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07. 05. 2021 12:50

Matricole ai tempi del Covid: quando l’università si trasforma in un miraggio. Lettera di una madre alla figlia (che risponde)

La lettera di una madre, le preoccupazioni di una figlia: in mezzo un “caso” scolastico che accomuna molte famiglie milanesi, ma di cui si parla ancora troppo poco

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Ricordo bene l’emozione di quel giorno di settembre dei miei 19 anni, in cui sono entrata per la prima volta alla Statale per andare in segreteria ad iscrivermi a Lettere Moderne. Di fronte a me un edificio di una grandezza impressionante e una bellezza accecante: metteva soggezione perdersi tra quell’infinita teoria di chiostri rinascimentali, ma era elettrizzante districarsi nell’andirivieni frenetico di studenti e docenti.

Il primo semestre era servito a capire come muoversi in quel mondo del tutto nuovo, ma c’era la grande possibilità di confronto con i compagni del primo anno e soprattutto con i colleghi più grandi, che incontravi a lezione, in biblioteca, nelle aule studio, al bar o nei chiostri e ai quali potevi chiedere lo scambio di appunti o una dritta su un corso o sulle modalità di affrontare il primo esame.

Oggi che è arrivato il turno di mia figlia, iscritta in Statale alla facoltà di Scienze Umane dell’ambiente, del territorio e del paesaggio, ecco che tutto questo di colpo è scomparso. Test d’ingresso online, iscrizione online e un incontro d’orientamento in presenza a settembre, durante il quale scopre che il pomeriggio stesso iniziano i corsi: 100% a distanza per le matricole, perché sono un po’ più numerose rispetto agli studenti del secondo e terzo anno, pertanto a questi ultimi saranno riservate le lezioni in presenza.

Ma come? Il ministro non aveva detto «priorità alle matricole»? Dopo il primo momento di smarrimento, si cerca di districarsi fra le diverse piattaforme scelte dai docenti per tenere le lezioni sincrone o caricare quelle asincrone; si fa un programma giornaliero, alcune cose non si capiscono al volo, non c’è alcun compagno a cui chiedere, c’è solo lo schermo del pc e si esclude a priori di fare domande “sceme” al prof. Primo esame a novembre: la stanza deve essere vuota, con la porta chiusa e un cellulare che inquadra il candidato, la sua scrivania col pc e la stanza.

E se una famiglia ha una casa piccola, come la mia, deve ingegnarsi perché mamma, papà e fratello fanno smart working e dad, quindi devono rinchiudersi in camera e non entrare per alcun motivo nella sala con cucina a vista. Proprio lì è posizionato il modem, prende meglio. E speriamo che il Wi-Fi non faccia scherzi.

Fra promesse inevase e uniformità latitante
di Serena Scandolo

A settembre il Ministro dell’Università e della Ricerca scientifica Gaetano Manfredi aveva assicurato che, nel programmare il ritorno in aula negli atenei italiani, si era cercato di privilegiare le matricole: «Vengono da un anno scolastico complicato e devono essere un po’ inquadrati all’inizio dell’anno, perché è la prima volta che frequentano l’università – affermava in un’intervista a RaiNews –. Le lezioni in presenza stanno ripartendo in tutte le università con un modello misto che prevede didattiche in presenza con un’occupazione delle aule per il 50% per garantire il distanziamento, ma in contemporanea anche didattica a distanza».

Tuttavia non in tutti gli atenei si è scelto di privilegiare le matricole. All’Università Statale degli Studi di Milano, ad esempio, il primo ateneo della città e della Lombardia per dimensioni e numero di studenti, si è dovuto necessariamente mediare e i corsi in presenza per le matricole, come riferito dall’ufficio stampa della Statale, si sono svolti nell’ordine delle decine – tra la sede centrale di via Festa del Perdono e Città Studi – da inizio ottobre fino alla chiusura. Riprenderanno all’inizio del secondo semestre, il 1° marzo, con turni al 50% per garantire il distanziamento.

4 domande da mamma a figlia: «Vivo con l’ansia che cada la connessione»

Lisia, come ti aspettavi l’università a settembre?

«Dati i sei mesi precedenti di assoluta incertezza, con una maturità che è stata un’incognita fino all’ultimo, anche sull’università le aspettative erano poco definite rispetto a quanto si poteva pensare un anno prima, quando se ne idealizzava l’immagine, riferita dagli amici più grandi, che parlavano di una nuova condivisione dell’esperienza di studio e di una nuova tipologia di socialità. Invece si è sentito poco lo stacco tra l’ultimo anno del liceo e l’inizio dell’università: sono sullo stesso tavolo, con lo stesso pc, con l’aggiunta che molte lezioni sono registrate, quindi non c’è più un orario definito per alzarti dal letto e andare in un posto fisico, ma devi imparare a gestire il tempo nella totale solitudine».

Cosa ti ha creato più difficoltà, all’inizio?

«Lo scoglio più grande è stato capire cosa fare per essere uno studente universitario a distanza: passare ore davanti al pc per capire cosa, come e quando iniziare a seguire; saltare da un sito all’altro per registrarsi ai corsi da frequentare, senza conoscere nessuno all’interno della facoltà, sentendosi in soggezione ad interagire con delle icone sullo schermo del pc. E poi dover imparare ad aggiornare il computer, installare nuove app, scoprire la burocrazia esclusivamente online, senza poter chiedere a qualcuno in una segreteria fisica».

Qualcuno dei tuoi amici al primo anno in altre facoltà ha fatto lezioni in presenza?

«So di qualche sporadica lezione a Sociologia e Lingue in Cattolica, mentre tutto si è svolto a distanza per i miei ex compagni che frequentano Filosofia, Lettere, Statistica o Giurisprudenza alla Statale».

Com’è stato fare gli esami a distanza?

«Premesso che non ho idea di come sia fare un esame in presenza all’università, negli esami a distanza, all’ansia che normalmente viene prima di un test, si aggiunge quella derivata dal timore di venire penalizzata non per scarsa preparazione, ma per una connessione che cade o perché sbagli qualcosa dal punto di vista tecnico con il pc. Durante il mio esame di Storia Contemporanea al docente si è spento il computer e l’appello si è interrotto per 15 minuti. Una cosa che può accadere a chiunque anche durante le lezioni, ma che ti mette una paura pazzesca se pensi che possa compromettere un esame». SS

 

I comitati dei genitori non si fermano. Incontri, webinar, questionari: l’agenda della settimana
di Katia del Savio

Le scuole sono ripartite, ma i comitati formati da genitori, insegnanti e studenti, che si sono formati negli scorsi mesi per chiedere un rientro in classe sicuro, continuano a lavorare in diverse direzioni. Oggi alle 17.30 Priorità alla scuola organizza online un incontro di “auto-formazione” e di presentazione delle proposte su come utilizzare i fondi del Next Generation EU per l’istruzione. L’evento si può seguire attraverso la piattaforma Zoom e in diretta Facebook.

Oltre ai promotori del comitato interverranno Andrea Fumagalli, economista e professore dell’Università di Pavia, e Girolamo De Michele, scrittore e docente delle superiori. I trasporti restano un tema centrale. Entro il 16 febbraio, gli studenti delle superiori possono esprimere il loro parere sul piano messo in campo da Città Metropolitana e dal Comune di Milano, come i bus navetta riservati ai ragazzi delle superiori, scrivendo a prioritascuola.milano@gmail.com.

Il comitato A scuola!, oltre a coordinare i presidi per chiedere di tenere sempre aperte le seconde e terze medie anche in caso si dovesse tornare in zona rossa, ha lanciato un questionario online redatto da psicologi, pedagogisti, medici e genitori. Il documento si rivolge agli studenti dalla seconda media in su, per capire come hanno affrontato questo anno. È composto da cinquanta domande che riguardano la didattica a distanza e l’isolamento sociale.

Per compilarlo,’è sufficiente digitare questo indirizzo: https://gle/53dgRDaRkrizXJTM8. Per giovedì, inoltre, A scuola! ha organizzato un webinair rivolto ai genitori intitolato Una generazione perduta – Come aiutare i teenager ai tempi del lockdown e della DAD. L’incontro sarà condotto dalla psicologa e psicoterapeuta Martina Conte.

Le paure dei ragazzi fra solitudine, cyberbullismo e revenge porn

Più di un ragazzo su due (il 61%) è stato vittima di bullismo o cyberbullismo nel 2020. Seimila ragazzi dai 13 ai 23 anni di tutta Italia hanno risposto a un sondaggio dell’osservatorio Indifesa, preparato da Terres des Hommes, onlus con sede a Milano che si occupa dei diritti dell’infanzia, in collaborazione con Scuola Zoo.

Sei intervistati su dieci non si sentono sicuri online perché temono di diventare vittime di cyberbullismo. Un adolescente su tre ha dichiarato di aver visto foto intime sue o di amici sui social network. Quasi la totalità delle ragazze ritiene che la circolazione di questi contenuti senza il loro permesso si possa paragonare ad una violenza fisica.

«La solitudine sta portando un ripiegamento sempre maggiore nei social, dove aumentano i rischi di bullismo, cyberbullismo e, per le ragazze, di revenge porn – ammonisce Paolo Ferrara, direttore generale di Terres des Hommes –. Finalmente la legge n. 69/2019 ha disciplinato questa fattispecie come reato, ma non possiamo abbassare la guardia sugli aspetti educativi: il revenge porn sottintende il tradimento di un rapporto di fiducia ed è fondamentale ribadire che non possono essere ammessi atteggiamenti ambigui o colpevolizzanti nei confronti delle vittime».

Nell’anno della pandemia il 93% dei giovani ha dichiarato di essersi sentito solo, un sentimento che è cresciuto del 10% rispetto al 2019. «I dati dell’Osservatorio Indifesa 2020 destano allarme e ci dicono come gli effetti della pandemia e i drastici cambiamenti che questi hanno portato nella vita dei ragazzi siano già oggi drammatici – aggiunge Ferrara –. L’isolamento sociale, la didattica a distanza e la perdita della socialità stanno provocando una profonda solitudine e demotivazione ma anche ansia, rabbia e paura». Alla richiesta su quale fosse «la minaccia maggiore per un/una ragazzo/a della tua età?», gli intervistati hanno risposto: violenza sessuale (34%), droghe (29%), bullismo e cyberbullismo (28%) e malattie sessualmente trasmissibili (5%).

 

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