marco aurelio fontana
marco aurelio fontana

È sempre stato un innovatore e non c’è dubbio che anche grazie a lui (e soprattutto a quella bellissima medaglia di bronzo che si è messo al collo alle Olimpiadi di Londra del 2012) la mountain bike sia un “fenomeno” anche in Italia. Anche negli ultimi mesi non si è risparmiato, buttandosi con il solito entusiasmo nel mondo delle ebike, riuscendo anche a conquistare il primo titolo della storia di Wes, campionato internazionale per mtb a pedalata assistita inserito nel calendario Uci. Ma la vita di Marco Aurelio Fontana, brianzolo, super campione in sella alle bici dalle ruote grasse come nel ciclocross, passa anche dalle due ruote a motori. Perché le moto sono la sua vera passione, quella che gli scorre nel sangue fin da piccolo. E oggi sono anche parte del suo lavoro.

 

Cosa ci fa un ciclista medaglia di bronzo ai Giochi in sella a una motocicletta?
«Faccio quello che mi piace, da sempre. Perché è una delle mie più grandi passioni. La moto in sé, come oggetto, è stupenda. Correrci sopra mi trasmette emozioni uniche».

Hai due ruote nel sangue. Quando ti sei innamorato della bici e quando delle moto?
«Da piccolo mio padre mi regalò un motorino che avevo 3 anni. Ero piccolissimo. E credo che me lo abbia regalato ancor prima della prima bici. Poi arrivò anche quella e anche lì è stato grande amore».

Ma c’è differenza tra andare in bici e in moto?
«Per me la moto è un affare di pancia. Perché tira, va forte, c’è il motore. La bici è un pennello che disegna. Ha la magia di non fare rumore. Di essere un disegno in mezzo a una montagna».

Hai corso e vinto in mtb. Ora gareggi su emtb. Cosa ti ha portato a fare questa scelta?
«La necessità di staccarmi dalle competizioni classiche e da un team classico, e di creare contenuti che facessero capire a tutti quanto ancora mi piace la bicicletta».

E in moto cosa fai?
«In moto mi alleno, faccio qualche manche di enduro e cross, qualche piccola gara. Soprattutto mi diverto. Nel 2019 ho fatto anche il rally di Sardegna, customizzata per altro da Deus, di Milano».

C’è un luogo che ti piacerebbe visitare in sella a una moto?
«Il deserto».

Come sarebbe la moto dei tuoi sogni?
«Cambia in continuazione. Il motore è sicuramente un pezzo importante. Credo di essere un tipo da bicilindrico. Il look è sicuramente un mix tra futuro e passato, customizzata».

Oggi anche le moto stanno diventando elettriche. Ci credi?
«È così, al di là che ci creda io. Sarei curioso di provarne una».

Conosci bene Milano, casa di Eicma. Credi sia una città per le due ruote? E se sì, è più per le bici o per le moto?
«La frequento molto. È sicuramente fatta più per le moto che per le bici».

E come potrebbe ancora migliorare?
«Migliora con le persone che scelgono di cambiare. Anche quando fa freddo ci si può spostare tranquillamente su due ruote, soprattutto perché è strategica e in poco spazio c’è tutto quello che serve».

Eicma, anno dopo anno, proietta Milano tra le capitali mondiali. Ha ancora appeal una fiera delle moto come questa?
«Eicma è un classico e allo stesso tempo si modernizza ogni anno. Ha sempre appeal, tutti l’aspettano. Per me è molto più che una fiera. Io vedo il futuro, ritrovo gli amici».

Sei papà. E di solito i papà dicono di non voler comprare la moto ai propri figli…
«Quando il più grande ha compiuto 4 anni gli ho regalato una mini moto. Ora entrambi usano moto e quad. Mi piacciono i bimbi in moto. E più che farli diventare campioni del mondo vorrei che imparino ad amare uno sport. La moto lo è. Soprattutto il fuoristrada, l’enduro. È uno sport, favoloso, che insegna a fare sacrifici, a correre con tutte le condizioni. Insegna a vivere. Purtroppo oggi troppe persone ottuse pensano che questo non sia uno sport solo perché inquina. L’inquinamento, quello vero, è altrove».


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