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20. 04. 2021 05:31

Bergamo Cocktail Week. Parola d’ordine: mixology

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Barman ai posti combattimento dietro al bancone: debutta la Bergamo Cocktail Week, che da oggi a sabato prossimo, 19 gennaio, trasformerà Bergamo in un laboratorio di idee, divertimento e qualità… in bicchiere.

Protagonisti assoluti sono diciannove locali della città, selezionati sulla base di criteri di stile, filosofia aziendale e qualità della proposta food and beverage: Tassino Cafè, Barrier, Blitz, Le Iris, Contest, Trex, Sottovoce, Osteria Risi.co, Edonè, Bobino, Dispensario, Reef Cafè, Artisan Cafè, Bu Cheese, 035 Cafè, Mexicali, Caffè dei Portici, Concrete.

DRINK E COMPETITION • Durante la manifestazione verranno organizzati workshop, laboratori, masterclass e serate a tema. I Locali dovranno ideare una Mini Drink List, costituita da tre cocktail: cavallo di battaglia, competition cocktail e twist ’70-’80. Inoltre, i bar parteciperanno al contest, creando un drink realizzato con un ingrediente ad estrazione.

La ricetta originale verrà valutata sotto il profilo tecnico, estetico e sensoriale da una commissione di giudici itineranti, scelti tra specialisti ed esperti del settore che decreteranno il vincitore assoluto. La Bergamo Cocktail Week culminerà con un secondo evento programmato per il 26 gennaio, la Saturday Night Fever una serata dedicata ai favolosi anni Settanta e Ottanta.

Location dell’evento sarà Spazio FaSE, il complesso di edifici industriali recuperati da una splendida cartiera dismessa di fine ‘800, l’ex Cartiera Paolo Pigna di alzano Lombardo, a pochi chilometri da Bergamo. Info su bergamococktailweek.net.

«Innovazione allo stato liquido»

Colombo (Barrier Bergamo): «Il successo dipende dall’accoglienza»

Titolare e capo bartender Mauro Colombo ha aperto nel 2015 il Barrier di via Broseta, una realtà che porta le “innovazioni liquide” della mixology nella realtà di Bergamo.

Cos’è per te la miscelazione?

«Partiamo dal fatto che il titolare deve saper gestire il banco del suo bar come un buon oste: il successo di un locale dipende dall’accoglienza e dal tasso di convivialità. L’arte della miscelazione si basa su mille variabili diverse che dipendono solo da due fattori: conoscere perfettamente le materie prime che si utilizzano e saperle bilanciare con molta precisione. Due qualità che si assimilano dopo anni dietro al bancone».

Da qualche anno i bar si sono trasformati in laboratorio “alchemici”: perché la gente fa più attenzione alla qualità di ciò che ha nel bicchiere?

«La mentalità è cambiata e il passaparola dei social media ha fatto il resto: la gente preferisce spendere un paio di euro in più, ma bere bene e magari condividerlo sul proprio profilo».

Cosa non deve mai mancare in una drink list?

«Ormai i bartender fanno a gara per creare nuovi cocktail con la propria signature. Io però amo la semplicità e penso che la validità di un mixologist si misuri sulla capacità di preparare i grandi classici: se sai servire un buon Daiquiri che è composto solo da tre ingredienti, un Old fashion o un Manhattan, sarai in grado di inventarti qualsiasi cosa. Le basi prima di tutto».

Se il cliente ti chiede “Fai tu…”?

«Inizia la parte difficile del nostro lavoro: negli anni Novanta quando ti dicevano così volevano vedere le bottiglie volare, ora vogliono un drink fatto come dio comanda. Facciamo una serie di comande per capire gusti e umore del momento e diamo spazio alla fantasia».


www.mitomorrow.it

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