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11. 05. 2021 06:13

È sempre festa della donna. Anche il 9 marzo, anche il dieci: i diritti femminili valgono tutto l’anno

Non c’è mimosa che tenga, teniamo alta l’attenzione sull’universo femminile

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Non c’è 8 marzo che tenga. Superare gli stereotipi legati alle donne è un esercizio quotidiano. Non a caso ne parliamo anche oggi, il giorno dopo la giornata del tripudio di giallo e mimose. E non a caso anche il Comune di Milano ha scelto di organizzare oggi il suo evento principale (in streaming) dedicato proprio alle donne. E così è stato fatto col numero di MilanoVibra, in edicola dallo scorso 18 febbraio, dedicato proprio alla donna #Milanesa.

Questione. Dire che a Milano esiste una questione femminile può sembrare una provocazione, nel migliore dei casi, o una bestemmia se si vuol dare retta alla narrazione del rinascimento post Expo.

La crescita economica e finanziaria della città in questi ultimi anni è andata di pari passo con la promozione dei diritti, l’inclusività, la partecipazione, è stato così con Pisapia e lo ha confermato Sala che è arrivato a definire e auspicare Milano come «la città dei diritti».

Proclami non infondati se si pensa che circa il 20% della popolazione è straniera – il dato più alto in Italia – e che non si sono mai verificati significativi problemi di convivenza. Oppure si pensi a come la città è attrattiva per la comunità Lgbtqia. Solo il Covid, poi, ha impedito lo svolgimento della convention mondiale del turismo lo scorso maggio che è stata rinviata al 2022.

Dal punto di vista religioso, infine, c’è una tradizione avviata dal cardinal Martini che fece di Milano un crocevia mondiale di tutte le fedi: di fronte a questi risultati affermare, o anche solo ipotizzare, qualcosa di irrisolto nel mondo delle donne appare fuori luogo.

Lavoro. Eppure basta prestare un po’ di attenzione ai rapporti sullo stato di salute della nostra città per capire che c’è qualcosa che non va, come spiega bene quello della Fondazione Ambrosianeum dello scorso luglio: la natalità è ridotta a 1,2 figli, un trend cui si sono adattate anche le donne straniere passate da 2,1 del 2005 a 1,6.

Brutte notizie arrivano anche dal fronte del lavoro che, pur registrando un tasso di occupazione femminile passato dal 67,1% del 2011 al 70,2% del 2017, lancia un grido d’allarme: «Il divario qualitativo, retributivo e di numero di ore lavorate rispetto alla componente maschile della popolazione attiva non si è affatto ridotto. Sul fronte retributivo le donne scontano la differenza di genere, visto che il 65,5% delle milanesi percepisce al massimo 1.500 euro al mese e solo il 3,4% supera i 3.000 euro».

Approfondendo il discorso, emerge un panorama che non si può definire felice: in città le imprese in cui la titolare è una donna sono il 17,8% del totale, contro il 19,4% della media lombarda e il 27% a livello nazionale.

A Milano, comunque, le donne raggiungono il 45,75% degli occupati della Provincia e se è vero che cresce l’imprenditoria femminile con un saldo positivo di 1.349 imprese nel 2019 tra aperture e chiusure, bisogna tenere presente che opera quasi del tutto nel terziario (86%) e che l’ambito di massima diffusione è quello delle “altre attività di servizi”: per capirci, si tratta di attività che vanno dal parrucchiere alla tintoria, dal salone di bellezza all’estetista, da sempre considerate appannaggio del gentil sesso.

Se poi guardiamo ai settori della nuova economia, come il digitale, si arriva a malapena al 15,3%, con i dati sulle startup innovative al femminile che, pur raddoppiate rispetto al 2016, coprono soltanto l’11,1% del totale.

Violenza. Per il fenomeno più doloroso che riguarda le donne, chissà perché, si è fatto ricorso ad un’espressione tutta italiana: femminicidio. Come ha spiegato a gennaio il Garante per la tutela delle vittime di reato della Regione Lombardia, Elisabetta Aldrovandi, alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio del Senato della Repubblica, i dati statistici che illustrano il fenomeno «purtroppo non sono incoraggianti».

Le chiamate telefoniche al numero antiviolenza 1522, nel periodo compreso tra marzo e ottobre scorsi, sono notevolmente cresciute (+71,7%) passando da 13.424 a 23.071, mentre le richieste di aiuto tramite chat sono più che triplicate (da 829 a 3.347 messaggi) anche a causa della convivenza forzata e della difficoltà a uscire di casa. Tra i motivi che inducono a contattare il numero antiviolenza, le richieste di aiuto da parte delle vittime e le segnalazioni di casi sono pressoché raddoppiate.

Meta. Riflessioni che portano a rivedere il giudizio iniziale sull’esistenza di una questione femminile in città: forse è eccessivo sostenerlo, mentre sarebbe più corretto affermare che nella Milano di oggi essere donna è faticoso, sicuramente lo è più che essere uomo.

Alessandra Faiella:«Racconto la sopravvivenza in tempi di pandemia»

Sempre attenta alle tematiche femminili con spettacoli come La versione di Barbie, Il cielo in una pancia e ApPunti G, Alessandra Faiella è pronta a debuttare stasera con il suo nuovissimo lavoro dal titolo Smartuorc – La vita ai tempi del pane fatto in casa che andrà in onda stasera in streaming sulla piattaforma reklamatv.eu all’interno della rassegna “Ieri e Oggi” a cura di Teatro 2.0.

Perché la scelta di debuttare in streaming?
«Sono stata contattata da Teatro 2.0 e mi hanno proposto di fare La versione di Barbie, poi ci siamo risentiti quando è nata questa nuova rassegna. Inizialmente ero piuttosto diffidente nei confronti dello streaming poi l’ho superata anche perché in questo periodo abbiamo bisogno di lavorare e sentirci vivi».

Smartuorc come nasce?
«Era pensato per una convention privata di un’azienda, ma l’idea mi è piaciuta così ho deciso di ampliarlo e farlo diventare uno spettacolo».

Cosa possiamo anticipare?
«È un monologo in cui mi rivolgo al pubblico come se stessi tenedo un corso di sopravvivenza di quest’era pandemica. In chiave ovviamente umoristica affronto un po’ tutti i temi e i cambiamenti di questo periodo. Dallo smart work e le conseguenze che porta nella vita familiare, cosa significa cambiare le abitudini, dal pane fatto in casa al desiderio di uscire. Inizio chiedendo al pubblico se si sarebbe mai immaginato di desiderare di andare in ufficio o che un figlio implorasse di tornare a scuola. Ho provato a cogliere gli aspetti comici di questa situazione per alleggerire questo momento pesante».

Il pubblico come reagisce allo streaming?
«Inizia ad essere stanco di non poter vedere nulla. Con cinema e teatri chiusi le persone hanno bisogno di cultura e vita sociale. Anche se la cosa non è considerata primaria è un’esigenza che, per fortuna, tanti sentono. Ovviamente non c’è lo stesso entusiasmo che c’è per lo spettacolo dal vivo, ma sia artisti sia pubblico devono fare di necessità virtù».

Gli artisti dovrebbero farsi sentire di più con le istituzioni?
«Penso che il problema sia più antico ed endemico, un problema strutturale del teatro italiano. Non abbiamo un sistema di tutele come negli altri paesi europei in più credo che le istituzioni siano sorde davanti alla voce della cultura».

Stasera in streaming alle 20.45
Biglietti a 10 euro su reklamatv.eu/live

 

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