fede poggipollini
fede poggipollini

Da 25 anni Fede Poggipollini condivide, insieme con le sue chitarre, il palco con Luciano Ligabue. Lo fa anche a San Siro, per un ritorno tanto atteso: «Sono le nostre nozze d’argento, Luciano lo ricorda ogni volta che mi presenta, ma credo la consacrazione sarà completa nella mia Bologna (il 6 luglio al Dall’Ara, ndr) che è la sua Emilia», racconta il chitarrista in esclusiva a Mi-Tomorrow.

Ricordi il primo incontro con Ligabue?
«Suonavo con i Litfiba e mi chiamarono per fare un provino con Luciano che aveva necessità di cambiare formazione per avere accanto dei musicisti che potessero tirare fuori qualcosa di proprio, perché lui si è sempre definito un cantautore con una band. Io, Rigo Righetti e Roby Pellati provammo alcuni dei suoi brani che gli piacquero subito, poi facemmo un piccolo tour all’estero e registrammo Dio è morto in un tributo ad Augusto Daolio».

È cambiato qualcosa in questi 25 anni?
«Insieme abbiamo fatto tantissime cose, una più bella dell’altra e sempre con la stessa passione, per me quasi adolescenziale. Mi ha dato la possibilità di mantenere il brio dell’inizio e per me è sempre una grande emozione suonare con lui, anche perché io non do mai nulla per scontato. Nel tempo, naturalmente, sono cambiati i meccanismi, il pubblico e, in generale, il modo di stare sul palco. Ma una cosa rimane immutata: la musica live ha bisogno di verità, di musicisti che si mettono ogni sera in gioco mostrando l’anima. Ben vengano anche le imprecisioni».

Quindi è un concerto diverso?
«È più vicino a quelli di Luciano prima maniera, la sua voce è migliore di prima (il riferimento è all’operazione alle corde vocali del 2017, ndr). La band è rodata e il nuovo batterista (Ivano Zanotti, ndr) si è integrato benissimo, lo spettacolo è molto rock, abbiamo cercato di recuperare in musica vera, utilizzando meno computer».

Però le prime date sono state sotto le aspettative.
«Dal 1994 è sempre stato un crescendo, questa è la prima volta che c’è un cambiamento radicale ed è la prima volta che me ne accorgo».

Ti sei chiesto perché?
«È cambiato il modo di ascoltare e di vivere la musica. È tutto più veloce e l’offerta è grandissima, ci sono molti artisti nuovi, tendenze diverse e un cambiamento generazionale. A un certo punto il pubblico che è formato principalmente da giovani ha voglia di ascoltare altre cose, i soldi sono pochi a causa della crisi e gli spettacoli costano perché, più importante è l’allestimento, più deve costare il biglietto».

Poi c’è chi, come Ed Sheeran, ha sbancato San Siro con la sua chitarra…
«Un fenomeno, l’unico al mondo che possa fare uno stadio da solo».

Come sarà il tuo San Siro?
«Una data importante come tutte, in un posto in cui ho visto tantissimi concerti. Un tempio del calcio che si trasforma in un tempio della musica che sarà bellissimo vedere pieno, quando sei lì in mezzo è come se il terzo anello ti venga addosso. Una roba potentissima».

Concerti a parte, dopo Nero stai lavorando a un altro disco da solista?
«Ho già pronto un album, ma aspetto il momento giusto per pubblicarlo perché voglio promuoverlo per bene ed è importante che io abbia tempo. Ho la fortuna di suonare molto in giro, non ho obiettivi se non quello di fare qualcosa che mi piace. In questo nuovo lavoro, prodotto come il precedente da Michael Urbano, ex batterista della band del Liga, ho cercato dei brani di cantautorato italiano (Prudente, Graziani, Lavezzi, ndr) con un bel suono e ci ho lavorato con un matto. E poi sarò anche in tv in un nuovo progetto di prima serata».


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