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17. 01. 2021 06:19

La testimonianza di Daniele, milanese in Corea: «Qui azzerata la seconda ondata: ecco come»

Una seconda ondata quasi azzerata: Daniele Pedron svela l’approccio coreano anti-Covid, che da noi sembra inattuabile. Perché?

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I Paesi asiatici, i primi ad essere stati colpiti in maniera massiccia dal Covid-19 – Cina e Corea del Sud in testa – sembravano fino a qualche giorno fa tra i luoghi più sicuri, avendo ridotto all’osso il numero dei contagi.

La seconda ondata? Si parla già di terza, dopo che la precedente è stata praticamente bloccata sul nascere. Perché? Sembra che tra le motivazioni che hanno fatto la differenza ci siano lo spiccato senso civico dei cittadini e un minuzioso tracciamento digitale dei contagiati.

Un caso emblematico è proprio quello della Corea del Sud, paese con poco meno di 52 milioni di abitanti, che secondo i dati dell’OMS solo negli ultimi cinque giorni è tornato ad avere un numero di contagi degni di nota (superiore alle trecento unità). Tutto vero?

L’abbiamo chiesto a Daniele Pedron, 38enne milanese che da un anno e mezzo per lavoro vive nella capitale Seoul insieme a sua moglie Lyn – di Shangai – e ai suoi due bimbi di 3 e 6 anni, Felice e Asia, nati a Dubai nel corso della sua precedente destinazione di lavoro. Abituato ad essere sempre con la valigia in mano, a febbraio si è trovato bloccato ad affrontare una pandemia sconosciuta, in quello che sembrava proprio essere l’occhio del ciclone.

Daniele, che lavoro fai?

«Sono Area Sales Manager Large Motors and Generators per l’Asia per ABB, multinazionale elettrotecnica svizzero-svedese, con sede italiana a Sesto San Giovanni».

Quando in Corea è iniziato il lockdown, cos’e successo?

«La Corea è stata suddivisa in tre fasce di rischio, con il sud maggiormente colpito, mentre Seoul che è al nord non ha mai raggiunto il grado 3, fermandosi a 2,5 nel picco massimo. In ogni caso non c’è stato un vero e proprio lockdown come in Europa, i negozi erano aperti e le scuole sono rimaste chiuse da metà febbraio a metà maggio circa, poi hanno riaperto. Stessa cosa per lo smart working».

Nessuna multa per chi usciva?

«No, perché non c’era un effettivo divieto per legge. Uscire era fortemente sconsigliato e la gente rispettava il “consiglio”».

Problemi per la spesa?

«Nessun problema, perché esiste un ampio e diffuso sistema di app, anche per fare la spesa. Sono molto efficienti e noi facciamo sempre la spesa così».

Com’è stato il reperimento di mascherine?

«A parte il primissimo periodo in cui scarseggiavano, nel giro di poco tempo sono state rese disponibili. Il governo ha preso in mano la situazione a livello centrale e la fornitura ai cittadini avveniva in base alla tessera sanitaria e al numero di persone da cui era composta la famiglia: due a testa alla settimana, da ritirare e pagare in farmacia, a prezzo controllato. Non c’è stato assolutamente mercato libero».

C’è stata la seconda ondata?

«Sì, perché durante l’estate anche qui c’è stato un po’ di rilassamento, ma non appena hanno visto un aumento di casi, a inizio settembre, hanno chiuso subito le scuole per un mese e rimesso i lavoratori in smart working. In ogni caso i contagi erano solo domestici, perché in estate tutti i Paesi asiatici hanno imposto la quarantena obbligatoria di 14 giorni per chi viaggiava da un paese all’altro, scoraggiando moltissimo gli spostamenti oltre confine».

Com’è la situazione ora?

«Si parla già di terza ondata, anche se aspettiamo di vedere l’andamento della curva nei prossimi giorni. E poi, se si trova un caso in una comunità, c’è un protocollo rigoroso: nella mia società, ad esempio, era stata registrata una positività, così hanno chiuso per tre giorni lasciando tutti in smart working. Quindi hanno sanificato ogni centimetro degli uffici e, infine, hanno riaperto».

Cosa ha funzionato di più secondo te nell’azzeramento dei contagi della seconda ondata?

«La localizzazione dei casi di positività attraverso il massiccio tracciamento digitale della popolazione, tramite le cellule telefoniche degli smartphone, le carte di credito e le innumerevoli telecamere pubbliche. Se vai al ristorante devi scannerizzare con il tuo cellulare un QR code che rileva tutti i tuoi dati, che vengono conservati per 14 giorni: se durante questo periodo si registra una positività fra i clienti, tutti gli altri vengono immediatamente avvisati».

Ti è pesato, da occidentale, sottostare a certi dettami che sacrificano la privacy?

«Non mi dà fastidio, anche in Cina è così: alla fine è un modo di sentirsi sicuri, soprattutto in caso di emergenze come queste».

Il proverbiale senso civico orientale ha aiutato?

«Sì, per esempio in Giappone non possono dichiarare il lockdown per legge, perché è contro la Costituzione. Le persone si adeguano a sacrificarsi un po’ per il bene comune. E poi in questi Paesi la mascherina l’hanno sempre messa anche prima: qui anche se hai un semplice raffreddore ti preoccupi di non contagiare gli altri».

In breve

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