Sembra un anno, invece è appena un mese e mezzo. Tanto il tempo trascorso da quel 22 dicembre 2019, una delle domeniche peggiori della storia del Milan, capace di subire ben cinque schiaffi in trasferta a Bergamo da quell’Atalanta ormai entrata nel novero delle grandi di questa Serie A.

 

In questo mese e mezzo è successa una mezza rivoluzione: dentro il “vecchio” Zlatan Ibrahimovic, fuori le “mele marce” come Suso, Piatek e Rodriguez, di fatto mai realmente pervenuti nel corso di questa stagione. Può esser bastato l’innesto di un trentottenne? Certo che no. Ma è innegabile che qualcosa sia profondamente cambiato, in campo e soprattutto fuori.

La cura. Non illudiamoci, questo Milan è ancora un convalescente. Però rispetto a Natale è in corsa per tornare nell’Europa che conta, fosse anche l’Europa League, raggiunta ma poi abbandonata la scorsa estate per salvare prima i conti che la gloria. Ibra ha dato carattere, ha senz’altro contribuito a tenere la disciplina, probabilmente oggi veste più i panni del “capitano silenzioso” che quelli del bomber.

È arrivato, si è scelto Rafael Leao come spalla d’attacco e ha cominciato pure a segnare, trascinando la squadra alla soglia della zona Europa League e alla doppia semifinale di Coppa Italia contro la Juventus. Strano destino per lo svedese, che nel giro di appena cinque giorni incrocerà le sue due ex squadre italiane: l’Inter stasera, la Juve giovedì, per due sfide decisive per le sorti della stagione.

Via i “pesi morti”. L’arrivo di Ibra ha conciso con l’epurazione dei “pesi morti” che – guarda a caso – si rivela utile sia per gli equilibri dello spogliatoio che per quelli del bilancio. Tutto bene, insomma. Ma il momento decisivo inizia ora. Vietato sbagliare, per non tornare a vedere gli spettri di Bergamo.

Lo sa Stefano Pioli che intende giocarsi al meglio questi mesi per ottenere dalla dirigenza una tutt’altro che scontata riconferma sulla panchina del Milan. Non sarà il prototipo di allenatore “alla Conte” e nemmeno lo stratega “alla Allegri”, ma il tecnico emiliano con discrezione e determinazione ha fatto capire di non guardare in faccia nessuno. Ha sbagliato, fatto ammenda, senza sbraitare davanti ai microfoni. Sapeva di aver bisogno come il pane di una rivoluzione a gennaio, non l’ha richiesta a reti unificate, sapendo di avere la società dalla sua parte (come la fiducia totale espressa da Zvonimir Boban pochi minuti dopo la partita contro l’Atalanta).

Il suo Milan mostra di potersela giocare e questo è già un passo avanti rispetto al recente passato. Il suo Milan ha tecnica e non deve per forza buttarla tutta sul carattere e anche questo è un cambio radicale se pensiamo a dodici mesi con Rino Gattuso in panchina.

San Siro. I milanisti possono almeno approcciarsi a questo derby senza l’ansia di giocarsi tutto e senza nemmeno la rassegnazione di aver buttato via una stagione. Tutto sembra ancora possibile, pure una insperata qualificazione alla Champions League. Tutto dipenderà dai nervi saldi e dalla compattezza del gruppo.

Di sicuro un motivo in più per godersi questa stracittadina è San Siro: non sarà certo l’ultimo derby nel vecchio Meazza, ma la strada verso un nuovo stadio appare più spianata rispetto a qualche settimana fa. Ibra qui ha scritto alcune tra le pagine più gloriose della sua carriera, compresi i memorabili scontri con Marco Materazzi. San Siro per lui sarà uno stimolo in più. Forse davvero per lui sarà l’ultimo derby.

Può esser bastato l’innesto di un trentottenne? Certo che no. Ma è innegabile che qualcosa sia profondamente cambiato, in campo e soprattutto fuori

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