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17. 09. 2021 23:35

Fase 2, queste sono le immagini: giudicate voi

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Fase 2. Il giornalista, prima di essere eventualmente critico e divulgatore di una propria opinione, è per vocazione portato a testimoniare la realtà dei fatti.

 

Fase 2, la nostra linea

Tanti anni fa l’allora Tele+, che trasmetteva in esclusiva le partite della Serie A, scelse col suo direttore Claudio Arrigoni una linea molto asettica per la moviola: mandava in onda ogni replay senza che i telecronisti di turno esplicitassero la loro opinione, anche di fronte ad una decisione arbitrale palesemente errata.

Gli allora giovani colleghi Fabio Caressa e Maurizio Compagnoni spiegavano pedissequamente le regole, ma la loro frase era sempre la stessa: «Queste sono le immagini, giudicate voi».

E’ il senso di quello che stiamo provando a fare da settimane sui nostri profili social, proponendo fotografie e video da noi prodotti o da noi ricevuti e visionati. Premesso che sono a disposizione decine di protocolli sulla privacy che, ad oggi, in Italia consentono di fotografare e pubblicare persone ritratte in luoghi pubblici (strade, parchi, alzaie, etc), non ci appassionano ipotetici esercizi di “spionaggio”, né presunti taroccamenti fotografici.

Fase 2, gli esempi pratici di questi giorni

Due esempi banali per chiarire. Se una foto testimonia di gente riversata sui Navigli, la nostra linea si limita a indicare giorno e luogo degli scatti, senza ribadire quel che già dovrebbe essere noto, ovvero la “regola del gioco”: rimanere distanziati e con la mascherina su naso e bocca.

Sta al lettore giudicare eventualmente se quella sia o meno una situazione più o meno “ortodossa”. Oppure se pubblichiamo ingorghi in corso Buenos Aires, limitandoci a indicare anche in questo caso il giorno e il luogo delle foto, è per documentare un fatto, non per parteggiare con una o l’altra parte politica.

Non sta al giornalista né andare a dire agli avventori di bar e ristoranti di rimanere distanziati e usare la mascherina. E non sta ai compiti del giornalista ergersi a commissari del traffico o urbanisti della mobilità. Se, però, ancora ci è consentito documentare asetticamente la realtà, ne saremo grati a tutti.

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