Sì, bisogna fare come a Wuhan

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In questi giorni ho sentito e letto gente dire “ci vorrebbe la dittatura”. Lasciamo perdere i retaggi più tristi del passato, ma concentriamoci su quel c’è (una Repubblica democratica) e su quel che è da fare. Non ci sono più troppi giri di parole: bisogna stare a casa.

 

(Quasi) come a Wuhan, le misure della Cina

Ma poiché non tutti (singoli cittadini e imprese) l’hanno capito appieno, aggiungiamo un’altra richiesta: bisogna chiudere tutto. Cioè bisogna fare come hanno fatto a Wuhan, la città simbolo del coronavirus, dove la quarantena è iniziata praticamente subito dopo i primi morti e dove le misure sono state fin dall’inizio rigorosissime.

(Quasi) come a Wuhan, la Regione chiede rigore

Esattamente quel rigore che oggi chiede la Regione, dopo venti giorni di emergenza, dopo un’infinità di decreti e bozze, dopo parole al vento, proclami, conferenze stampa, post sui social. Dalla scoperta del primo malato di coronavirus in Italia, ovvero da venerdì 21 febbraio, ad oggi, siamo ancora qui a chiederci se è meglio lasciare aperti i negozi, se chiudere bar e ristoranti del tutto o solo fino alle 18.00.

Per chi avesse ancora qualche dubbio, consigliamo di ascoltare la voce di chi è in prima linea. In particolare, se proprio qualcuno fosse titubante a capire che nei bar non si beve più nemmeno il caffè del mattino, è bene sentire con le proprie orecchie il racconto dei medici che sono costretti a scegliere di curare un diciottenne malato di coronavirus (perché questo maledetto “dittatore” non colpisce solo gli anziani) e lasciar morire un ultra 80enne.

La cruda verità, com’è giusto informare, è questa.

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(Quasi) come a Wuhan

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