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Tre anni senza stipendio, poi la svolta

Quando si scriverà la storia di Industria 4.0 bisognerà dedicare almeno una citazione a Massimo Temporelli che cinque anni fa ha fondato il primo fab lab di Milano. A Mi-Tomorrow racconta la sua difficile sfida che negli ultimi tempi ha iniziato a decollare.

Com’è nata l’idea di impegnarti nel digitale?
«Nel 2011 ero a Torino per la celebrazione dei 150 anni dell’unità d’Italia, c’era un’istallazione curata da Wired in cui era presente FabLab Torino, il primo fab lab creato in Italia: ho visto le stampanti in 3D e ho pensato di fare qualcosa anche se non era facile perché allora in Italia non c’era nulla».

Quanto l’idea si è concretizzata?
«Nel 2013 assieme a due soci. Pensavo che Milano è la città design, dell’imprenditoria, non è possibile che manchi un fab lab».

Gli inizi, in modo particolare nel campo dell’innovazione, sono duri.
«Dico solo che dal 2013 al 2016 non percepivamo lo stipendio, lavoravamo senza essere pagati, siamo riusciti ad andare avanti facendoci regalare o prestare le macchine e gli spazi dove lavorare».

Come facevate ad arrivare a fine mese?
«Facevamo anche altro, lavoravamo la notte. Eravamo 40enni già formati, io ho fatto consulenze, scritto libri, ho fatto anche televisione».

C’è mai stata la tentazione di dire basta?
«Nel 2014 l’impresa, che si chiamava FabLab Milano, ha avuto momenti difficili: ci sono state divergenze con alcuni soci che avevamo aggregato e io e altri due miei soci siamo usciti fondando The FabLab. In questo modo abbiamo perso un progetto per il quale stavamo lavorando da nove mesi senza portare a casa neppure un soldo».

In queste situazioni dove si trova l’energia per ripartire?
«Se hai una visione chiara di ciò che deve succedere nei prossimi dieci anni, se pensi che il digitale manufatturiero ha un senso che vale per tutti allora puoi proseguire la strada perché sai che è quella giusta. L’unico dubbio è sulla velocità del cambiamento, sai che avverrà ma non in quali tempi».

Quando è arrivata la svolta?
«Nel 2017 abbiamo iniziato a pagare gli stipendi, però mi lasci dire che le difficoltà che abbiamo incontrato sono normali per una start up, è normale che ci sia una fase in cui si debba lavorare gratis».

Avete appena concluso un importate accordo.
«Si, ci sono tre soci nuovi che sono entrati nel capitale di The FabLab. Adesso anche i fatturati iniziano a essere interessanti: intendiamoci, non facciamo milioni di euro ma nemmeno i 3-400 euro per qualche manufatto con la stampa in 3D che ci chiedevano negli anni scorsi. Inoltre, abbiamo appena aperto una sede a Torino».

Il futuro?
«Bisogna capire come si muoverà il mercato, quali saranno i competitori: non c’è niente di sicuro, in Usa ha fallito un gigantesco coworking che operava nel digitale».

La vostra storia può essere d’esempio?
«Non lo so, mi piacerebbe che lo fosse per i giovani».