È come se fosse un mini-campionato. Nove partite, ventinove giorni. Cinque giornate di Serie A, le semifinali di Coppa Italia e i sedicesimi di Europa League in entrambi i casi sui 180′.

 

Quella che ha portato al derby di Milano è stata l’ultima settimana di lavoro pieno, senza impegni di mezzo, per Antonio Conte e i suoi giocatori da qui fino all’8 marzo. Il calendario sta per farsi fitto, i muscoli pieni di acido lattico da gestire al meglio. Allo sprint che solo una gestione oculata del fisico e della condizione può dare, va aggiunta la benzina di una gioia da stracittadina da non negarsi per evitare che il divario con la Juventus si faccia più ampio.

Muscoli e ossa. C’è voluta fortuna e la collaborazione di Lazio e Napoli (vittoriose sulla Signora a cavallo tra dicembre e gennaio) per non vedere i bianconeri scappare laddove sarebbe stato impossibile pensare a una rincorsa vincente. È più complicato immaginare che la squadra di Sarri possa fermarsi a Verona, in casa col Brescia o a Ferrara, tappe intermedie del percorso che porterà a Juventus-Inter del 1° marzo.

Da par suo, Conte avrà di fronte il Milan, la Lazio all’Olimpico e la Sampdoria al Meazza. Prega da tempo, lo esprime a microfoni accesi, che alla maggior parte dei giocatori reggano muscoli e ossa meglio di quanto non sia avvenuto tra ottobre e novembre. I due cicli di gare con la Champions a rendere più dura la salita si sono chiusi positivamente in campionato, dove l’Inter è rimasta agganciata al treno scudetto, in compenso il palcoscenico dell’Europa più lucente ha salutato i nerazzurri. Applauditi ma sconfitti, in un girone duro ma che per come si erano messe determinate partite poteva anche finire in altro modo.

All’andata. Il derby d’andata è stato portatore di gioia grazie a Brozovic e Lukaku, allorché la coscienza vincente che si sta cercando di inculcare nel gruppo stava cominciando a prendere forma. Sulla carta, era un’Inter non ancora consapevole delle proprie possibilità. Ci credeva Conte, qualche ottimista tifoso con una ferrea fiducia nel lavoro dell’allenatore. Una fazione certo meno folta di quella che oggi crede di potersi accodare fino alla fine alla Juventus e magari di fare uno sgambetto ai rivali di sempre.

Spartiacque. Il Milan è uno dei tanti esami attraverso cui passare. Uno spartiacque, qualora si dovesse perdere, una sfida vinta in più, nel caso contrario. Nulla di cui sentirsi tronfi, se non per i tifosi che il giorno dopo possono scaricare il proprio sentimento di orgoglio cittadino sui sostenitori dei colori rossoneri. La mentalità vincente impone di non sentirsi arrivati fino a che non è stato conquistato il traguardo massimo e per l’Inter non può più essere quello di accontentarsi del singolo “urrah”. Serve un trofeo, per suggellare la rinascita. Manca da nove anni, dalla Coppa Italia alzata da Leonardo quando ancora vestiva i panni del tecnico in panchina. A proposito: entrambe le milanesi sono ancora in corsa nell’altro torneo nazionale. Chissà che quello di campionato non sia l’ultimo incrocio da qui fino alla fine di maggio.

Serve un trofeo, per suggellare la rinascita. Manca da nove anni, dalla Coppa Italia alzata da Leonardo quando ancora vestiva i panni del tecnico in panchina

antonio conte
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