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18. 05. 2021 22:32

A scuola un popolo di 100mila anime, nessuno in classe ed un unico perdente: l’istruzione

Stress, fatica, crisi di coscienza: un anno di scuola nell’era pandemica e una settimana - l’ultima - che sembra aver riportato il calendario indietro di 365 giorni esatti. Per quanto ancora?

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Non tutti sanno che per assicurare l’istruzione ai nostri figli dai nidi alle superiori nell’area della città metropolitana, è impegnato un popolo di 100mila persone. Si tratta di insegnanti, personale non docente, addetti alle mense che da oltre un anno hanno dovuto stravolgere l’attività professionale e anche lo stile di vita.

In pochi giorni hanno dovuto fare pratica della Dad, la didattica a distanza che significa poi insegnare attraverso un computer. Una vera e propria rivoluzione che ha costretto la scuola a reinventarsi: «Nessuno se lo aspettava – ricorda Jessica Merli, segretario generale della Flc Cgil Milano –, le scuole hanno reagito benissimo contando solo sulle loro forze, il governo si è disinteressato: considerando che l’organico era già insufficiente in una situazione di normalità avevamo chiesto che si raddoppiasse il personale per fare fronte alla Dad, abbiamo avuto appena uno 0,5% in più».

I primi mesi di questo nuovo percorso scolastico sono stati pionieristici. In assenza di regole e di esperienze di riferimento si è andati avanti con molta determinazione ma quasi navigando a vista: «Non pochi insegnanti hanno riscontrato effetti collaterali – spiega Merli – come cali di diotrie, problemi muscoloscheletrici e di burn out: è stato uno stress psicofisico cui hanno contribuito la mancanza di indicazioni da parte del ministero e la necessità di assumere decisioni collegiali da un giorno all’altro, un modo di lavorare davvero impossibile».

È stato insomma un periodo febbrile, con la corsa ad imparare meccanismi del digitale mai trattati e il tentativo di sviluppare il più possibile i programmi scolastici. E con non pochi problemi di coscienza per quegli studenti non in grado di collegarsi con le lezioni, perché per gli insegnanti seri portare avanti il proprio compito non è un dovere, ma una missione.

Prima dose dei vaccini per tutti entro aprile

Sono iniziate lunedì scorso le vaccinazioni del personale scolastico e tutto sta procedendo senza intoppi. I problemi emersi nei giorni precedenti l’8 marzo con le mancate conferme delle prenotazioni sembrano superati. Per potere fare i vaccini occorre prenotarsi sulla piattaforma regionale Aria (vaccinazionicovid.servizirl.it) e 48 ore prima del vaccino arriva un sms di conferma della prenotazione: negli ultimi giorni, secondo quanto assicura la Cgil non si sono verificati disguidi.

Sono diversi i centri i cui ci si può recare: la Fiera, il Museo della Scienza e della Tecnica, il Sacco, Niguarda, Policlinico, Multimedica. Le vaccinazioni avvengono dalle 8.00 alle 20.00 e l’unico rischio è che il personale di una scuola si presenti in massa nello stesso giorno: in questo caso c’è la possibilità che gli effetti collaterali come la febbre, che si possono manifestare dopo il vaccino, potrebbero bloccare buona parte dell’istituto.

La prima dose verrà somministrata entro l’11 aprile, a metà maggio si riparte con la seconda dose di AstraZeneca. Tempi rapidi per assicurare a 100mila persone che devono lavorare a stretto contatto con gli studenti una maggiore tranquillità.

L’idea di una mamma:«Sciopero dello shopping contro la Dad»

Quando giovedì scorso molti genitori hanno saputo che, neanche 24 ore dopo, in Lombardia sarebbe ripresa la Dad per tutti (tranne che per i piccoli del nido) non ce l’hanno fatta più. Così mamme e papà che non avevano mai partecipato a un presidio, a un’iniziativa di protesta, hanno cominciato a far sentire la loro voce in vari modi.

Fra le idee emerse in questi giorni, ce n’è una particolarmente provocatoria. L’ha lanciata Simona Frignani, project manager del terzo settore che lavora anche con le scuole e mamma di un ragazzo che frequenta la prima liceo scientifico.

Insieme ad altre mamme, ha scritto al governatore Attilio Fontana per comunicare che fino a quando le scuole non saranno riaperte non «compreremo più profumi, balocchi, mobili, scarpe, borse, maglioni, lenzuola e tovaglie».

Uno sciopero dello shopping che comprende anche gli acquisti online, ad eccezione dei beni essenziali. «Caro governatore – si legge nella lettera –, ci rifiutiamo di alimentare il Paese dei saldi perenni, quello dove si igienizzano le cabine prova, mentre le aule e le palestre restano vuote. L’istruzione non è mai in svendita, neppure durante il Black Friday».

Perché questa provocazione?
«So che in questi mesi sono state organizzate tante manifestazioni, ma non hanno ottenuto niente. Per farci sentire veramente dobbiamo toccare l’aspetto economico. Se i negozi restano aperti, ma le scuole sono chiuse, penso sia giusto non comprare nulla».

È contro i commercianti?
«Affatto, non sono responsabili di questa situazione. E i negozi di quartiere risentono già della chiusura delle scuole. Voglio, però, far arrivare alle istituzioni il messaggio che senza una vera istruzione non si va da nessuna parte, perché è l’unico ascensore sociale che esista. Trovo assurdo che durante la settimana i centri commerciali, dove tra l’altro i ragazzi possono assembrarsi, siano aperti mentre le scuole restano chiuse».

C’è chi ha proposto di fare lezione proprio nei centri commerciali…
«Piuttosto suggerirei di utilizzare i musei, come accade a Reggio Emilia. E poi ci vorrebbe un piano preciso che preveda date di apertura future, come avviene nel Regno Unito, dove intanto durante il lockdown sono state fatte vaccinazioni di massa».

Ha ricevuto critiche?
«Temevo attacchi da parte dei negozianti, ma non ce ne sono stati. Tra l’altro non vedo l’ora di tornare a fare shopping. In più, stando a casa, c’è la tentazione di fare acquisti online, ma resisto…».

Suo figlio come si trova con la Dad?
«Quando rimane a casa, il rendimento ne risente. La Dad non è scuola, è un surrogato valido solo per brevi periodi, quando è davvero necessario. Ad esempio in caso di malattia. Ormai è un anno che ci troviamo in questa situazione e c’è stato tutto il tempo per mettere le scuole in sicurezza».

No alle idee “parcheggio” per i bambini con disabilità

La terza ondata della pandemia che sta colpendo l’Italia ha portato le istituzioni a dover decidere misure ancora più restrittive per cercare di frenare la circolazione del virus. A farne le spese principalmente è stata la scuola, di ogni ordine e grado.

Scuole chiuse anche sulla base delle indicazioni delle autorità sanitarie, che segnalano come le varianti del coronavirus siano più contagiose proprio sulle fasce d’età più giovani. Di fronte a questo tema però non c’è solo un capriccio degli studenti, dei bambini o dei genitori. C’è una questione enorme che ruota intorno all’educazione, al bisogno di socialità e alla tenuta stessa delle famiglie, psicologica, economica e sociale. Il punto non è tanto contestare le scelte, se esse sono necessarie.

Ma per l’ennesima volta dobbiamo constatare che esse sono state prese senza le necessarie e tempestive contromisure. Se l’esigenza è chiudere le scuole, si chiudano a tutte e tutti, ci armeremo di pazienza. Ma se vengono chiusi gli istituti scolastici, un minuto prima (non dopo o mai) devono essere attivate forme di sostegno reale per le famiglie: estensione dei permessi, congedi parentali, ristori immediati per babysitter o altre forme di aiuto. Oltre al non secondario tema dell’accesso alla connessione per la didattica a distanza per molti studenti.

Una questione più di altre, forse, poteva essere gestita diversamente. Inizialmente, specie per le scuole dell’infanzia, si era aperta l’ipotesi che i bambini con disabilità e i figli dei lavoratori essenziali potessero continuare a frequentare in presenza. Un’apertura durata poche ore. La soluzione finale è stata quella di consentire l’accesso ai soli bimbi con disabilità, smistandoli in istituti diversi da quelli che frequentano abitualmente, senza avere la certezza di avere gli stessi educatori/trici di sostegno.

Un servizio messo in piedi in tutta fretta, non considerando che così il rischio di creare “classi differenziali” per soli bimbi con disabilità potesse essere una via più dannosa che utile, senza considerare che per alcuni bimbi dover affrontare nuovi luoghi e nuove maestre in così poco tempo può rappresentare uno stress ulteriore più che un beneficio. Iniziative che lasciano una spiacevole sensazione, cioè che una soluzione di questo tipo sia stata fatta quasi solo per dire: «Noi un’alternativa l’abbiamo proposta, se non vi piace non aderite».

Non si sono prese neppure in considerazione altre ipotesi: si poteva limitare l’area dei lavoratori essenziali mettendo regole d’accesso più stringenti, si poteva pensare a forme di turnazione, si potevano creare anche delle specie di bolle (a proposito: il tracciamento?) controllate in modo capillare.

Garantendo così a più bimbi l’accesso a scuola ed evitando questa sorta di “classi ghetto”, che paiono tanto, ad alcuni genitori, dei parcheggi per disabili più che luoghi di educazione, di inclusione e di superamento degli ostacoli. Soprattutto, si poteva avere meno fretta e ragionare di più, magari insieme proprio alle famiglie.

 

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