Non insegnate ai bambini: il caso dell’insulto razzista a un tredicenne

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Nello scorso weekend si è giocato un triangolare di basket al centro Schuster. Un ragazzino di 13 anni, nato in Etiopia ma adottato da una famiglia italiana, è stato insultato dagli spalti con l’epiteto “negro di merda”.

L’episodio di razzismo è stato denunciato sui social dalla madre del ragazzino, giustamente indignata. Ma dietro quell’indignazione c’è anche una forte preoccupazione. Sia chiaro, la società sportiva non ha nessuna responsabilità, anzi il Centro Schuster è spesso impegnato in iniziative per combattere la discriminazione, per l’inclusione, e opera in una zona non facile, cercando di essere un punto di riferimento positivo.

Il problema è che ci sono, nell’anno domini 2019, genitori che pensano sia normale insultare i figli di altri con parole e gesti razzisti. Non vanno sottovalutati questi fatti, sono delle spie di allarme da tenere in alta considerazione: seppure episodio fortunatamente non comune nella nostra città, questa licenza di offendere ci deve far tenere alta la guardia su un tema che purtroppo è sempre più presente. C’è un imbarbarimento del linguaggio, dei gesti, del modo in cui stiamo insieme nella stessa comunità.

I bambini, i ragazzini, sono molto più avanti di noi: stanno stare insieme e non ci fanno caso al colore della pelle, alla condizione sociale dei loro compagni di scuola o di squadra o dei loro avversari. Escono insieme, condividono il presente e magari fanno sogni sul futuro comuni, si scambiano le figurine, fanno merenda e imparano spontaneamente la bellezza della diversità. Non insegniamo ai bambini il peggio dell’essere adulti.

Anzi, cerchiamo di imparare da loro il modo di affrontare il presente. Sono loro i milanesi del futuro e sono di tutti i colori, provenienze e religioni: stanno imparando a vivere insieme. Impediamo che qualche cattivo maestro faccia loro credere di essere diversi.


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