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01. 08. 2021 15:42

La scuola deve ripartire. Otto Helve: «Per chi ha riaperto i benefici sono molto maggiori dei rischi»

Cosa fare? Le conoscenze attuali e il buon senso vanno verso la riapertura ma regole e norme rendono difficile la ricerca in campo pediatrico e non consentono di avere le certezze di cui abbiamo bisogno

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In 20 Paesi le scuole sono state riaperte a inizio giugno. In altri paesi, come Svezia, Taiwan e Nicaragua, le aule sono sempre rimaste attive. In altri Paesi ancora le scuole sono ancora chiuse e lavorano con la didattica a distanza, ma i bambini sono stati lasciati liberi di giocare, anche senza mascherina. Così, pediatri ed educatori del Regno Unito si sono chiesti: «E se la chiusura delle scuola facesse più male che bene?»

La scuola deve ripartire

In una lettera aperta firmata da più di 1.500 membri del Royal College of Paediatrics and Child Health, scrivono: «Continuare a tenere la scuola chiusa lascerebbe segni indelebili a un’intera generazione». Certo c’è l’educazione online, ma è ben lontana da quella vera e in molti casi costringe i genitori a lasciare il lavoro per prendersi cura dei bambini.

Dopo la lettera non c’è stata una risposta, così Science ha aperto uno studio dal quale è emerso che i bambini più piccoli contraggono l’infezione molto più di rado ed è ancora più raro che si portino il virus a casa al punto da infettare i familiari.

Rischi e benefici. L’infettivologo e pediatra finlandese Otto Helve ha recentemente scritto che «Tutti quelli che hanno riaperto hanno potuto constatare che i benefici sono molto maggiori dei rischi». Certo non si può pensare di aprire le scuole senza correre qualche rischio, ma un pediatra di Southampton, il Dottor Munro, sostiene che tenere i bambini lontani dalla scuola è un rischio anche per la loro salute: «Finiscono per fare meno attività fisica, per dormire male, per avere problemi nutrizionali, depressione, ansietà, senso di isolamento sociale. E, dato che disoccupazione e stress in famiglia aumentano i casi di violenza domestica, c’è persino il caso che i bambini finiscano per stare peggio a casa che a scuola persino durante la pandemia».

Le sei domande sulla riapertura che tutti vorrebbero fare a cui Science ha dato le risposte che tutti vorrebbero avere:

Quante probabilità hanno i bambini piccoli di ammalarsi e trasmettere il virus?
I bambini piccoli si possono infettare ma, da quanto emerge dagli studi dell’Istituto Pasteur in sei scuole elementari, non sembrano essere contagiosi. I ragazzi delle superiori invece 3 volte su 10 hanno gli anticorpi, vuol dire che sono venuti in contatto col virus, mentre insegnanti e membri dello staff hanno anticorpi rispettivamente 4 e 6 volte su 10. Quei ragazzi e quegli adulti si possono ammalare, ma solitamente in forma lieve.

Dobbiamo lasciare che i bambini giochino insieme come prima?
Sì, dovrebbero poter tornare a correre, giocare e divertirsi il più presto possibile, purché non siano in troppi in una classe sola, e per chi ha meno di 12 anni non c’è nemmeno bisogno di distanziamento. Dovrebbero stare all’aperto più spesso, anche a far lezione quando il tempo lo consente. Gli studenti più grandi è bene che stiano a un metro di distanza, anche se di sicuro non si sa nemmeno questo. Ci vorrebbe una regola per tutta l’Europa, ma non è così.

I ragazzi dovrebbero portare la mascherina?
Sì e no. Certo, le mascherine sono una delle poche cose davvero importanti per contenere l’epidemia, ma i ragazzi le trovano insopportabili, certe volte poi portare la mascherina senza toccarla, metterla e toglierla, toccarsi continuamente la faccia o soffiarsi il naso è impossibile specie per i più piccoli. Alla fine uno si chiede: queste piccole circostanze che sono comunque frequentissime non vanificheranno il potenziale beneficio della mascherina? Temo che sia proprio così, un compromesso accettabile potrebbe essere quello di chiedere loro di mettere la mascherina e di utilizzarla correttamente solo quando è impossibile mantenere le distanze, almeno per i più grandi e almeno da noi. In altre parti del mondo invece, Cina, Sud Corea, Giappone, Vietnam, la mascherina è un’abitudine, la si usava anche prima del Covid. Quando parliamo di mascherine a scuola poi bisogna tener conto delle condizioni climatiche, in Israele a metà maggio c’erano 40 gradi e la mascherina era insopportabile e lo stesso vale per certe parti dell’Africa e dell’America Latina.

Che cosa dovrebbe fare la scuola se c’è un positivo?
La risposta più semplice ma anche la più corretta è che non lo sappiamo. Se si trova un bambino o un ragazzo positivo al tampone bisogna mandare a casa lui e tutti quelli che hanno avuto contatti con lui o chiudere quella classe o l’intera scuola? C’è chi pensa che basti isolare chi è positivo e i suoi contatti, senza nemmeno bisogno di chiudere la classe, altri vorrebbero chiudere la scuola. Nei Paesi meglio organizzati, a fronte di uno studente positivo si faranno i test a tutti, inclusi quelli che non hanno sintomi, e si organizzerà la quarantena per i positivi e per i loro contatti. Tutto questo però non è basato su studi controllati e convincenti, la risposta alla domanda su che cosa si dovrebbe fare quando qualcuno risulta positivo ce l’avremo solo dopo che si sapranno i risultati di due studi in corso in Germania e nel Regno Unito che hanno affrontato questo problema in modo sistematico: tamponi ai bambini delle scuole e ai loro familiari, e dosaggio degli anticorpi.

Le infezioni che nascono a scuola possono diffondersi alla comunità?
Questa domanda nasce dalla considerazione che in tutto il mondo, e specialmente negli Stati Uniti, ma anche da noi, almeno un terzo degli insegnanti e dei membri dello staff non ne vogliono sapere di tornare a scuola, preferiscono starne lontano (hanno paura? o forse hanno trovato più comodo fare quello che dovevano fare stando a casa?). Science ha fatto tutto il possibile per rispondere a questa domanda. Non è stato facile, ma quello che è emerso in modo abbastanza chiaro è che i casi di malattie gravi tra gli insegnanti sono davvero pochi, con un’eccezione sola, quella della Svezia. Là non si è fatta mai nessuna politica di chiusura delle scuole, nemmeno nei momenti di massima diffusione del virus; non si è nemmeno modificata l’organizzazione interna, nessuno ha suggerito mascherine, distanziamenti o altro; il risultato è che lì diversi insegnanti si sono ammalati e qualcuno è anche morto. Ma il caso della Svezia non deve diventare una scusa per tenere chiuse le scuole anche in autunno, perché nel resto d’Europa i rischi che si sviluppino focolai a scuola sono veramente trascurabili. Quanto poi al fatto che la scuola possa rappresentare un rischio per la comunità questo è davvero improbabile, a detta degli epidemiologi della London School of Hygiene &Tropical Medicine.

Cosa ci aspetta d’ora in avanti?
Dipende. Per i bambini più poveri, i più vulnerabili, la chiusura delle scuole continuerà e forse durerà per sempre. In molte parti del mondo non ci sono le risorse per adeguare gli ambienti scolastici alle esigenze di sicurezza, e qualcuno come il primo ministro del Bangladesh ha detto apertamente che non si riapriranno le scuole finché l’epidemia non sarà completamente vinta, nelle Filippine sarà lo stesso, le scuole si riapriranno quando c’è il vaccino. Nei Paesi che chiamiamo ricchi, come i Paesi dell’Europa e gli Stati Uniti, i bambini hanno poco da guadagnare dal lockdown, ma moltissimo da perdere, secondo un lavoro appena pubblicato su Nature che parte dalla considerazione che i bambini non si ammalano o si ammalano raramente. Ragionamenti, s’intende, che non vanno mai presi in senso assoluto: la probabilità di ammalarsi o morire di Covid è molto inferiore a quella di incorrere in altri guai: incidenti stradali o domestici, suicidi, omicidi e altre malattie che non hanno niente a che vedere con Covid, molte delle quali, per altro, si possono spesso prevenire.

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