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17. 05. 2022 02:29

Il Filo Invisibile di Filippo Timi: «Libertà è poter fare e scegliere di non fare»

L'attore si racconta, senza filtri in occasione dell'uscita su Netflix del suo ultimo film: «Il Covid ci ha fatto capire che è bene anche guardarsi negli occhi»

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«Milano è teatro, Roma è cinema». L’anima artistica e umana di Filippo Timi si divide tra la Capitale e il capoluogo lombardo, che – a detta dell’attore – ha il pregio di «andare a 200 all’ora». Il che, talvolta, si rivela controproducente. A Milano Filippo è tornato proprio in questi giorni per presentare Il Filo Invisibile (disponibile su Netflix), storia di due papà e del loro figlio Leone, nato grazie a una madre surrogata. Una storia che per Filippo rappresenta, senza mezzi termini, il «futuro».

Filippo Timi si racconta e presenta il film Il Filo Invisibile, disponibile su Netflix

Il Filo Invisibile in fondo racconta una storia comune, che però è necessario raccontare.
«Sicuramente 50 anni fa non sarebbe stato possibile scrivere una commedia simile, perché non c’erano questi argomenti. È un film urgente, sì. Perché parte della nostra classe politica è davvero indietro, in una società che invece è avanti. Queste famiglie esistono».

Esistono e vanno tutelate.
«Prima di questo film, non avevo mai conosciuto due papà o due mamme con figli. Quando parli con questi ragazzi, cade qualsiasi pregiudizio. È una vita, è un sorriso, è il futuro».

Una frase che ti ha colpito ne Il Filo Invisibile.
«Il monologo di Tilly, la mamma che ha portato in grembo questo ragazzo. È interpretata da Jodhi May, un’attrice bravissima. A un certo punto dice a Leone: “Guarda che i tuoi veri genitori sono Paolo e Simone, sono loro che ti hanno cresciuto”. Un messaggio bellissimo».

Eppure…
«Eppure provo rabbia e impotenza. Sono contento per l’uscita de Il Filo Invisibile. È un film dove si affrontano temi profondi, con la leggerezza della commedia».

Anche perché la storia di Paolo e Simone è ricca di alti e bassi, come accade a tutte le coppie.
«È importante avere il diritto di sposarsi anche per scegliere di non farlo. Io ho un problema agli occhi e non posso guidare. È brutto, perché non posso farlo. Invece se puoi fare una cosa e scegli di non farla, sei libero. Per questo leggi come il DDL Zan sono importanti».

Che cosa vogliamo dire sul DDL Zan?
«La cosa bella è che quando ne parlo sono tutti d’accordo. Ma allora chi è contrario? Cosa stiamo facendo? Il tifo ultrà?».

Di Milano, invece, cosa pensi?
«Ci ho abitato per 13 anni ed è una città che amo. Per il lavoro e per il teatro, per me è casa. Credo che tra le città italiane sia la capitale del teatro, mentre Roma è quella del cinema».

Ora vivi a Roma, giusto?
«Sì, sono tornato a Roma. Ma ho lasciato Milano per vicissitudini personali. Ho divorziato e ho quindi chiuso una parentesi della mia vita».

Come hai trovato Milano post lockdown?
«Son tornato subito dopo il primo lockdown. Faccio sempre questo paragone: è come se ogni città viaggiasse a una sua velocità, sia di reazione che nel quotidiano. Milano è una città che viaggia a 200 all’ora, perché è efficiente e concentrata sul lavoro. Roma va a 60 all’ora, ha un altro tempo. Il Covid che è stato una frenata brusca e se vai a 200 all’ora la botta in faccia è dolorosa».

Hai percepito questa botta?
«In quei giorni, tra la nebbia e il coprifuoco, l’ho percepita. Poi Milano fino alle 18.00 lavora. Dalle 18.00 tutti alzano la testa, si guardano in faccia, fanno l’aperitivo e iniziano a relazionarsi tra loro. Mancando quel momento, ho avvertito un senso di resistenza e resilienza molto forte. Il che mi ha fatto anche venir voglia di venir su a lavorare e non mollare. Non volevo abbandonare Milano».

A Roma come l’avete presa?
«Quando Roma si è fermata qualcuno avrà pensato, con molta filosofia, Andiamo a piedi. Ha fatto meno impressione. Ma ora che sono tornato, ho trovato Milano più rinvigorita e con più energia. Forse questa frenata ha fatto capire che, va bene la movida, ma ogni tanto è anche bene guardarsi negli occhi».

Tu, invece, cosa hai scoperto durante il lockdown?
«La radio. La accendo subito, sin dalla mattina. Magari leggo un po’ e mi tiene compagnia. E poi ho scoperto il pollice verde. Ora a casa mia ho 21 piante, me ne sono regalata una anche per il mio compleanno. Bastano piccole accortezze e poi, a Roma, abito in una casa piccola ma con tanto sole».

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