antonio conte
antonio conte

Nel saliscendi di emozioni che il derby di Milano garantisce, c’è una presenza in più a fare da uomo copertina: Antonio Conte, di derby, ne ha vissuti a Torino e Londra in vesti di calciatore e allenatore. Mai nel Meazza, da due mesi una casa in cui è entrato come l’antico nemico che abbandona i panni vecchi per vestirsi dei nuovi.

 

In una speciale classifica dei motivi di interesse, come se il derby non ne avesse abbastanza da sé, l’allenatore è un faro che emana luce e ne attira. Arriva all’appuntamento “incazzato nero”, perché quel pari con lo Slavia Praga gli ha lasciato la rabbia di chi non ha visto una sua creatura in campo. A mente fredda sa, lo ha detto, che non è possibile immaginarsi un’Inter a sua immagine e somiglianza a metà settembre.

Il dogma. Se sei Conte, però, porsi limiti non è un’opzione, né crearsi degli alibi. Di più: nella gara per antonomasia che non conosce pronostici rispettabili, per l’ex ct è meglio sentirsi il condannato a vincere, il mago che tutto risolve, più che il lavoratore certosino a cui serve tempo.

Ne ha chiesto, come è giusto, scacciando i titoli facili che si rifanno alle imprese con Juventus, Chelsea, la Nazionale, pur dandosi da solo del vincente seriale, quello con il curriculum che parla da sé e che letto il quale non si può che immaginare un futuro roseo. Ma ancor di più con la stracittadina non c’è indulgenza che tenga, men che meno equilibrio di giudizi in cui sperare. Si vince e si sorride o si perde e si spiega, tertium non datur.

L’idea. Per affrontare il Milan, Conte chiederà ai suoi di cambiare l’applicazione dello spartito, non lo spartito stesso. La gara con lo Slavia è stata preparata diversamente da quanto si è visto, a prescindere dal fatto che nella carenza della prova possa aver inciso la condizione fisica o una serata storta di troppi interpreti.

Rivedremo il 3-5-2, gli esterni alti, il tentativo di andare presto in verticale e quella fisarmonica tra fase difensiva e offensiva che chiede tanta corsa, qualità, personalità ai calciatori. Solo, nella speranza del tecnico, con maggiori capacità di fare in partita quel che si prova ad Appiano Gentile da inizio luglio, ostinata ripetitività, per mascherare la scarsa conoscenza reciproca.

Il crocevia. Milan-Inter è la terza di sette gare in ventitré giorni. Tante, con avversari che oltre ai rossoneri risponderanno agli altisonanti nomi di Barcellona e Juventus (a chiusura del ciclo) non prima di aver accolto la Lazio a San Siro nell’infrasettimanale e di aver affrontato un’ostica trasferta a Marassi. Il confronto cittadino può essere il trampolino o l’ostacolo che si alza a far inciampare il corridore.

Non è la gara della disperazione, del dentro o fuori. È sì un primo step di maturità, un controllo medico sulla salute generale di un contesto che non si è dato limiti e traguardi se non quello di crescere e dare ai tifosi la speranza di poter competere in ogni gara, in ogni competizione. Come ha chiesto l’uomo copertina di questo derby nerazzurro.


www.mitomorrow.it