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23. 10. 2020 10:19

La Milano di settembre: c’è chi corre, c’è chi arranca e chi si è arreso

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Ci sono i numeri, che – come sempre – da soli vogliono dire tutto e nulla. Quelli dei contagi da Covid-19, dei ricoverati, dei decessi. Cifre che fotografano una realtà e che ci impongono di non abbassare la guardia di fronte ad un virus subdolo che circola sempre tra noi.

C’è poi l’allarmismo, da parte di quelli che – appunto – non offrono una lettura dei numeri e prima mettono in croce una Regione come la Sardegna, poi generalizzano additando tutti i vacanzieri come degli untori, infine agitano lo spettro dell’autunno chiusi in casa senza essere suffragati da evidenze scientifiche. Poi c’è – come sempre – la vita reale. Quella che a Milano disegna una quotidianità che ancora arranca. Gli uffici riaprono, ma non tutti. I ristoranti lavorano, ma non tutti. Si torna al lavoro, ma per molti resta la cassa integrazione e a fine anno chissà. Come ogni guerra, l’epidemia provoca morti (non solo per la malattia), feriti (chi barcollava prima continua a farlo oggi) e sopravvissuti (non tutti in ottima salute).

“Un passo alla volta” era il claim scelto dal Comune di Milano a maggio per rendere l’idea di una città che stava per ripartire dopo il lockdown. Oggi è un “liberi tutti”: chi può correre già si è messo a farlo, chi non poteva nemmeno ripartire si è arreso.

La ristorazione, ad esempio, è lo specchio di questa situazione: da La Mantia all’N10 di Del Piero, dallo storico Paper Moon ai circoli come l’Ohibò. Chi non può indebitarsi (o non vuole), chiude i battenti e guarda ad altro. E’ finita un’epoca. Gli anni ’20 sono “altro”, speriamo meglio dell’esordio.

In breve

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