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16. 05. 2022 23:27

La paura rende più forti, le riflessioni degli studenti del Liceo “Donatelli-Pascal”

Prosegue la collaborazione con alcuni alunni dell'Istituto statale milanese: argomento del giorno come affrontare piccoli timori quotidiani

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Continua la collaborazione con la 4ª C del Liceo Scientifico Statale “Donatelli-Pascal” di viale Campania: vicino al termine del nostro percorso, abbiamo chiesto loro come affrontano un sentimento di ogni giorno: la paura. E come provano a gestirli, in un’età di trasformazione, alla costante ricerca del proprio equilibrio.

Come gestire la paura: rispondono i ragazzi della 4ª C del Liceo Scientifico “Donatelli-Pascal”

paura

Ho paura di essere me stessa. E rimanere sola

di Julia Henatigala

Prima di iniziare le superiori, sono sempre stata una ragazzina solare. Mi piacevano lo studio, lo sport, stare con gli amici, realizzare i miei sogni… Poi è arrivata la terza media, quella linea di confine dopo la quale tutto è cambiato. Da essere la prima della classe, ho cominciato a sentirmi addosso occhi di disgusto, spenti, pieni d’odio. In classe hanno iniziato a sparlare alle mie spalle. Insomma, ho iniziato a prendere lo studio come un metodo per scappare da una realtà sempre più angosciante. Eppure sapevo che puntare in alto mi avrebbe portato ad essere ancora più sola. Non lo volevo.

Iniziate le superiori, mi sono imposta di fare gruppo con gli altri, a volte sentendomi una pecora che seguiva il gregge. Avevo molta paura di essere nuovamente emarginata. In pratica indossavo una maschera. Una maschera di piombo, pesante e soffocante, con la mia anima che diventava ogni giorno sempre più fragile: una statuetta di cristallo messa sul bordo di una mensola che prima o poi sarebbe caduta. Dopo cinque anni, mi chiedo ancora se conti di più essere se stessi cercando la propria felicità, anche a costo di essere circondata da persone gelose, oppure se sia meglio non ambire a costo di sacrificare i propri sogni.

Ma senza rinunciare ad avere amici intorno. Che poi basterebbe essere sostenuta da chi mi accetta per quella che sono. Solo così potremo crescere insieme, gioendo per i nostri successi. Gli ostacoli non mancheranno, ma in fondo sono sempre quelli a renderci più forti.

 

Sursum corda: nessuno è immune alla paura

di Antonio Caso

Il potere della paura aumenta quanta più energia si dona al suo stesso concetto; l’ansia e l’angoscia sono sorelle della paura e sono tutte accomunate dalla previsione di un male che spesso non si verifica nella realtà esterna a noi. La paura può bloccarci. Un atteggiamento differente – essere ardimentosi, impavidi – può liberarci da questo stallo. Nessuno è immune alla paura, anche coloro che si mostrano spavaldi e indifferenti e non palesano le proprie preoccupazioni. Conviviamo con ciò che ci terrorizza che hanno intensità e oggetti diversi per ognuno. Anch’io ho le mie paure, ma inizio a conoscerle e a gestirle.

Mi spaventa la solitudine, spesso demonizzata, ma è anche grazie allo stare soli che si ha l’opportunità di conoscere se stessi e capire il nostro posto nel mondo. La paura di non vivere appieno il presente rimanendo ancorato al passato: molte volte non si lascia andare via quello che è stato e si è vittime dei propri ricordi. Questo ostacola l’arrivo di una novità escludendo alcune esperienze dal nostro percorso. I fallimenti, l’impossibilità di rialzarsi e di ricominciare proprio da dove si era caduti. È sconfortante immaginare la dipartita delle persone alle quali tengo, il perdere mordente nei confronti della vita e vedere appannato il mio entusiasmo.

La paura si può anche rivelare utile, come un campanello d’allarme che ci permette di capire quando stiamo finendo in una situazione pericolosa. In questo caso diventa un’emozione che crea uno stato d’animo limitante: ad esempio, se ci viene chiesto di fare qualcosa di illecito, anche il solo timore delle conseguenze ci impedisce di farlo. La paura può essere sostituita dalla meraviglia, quando indossa il suo miglior abito si fa coraggio. Coraggio deriva dal latino: cor, cuore. Si tratta di una virtù ampia. Il coraggio è il prestare il petto all’incerto, al pericolo, al dolore.

 

Ho paura di diventare «una di loro»

di Matilde Berutti

– «Raccontami di cos’hai paura»
– «Aspetta. Ma esattamente cos’è la paura?»
– «La Treccani la definisce come “stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso”»
– «Perfetto. E cos’è l’ansia?»

– «Dai Mati, rispondi e non rompere»
– «Okay, okay. Comunque… Boh… Ho paura di tante cose. Paura del dolore, dell’altezza, di camminare da sola di notte, di alcuni cani, di non essere abbastanza, di fidarmi di me stessa, di come vengo percepita dagli altri, di come gli altri reagiranno a ciò che dico o faccio, del futuro, del dolore… Ops, l’ho già detto, vero? Ma il dolore ha tante forme. E io ho paura di ognuna di queste, sia del mio dolore che di quello degli altri»

– «In che senso?»
– «Ho paura di stare male o che succeda agli altri, quindi di tutte le cose che potrebbero provocarlo. Tipo: ho paura della guerra, della scelta dell’università, del potere che ho sulle altre persone e di quello che loro hanno su di me, di una palla da pallavolo troppo forte, di finire con la ruota della bici in una rotaia, rischiando così di essere investita, dei coltelli in mano alle altre persone e della tristezza»
– «Mmmh… Una lista cortissima. Nient’altro?»

– «Quanto tempo hai? Di recente stavo pensando a quando la tipica persona megacinica cerca di dirmi che sono troppo idealista o utopista. Cerca di dirmi che i miei discorsi non hanno senso perché non sono applicabili. Quindi? Dovrei arrendermi e basta? Ottima soluzione per i problemi del mondo. Lo fanno solo perché sono disillusi e stare davanti a qualcuno che ha ancora speranza li mette a disagio. Stare davanti a qualcuno che non si è ancora arreso li fa sentire in colpa per averlo fatto»

– «E cosa fanno?»
– «Al posto di riprendere a cercare soluzioni, cercano di rendermi una di loro. Ecco io ho paura di diventare così, di arrendermi prima di poter ottenere anche il più piccolo dei risultati, di smettere di puntare all’utopia perché, come dicono gli adulti, “meglio puntare a piccoli obiettivi fattibili”. Ma se io volessi puntare al cielo? Ovviamente lo si fa piano piano, ma non vedo il bisogno di limitarsi se non perché si è stanchi. Ecco, io ho paura di stancarmi di cercare di cambiare il mondo».

 

Scacco al re

di Francesco Santoro

La paura è un meccanismo innato e naturale. Una forma di auto difesa da ciò che ci circonda, uno scudo che ci protegge dalla realtà. È l’asso nella manica che ci salva quando abbiamo il re in scacco durante la partita più importante e allo stesso tempo difficile che mai affronteremo, quella della vita. La paura che molti provano oggi potrebbe essere quella per la guerra. Ma c’è anche la paura dell’altezza, di cadere da un burrone altissimo. Potrebbe anche essere la paura dell’estraneo, la paura che qualcuno entri nella nostra comfort zone, nel nostro castello mentale e metta a soqquadro tutti i nostri luoghi più segreti.

Poi c’è la paura di morire, quella che ci colpisce nel momento in cui pensiamo alla fine della partita, alla caduta della pedina con la corona in testa. Oppure potrebbe essere la paura di vivere, la paura di non riuscire a giocare la partita al meglio, di non riuscire ad usare le proprie pedine nel modo più appropriato. Ecco, la mia paura si trova nel mezzo di queste due. È una lingua di sabbia schiacciata tra l’oceano dell’ignota morte – che piano piano continua a salire – e la terra che, ogni giorno che passa, si sgretola sotto il peso della spensieratezza umana. Il triste destino di questa sfortunata terra di nessuno è quello di osservare senza poter intervenire. Un po’ come quello di uno spettatore ad una partita di scacchi: non può cambiare il corso del gioco, può solo sperare per la vittoria di uno e la sconfitta di un altro.

Che fare? Dovremmo allontanarci e fuggire, andare a guardare la partita di qualcun altro, oppure dovremmo alzarci da quella maledetta sedia dello spettatore, uscire dallo stato d’ombra creato dai demoni della nostra mente, indossare l’armatura che per tanto tempo era rimasta nascosta nel nostro armadio, per poi rivelare noi stessi come dei guerrieri che si mostrano prima della loro ultima battaglia. Orgogliosi e impavidi.

 

Un muro da affrontare per ritrovare la pace

di Beatrice Lunghi

«Monsters are real, and ghosts are real too. They live inside us, and sometimes, they win». Questa citazione è di Stephen King, dal libro Shining. È risaputo che King sia uno dei più grandi scrittori di horror e, con questa frase, vuole farci capire che ognuno ha i propri demoni e le proprie paure. E, che se non si sanno tenere sotto controllo, queste prendono il sopravvento. Principalmente si ha paura di perdere il lavoro, di ammalarsi, come gli ipocondriaci, degli insetti e dei ragni, gli aracnofobici, oppure delle profondità marine, i talassofobici.

Questi sono alcuni esempi. E spesso sono anche quelli più ricorrenti. È possibile superare una paura? A questa domanda esistono infinite risposte e ognuno ha le proprie idee e versioni da proporre. La paura è un’emozione come le altre, ma spesso la sopravvalutiamo, soprattutto perché ci porta a vivere con angoscia e disperazione. Per affrontare la paura, non dobbiamo evitare di esprimere noi stessi e ciò che proviamo, perché siamo molto più forti di quanto pensiamo. Semplicemente non dobbiamo farci bloccare: dobbiamo affrontare ogni muro, superarlo poco alla volta. E trovare la pace.

 

Se non diamo più valore alla felicità…

di Luca Coloma

Ciao, mi chiamo paura. Vivo nel cervello delle persone e insieme ai miei compagni costituiamo le emozioni. Tutti mi considerano un’emozione negativa, non mi vedrete molto spesso perché le persone si vergognano di me, ognuno ha le sue insicurezze e spesso tende a nasconderle perché non viene ritenuto un elemento di vanto né tantomeno un elemento di conversazione. Una delle mie forme più gettonate? La paura di sentire di aver sprecato il tempo: si pensa sempre di dover fare il possibile per essere costantemente produttivi, ma non si riflette mai su ciò che si vorrebbe fare veramente.

Molto spesso ci si ritaglia solo un piccolo margine di tempo per le passioni. Non si dà più valore alla felicità. Si è perso il senso dell’esistenza. La vita dovrebbe essere considerata un evento unico: non bisognerebbe sprecarla nel fare quello che ci viene imposto. E, solo quando è troppo tardi, ci si accorge che non c’è più tempo.

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