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05. 12. 2020 09:12

Dallo smart al south working, la storia di Roberto Ceravolo: «Il mio esodo da Milano»

Il periodo di emergenza sanitaria ha costretto il mondo del lavoro a fare i conti con il South Working.

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In molti vorrebbero un lavoro “vista mare”. Per alcuni è realtà. Dall’inizio della pandemia, grazie alla possibilità di lavorare in smartworking, parecchi fuori sede hanno scelto di rientrare a casa e lavorare da remoto.

Molti sono diventati South Worker e hanno trovato nelle regioni del Meridione un nuovo “ufficio”: secondo i dati Svimez sono circa 45 mila, se si considerano solo i dipendenti delle grandi aziende. Da maggio, Roberto Ceravolo, trentaquattrenne senior manager di una multinazionale ha lasciato Milano per tornare nel suo paese d’origine, Pizzo Calabro.

Una scelta comunque non facile, dettata da fattori economici ma non solo. Primo fra tutti, un forte senso di appartenenza al proprio territorio di origine. «Dopo la laurea ho lavorato a Torino e poi per un periodo a New York ma non pianificavo il mio futuro lontano da casa. – ci racconta Roberto – O almeno, così distante dalle mie radici. E così sono tornato in Italia, a Milano».

Qual è stato il primo impatto con la città?

Roberto Ceravolo

«Abbastanza traumatico: ero molto stanco, poiché in pochissimi giorni ho organizzato due traslochi, da New York a Pizzo e da lì a Milano. La prima sera in città ero a cena con alcuni amici al Giambellino: quando sono uscito dal ristorante la macchina era sparita».

La seconda impressione è stata migliore?

«Sono rimasto affascinato dai nuovi quartieri, soprattutto, da Citylife. Purtroppo, mi sono scontrato subito con i prezzi folli dell’area. Non potevo permettermi un appartamento in quel quartiere e anche altrove non c’erano grandi occasioni. Alla fine, ho optato per una soluzione che fosse vicina alla mia azienda, in provincia di Varese».

Qual è il ricordo del tuo primo periodo a Milano?

«Sono partito molto prevenuto e con aspettative piuttosto basse».

Forse perché arrivavi da New York?

«Lasciavo una grande metropoli ma ne ho trovata un’altra altrettanto bella, per aspetti differenti e ho dovuto ricredermi. Milano ha un’allure mondana e un respiro internazionale: sono rimasto colpito dalla quantità e qualità degli eventi che ospitava (Le cosiddette “Week” NDR) e i tanti aspetti della cultura italiana: arte, design e moda che una metropoli multietnica e accogliente come Milano sa valorizzare al meglio».

Cosa, invece, non ti è piaciuto?

«Il costo della vita è troppo elevato, rispetto agli stipendi. Trovo che sia davvero troppo cara: ci sono migliaia di ristoranti, locali e luoghi dove divertirsi ma i prezzi non sono proporzionati all’offerta, soprattutto, per la fascia che va dai trenta ai quarant’anni. Quel periodo in cui non frequenti più i locali low cost da studenti ma non puoi nemmeno permetterti cene in posti lussuosi, come un professionista affermato».

Pensi che questa sia una delle cause che ha spinto molti a lasciare Milano?

«Ne sono convinto: è meglio godere il proprio stipendio che lasciarlo al padrone di casa. Occorrerebbe affrontare seriamente il tema degli affitti. È una spina nel fianco per tutti i fuori sede: lavoratori e studenti».

Questo vale anche per te?

«Sicuramente. Ora vivo in una grande casa vista mare e, nonostante il mutuo, riesco a risparmiare circa mille euro al mese. Poi volevo essere vicino alla mia famiglia e agli amici di sempre, in un periodo storico difficile. In estate è perfetto: c’è il mare e il territorio si anima. In inverno, sento maggiormente la mancanza delle comodità di una grande città come Milano. Anche la mentalità è diversa…».

Cioè?

«Chi rimane al sud a venticinque anni ha già la responsabilità di una famiglia. A Milano e nelle altre grandi città, prima pensi alla carriera e a sviluppare dal punto di vista sociale e culturale la tua persona. E solo dopo aver raggiunto determinati obiettivi, metti su famiglia. Per questo motivo, dove vivo ora non esistono alternative di svago per i trenta-quarantenni».

Le cose cambieranno, grazie a una filosofia più diffusa del lavoro agile?

«L’Italia crescerà in modo più equo e mi piacerebbe contribuire a uno sviluppo della mia terra. Finalmente, anche il Sud può avere la sua possibilità di crescita e, quindi, di riscatto. Sarebbe una gioia vedere rifiorire i piccoli centri, disabitati da anni. Servono, però, politiche e un set di strumenti normativi per lavoratori e imprese che incentivino questa forma di rientro, e non mi riferiscono solo da nord a sud».

Milano – Pizzo Calabro solo andata?

«Non è detto. Potrei ritrasferirmi a Milano per alcuni periodi all’anno, o magari tornare per sempre. Oppure, considerarla come un bel luogo di vacanza. Lo smartworking rende tutto più fluido: non c’è più nulla di immutabile. Una situazione liquida che andrebbe sfruttata al meglio, per generare anche un ritorno economico in tanti settori. Questa volta in entrambe le direzioni».

 

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