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18. 05. 2022 01:08

Perché le ragazze a Milano non fanno sport?

A Milano un incontro per presentare "La bambina più forte del mondo" e parlare dell'attività motoria nel nostro Paese

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Solo pochi giorni fa è stato presentato a Milano il libro “La bambina più forte del mondo”, scritto dall’ex atleta azzurra Silvia Salis, due partecipazioni ai Giochi Olimpici nel lancio del martello. Oggi è vice-presidente vicario del Coni, oltre che per le attività che il ruolo richiede gira l’Italia a presentare il lavoro letterario che ne racconta la vita, da quando a tre anni il papà è diventato custode di Villa Gentile (storico campo sportivo a Genova) al sogno coronato di andare alle Olimpiadi. Un percorso lungo, ma anche un’eccezione perché, numeri alla mano i ragazzi e le ragazze non fanno sport in questo Paese o ne fanno troppo poco. Secondo uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’84,7% delle ragazze e il 77,6% dei ragazzi non soddisfa lo standard di attività fisica pari a 60 minuti al giorno di attività motoria.

Perché le ragazze non fanno sport? I motivi in un incontro a Milano

Nell’incontro organizzato dalla Bracco Atletica, la Salis ha sottolineato alcuni aspetti che creano ostacoli non solo nella pratica sportiva, ma anche spostandosi in ragionamenti più complessi riguardanti la crescita sociale o la presenza delle donne nei quadri dirigenziali.

L’esempio del Carnevale

«A Carnevale tutti i bambini sono vestiti da supereroi e tutte le bambine da principesse, con degli abiti ingombranti a causa dei quali è complicato muoversi. Forse già da lì una bambina inizia a pensare che non tutte le attività lavorative o tutte le scelte sono adatte a lei». A raccontare questa visione di una delle tradizionali feste in Italia e nel mondo è sempre la vice-presidente del Coni. Di per sé, in effetti, esistono poche figure più statiche di una principessa, mentre il supereroe è in grado di muoversi ben oltre i confini delle umane possibilità. Quanto però il vestirsi in un determinato modo in tenera età possa cambiare la psiche delle bambine è materia che andrebbe consegnata agli esperti del settore.

ragazze non fanno sport

La famiglia, gli stereotipi, i fondi

Sicuramente più facile, senza dover fare ricorso a consulenze, è capire come i primi a dover prendere per mano i propri figli siano i genitori. Ci sono anche esempi di sportivi di alto livello che nella pratica agonistica hanno visto un’occasione di riscatto per uscire da situazioni difficili, certo è che il bacino sarebbe più ampio (non solo degli agonisti ma anche dei semplici praticanti) se ci fosse un aiuto. Morale, da parte dei genitori (quelli della Salis la vedevano giocare di notte da sola nel campo e pur sapendolo non le hanno mai impedito di farlo). Pratica, guardando a quel che dovrebbero fare le istituzioni. «In un Paese in cui le famiglie sono sempre più povere, spesso si deve fare una scelta e tagliare sulle spese – dice la Salis -. Le prime a cui si rinuncia sono quelle non necessarie e quindi, ad esempio, la retta dell’associazione sportiva a cui sono iscritti i figli. Lo sport in Italia non è un diritto, è un lusso. Non è facile potersi permettere di pagare le attività ai propri figli».

Le barriere culturali nel ruolo dei genitori

Alcune discipline, poi, vengono viste storcendo il naso. Anche in questo caso è una questione di stereotipi: è facile trovare genitori a cui non piace vedere la propria figlia che gioca a calcio, rugby oppure a judo. Silvia Salis ha scelto il lancio del martello: fino a Sidney 2000 non era nemmeno previsto che le donne potessero partecipare, esisteva solo la categoria maschile.

La maternità e il nodo professionismo

Alla fine si va sempre lì, ai maledetti denari. Non solo da piccoli, ma anche da grandi. Tantissime discipline non prevedono un riconoscimento da professionisti. Né per gli uomini, né per le donne. Con “l’aggravante” per il mondo femminile di avere a che fare con la maternità. Chi ha le spalle protette da un gruppo militare ha il supporto per affrontarla ed eventualmente tornare in pista. Tutte le altre no ed è il motivo per cui da alcuni anni il Coni ha istituito un fondo di 10mila euro destinato a chi dei gruppi di cui sopra non fa parte. «Non è molto – ammette la Salis – ma per aiutare tutti servirebbero centinaia di milioni di euro ogni anno ed è qualcosa per cui bisogna voler investire ingenti fondi e a cui dovrebbe pensare il Governo».

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