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02. 12. 2020 16:21

Nuovi divieti, ma i controlli dov’erano prima?

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Il nuovo giro di vite anti-Covid apre ancora una volta il dibattito sulla limitazione delle libertà personali. Ora anche per quel che riguarda le mura domestiche.

Se da una parte è giusto tentare in ogni modo di appiattire in partenza la curva dei nuovi contagi, dall’altra è necessario mettere alcuni punti fermi sia dal punto di vista della lettura dei bollettini sia sul perché siamo arrivati a questa situazione.

Allarma leggere ogni giorno un incremento esponenziale dei nuovi positivi, che, però, non necessariamente sono “malati”, in quanto la positività può essere riscontrata occasionalmente anche in tamponi su pazienti asintomatici e in piena salute.

Va anche sottolineato come l’impennata di questi positivi, sempre molto aderente ad un deciso aumento dei test (praticamente sei volte quelli che venivano effettuati tra marzo e aprile), non sia direttamente proporzionale a ricoveri ospedalieri e all’affollamento di terapie intensive.

Questo non significa in alcun modo prendere sotto gamba le cifre dei contagi, ma tutto va inquadrato in una cornice che non può prescindere da una situazione oggi totalmente differente da quella di sei mesi fa. C’è poi il tema dei nuovi divieti, peraltro “bizzarri”. Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha sottolineato di aver visto una Milano piena di gente anche all’aperto, ma con tavolini appiccicati tra loro.

Sono scene assolutamente vere, ma allora perché ipotizzare di fermare la “movida” anche all’aperto dalle 21.00 della sera? Il virus prima si fa un riposino? L’equilibrio è difficile da trovare, ma allora un’altra domanda sorge spontanea: perché abbiamo mobilitato l’esercito pur di tenere la gente in casa in primavera e far rispettare i divieti senza poi preoccuparci che nella nuova fase, da maggio, le linee guida per locali pubblici e non venissero pedissequamente rispettati?

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