso anche sulle chiappe, del mettersi in mostra per ciò che non si è. Io adoro la spontaneità e la brutale veracità. Mi piacciono le persone vere, con tutti i difetti e i pregi delle personalità complesse».