Chi io sia, quando entri all’inferno, interessa poco. Ho 55 anni, sono ricoverato da lunedì al Policlinico di Milano per una polmonite. Nella serata di mercoledì, a distanza di ben 48 ore dal mio ricovero, il primo tampone per capire se fossi positivo al coronavirus: negativo. Sospiro di sollievo.

 

Io, all’inferno del Policlinico: un lettore ci scrive

Ieri il secondo tampone per escludere ogni complicanza, poi altri cinque giorni per avere il responso definitivo. Ora so che posso raccontarvi cos’è l’inferno, perché l’ho visto personalmente con i miei occhi e, un po’, l’ho anche provato.

Ho avuto febbre a 39 per dieci giorni e lunedì, quando iniziavo a respirare a fatica, finalmente è uscita un’ambulanza per portarmi in ospedale. Al perché non fossero venuti prima, la risposta è stata:

«Abbiamo chiesto al telefono e lei respirava bene, non ce n’era bisogno». Avevo 88 di saturazione (il minimo per il ricovero è 90), mia moglie non ha potuto nemmeno uscire dalla porta di casa per accompagnarmi in ambulanza e l’hanno obbligata a chiamare un centro per denunciare di essere sospetta.

Il peggio, però, doveva ancora arrivare. Sono rimasto su un lettino del Pronto Soccorso per 24 ore ininterrottamente, a digiuno, senza nemmeno un tè caldo. Troppo caos, gli infermieri non riescono a far tutto. Vivo in corsia con una maschera di ossigeno in faccia, non c’è posto nei reparti.

E poi rischierei di contagiare qualcuno. In corsia i letti sono in fila indiana, una catastrofe di persone tra polmonite e covid. E chi io sia, in questo momento, interessa poco. Perché all’inferno siamo tutti uguali.

Carlo, lettore di Mi-Tomorrow

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