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28. 11. 2021 15:52

Nick Cerioni, lo stylist dei grandi cantanti: «Con me gli artisti si sentono liberi»

Una gavetta lunga e appassionata che l’ha portato a dettare lo stile di Jovanotti, ma anche di Achille Lauro e dei Måneskin. Nick Cerioni si racconta, mentre la sua “visione” è in mostra al Mudec: «Lavoro per essere fuori dal tempo»

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Stylist e co-founder della Sugarkane Productions insieme al fotografo Leandro Emede – con cui è sposato e ha due figli -, Nick Cerioni si occupa dello styling più ammirato e ricercato dell’attuale panorama musicale (e non solo) italiano: in quindici anni ha curato il look di artisti come Jovanotti, Laura Pausini, Simona Ventura, Pierfrancesco Favino, Achille Lauro, Orietta Berti e, dulcis in fundo, dei Måneskin, che ha accompagnato da Sanremo fino all’Eurovision. Ospite recente del FeST – il Festival delle Serie Tv – all’interno del panel Quando lo styling è storytelling, l’occasione è stata proprio quella per raccontare un po’ di sé. Oltre i vestiti, oltre le idee. Con Milano pur sempre al centro.

Nick Cerioni: «Diversificarmi è il mio obiettivo»

La tua storia comincia qui, giusto?
«Dopo gli studi a New York frequento allo IED di Milano il corso Fashion comunication, una via di mezzo tra marketing ed ufficio stampa styling, ma nessuno mi vuole come assistente. Ricevo un sacco di porte in faccia».

Ti sei chiesto perché?
«Probabilmente perché mi sentivo diverso, perché prediligevo il mondo dello spettacolo, dell’entertainment. Non ero giusto per l’ambiente della moda, ne soffrivo a starci dentro».

Come mai?
«Per i grandi magazine, le grandi sfilate… Non sono mai stato tagliato per quello. Chi mi scostava non vedeva in me la stessa idea del lusso e della borghesia che andava molto in quegli anni».

E poi?
«Non trovando lavoro, affronto un periodo molto frustante e complesso, al quale segue però una ricerca spirituale che rimette in sesto il mio spirito. Mi affido alla Kabballah: questa benedizione mi porta a trovare il mio primo lavoro a MTV».

Un grande salto, insomma.
«Per la mia generazione era il network ispirazionale per eccellenza. Qui vengo accolto nel team styling di Susanna Mosoni, che diventa la mia scuola di vita per quattro anni, fino alla chiusura del canale. Ed è qui che conosco Leandro».

Con lui costruisci il tuo primo studio di consulenza di immagine creativa.
«La nostra idea era questa: unire le sue competenze in fotografia e video, maturate per anni come assistente di Oliviero Toscani, insieme alla mia direzione creativa. Ma in Italia nessuno crede in noi: il primo a farlo è Jovanotti, a Los Angeles. Con lui collaboriamo ancora oggi dopo undici anni».

Da qui, musica e televisione viaggiano in parallelo.
«Esatto. Dopo la formazione ad MTV approdo al primo X Factor targato Rai2 come assistente, per poi diventare responsabile di immagine in quello di Sky nell’edizione 2019-2020, in cui curo tutto ciò che riguarda l’on stage: ballerini, cantanti, messa in scena».

Senti limitante la figura di stylist?
«In realtà è un grande mezzo che ho trovato per fare qualcosa, ma non so ancora se è quello che voglio fare nella vita. Vivo di continue dicotomie, diversificarmi è il mio obiettivo».

Quanto è importante il giudizio?
«Preferisco pensare che tutto quello che faccio sia in grado di dividere, o amare alla follia, o odiare. Quello che sta in mezzo non mi piace».

Ad esempio?
«Molte volte mi hanno detto di essere elegante, ma il mio concetto di eleganza non riguarda i vestiti: riguarda le persone. Chi indossa un jeans strappato lo può fare con eleganza. La mia è una ricerca di narrativa, non di perfezione».

Una narrativa che passa attraverso l’outfit?
«Da troppo tempo vale l’idea che lo spettacolo non debba più intrattenere. Io non la penso così. Quando penso ad un artista penso a comunicare il suo senso di libertà, è il fine ultimo di ogni singolo percorso che intraprendo sia a livello lavorativo che umano. Insieme dobbiamo sconvolgere, rompere gli schemi».

Come con Achille Lauro.
«Con Lauro abbiamo scardinato delle certezze. Come diceva lo scrittore James Baldwin, “gli artisti sono qui per disturbare la pace”. Insieme abbiamo creato qualcosa di importante grazie ad un intenso scambio creativo ed è sempre stimolante confrontarsi con artisti di questo calibro».

Le vostre creazioni sono diventate oggetto di una mostra al Mudec. La moda che diventa arte.
«Può succedere anche questo. La camera delle meraviglie di Achille Lauro nasce come supporto al libro realizzato insieme al suo management e mostra tutto il lavoro che c’è stato dietro ogni singola scelta».

Grazie a Sanremo hai sentito crescere la tua popolarità?
«Non particolarmente, o almeno non mi interessa. In me tuttora rimane il Dna del contadino marchigiano a cui poco importa della fama e del successo».

Chi sono le tue icone?
«Una ce l’ho anche tatuata sulla pelle ed è Raffaella Carrà, il codice visivo di tutta la mia infanzia che ho sempre visto come supereroina, ultraterrena, divina. L’altra è Madonna, un’opera femminista vivente continua».

Cosa rende iconico un outfit?
«L’immortalità, l’essere fuori dalla moda. Quello che abbiamo fatto insieme a Lauro e ai Måneskin, prima ancora con Jovanotti, è fuori dal tempo. Anche vedere in prima serata su Rai1 Alba Parietti che diventa Damiano grazie ad un mio outfit è una cosa che fa piacere. Vedere sei look replicati in un programma popolare come Tale e Quale Show vuol dire che, in qualche modo, permangono nell’immaginario televisivo. E il lavoro è fatto».

 

 

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