lucio fontana
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A New York si celebra Lucio Fontana. Grande conoscitore e amante di Milano, il pittore italo-argentino vissuto nel ‘900 è il protagonista di tre mostre a Manhattan. Tra queste, all’Istituto Italiano di Cultura, “Spatial Explorations: Lucio Fontana and the Avant-garde in Milan in the 50s and 60s”, aperta fino al 9 marzo e curata dal professore milanese Francesco Tedeschi, ordinario di Storia dell’arte contemporanea all’Università Cattolica.

Professore, perché una mostra su Lucio Fontana oggi?

«Perché è sempre attuale ed è centrale per capire l’arte della seconda metà del ‘900. È stato un innovatore, anche se forse la sua idea di futuro non si è mai realizzata».

Oltre alla mostra di cui è curatore, grazie al lavoro della Fondazione Fontana il pittore è sbarcato anche al Met-Breurer di Manhattan: come mai questa attenzione all’estero?

«La Fondazione ha mostrato di valorizzare e curare a pieno l’eredità culturale dell’artista. E la sua importanza internazionale è andata crescendo negli ultimi anni».

Perché proprio New York?

«Fontana era più milanese che italo-argentino, ma allo stesso tempo un amante del mondo e degli spazi. Il che lo rende protagonista nella città cosmopolita per eccellenza, anche a distanza d’anni».

La mostra di cui è curatore si focalizza sul rapporto tra arte e spazio nella Milano degli anni ’50 e ’60. Se Fontana vivesse la Milano di oggi, che artista sarebbe?

«Avrebbe lo stesso approccio».

Ovvero?

«Si sarebbe avvicinato alla tecnologia e al digitale, perché ha sempre avuto uno stretto contatto con gli strumenti “nuovi” del suo tempo».

E poi?

«Avrebbe cercato un rapporto con il materiale visivo, usando l’innovazione per entrare in contatto con la realtà, fisica e non, della città di oggi».

Che rapporto c’è tra arte e innovazione?

«Gli artisti sono tra i primi a sintonizzarsi, sempre. E l’arte è molto presente nel dialogo con le nuove tecnologie».

È un periodo storico in cui le città si fanno spesso “stato”. Che rapporto ha l’eredità di Fontana con la Milano europea di oggi?

«La città è stratificazione del modo di leggere gli spazi. E le tracce artistiche di Fontana sono ovunque, si possono toccare e vedere, anche in alcuni dei progetti rimasti inconclusi».

Come in Duomo?

«Sì. Perché le sue idee andavano al di là dei singoli lavori».

Lei è un “radicato milanese”, nato e cresciuto a Milano: che città culturale vede oggi?

«C’è un momento di grande effervescenza, non c’è dubbio. Una vitalità che la pone al livello di altre capitali culturali europee come Berlino e Parigi, e attira molti stranieri a viverla».

Si può mantenere questa vitalità come un valore?

«Sì. E va governata, ma non controllata».

In che modo?

«Deve essere garantita la spontaneità dell’estro artistico, ma allo stesso tempo Milano non deve snaturarsi».

Come fare in futuro?

«Si deve sempre salvaguardare l’equilibrio tra le iniziative di grande richiamo al pubblico, e la valorizzazione del patrimonio storico».

Avanguardia e contro-cultura: che ruolo hanno a Milano?

«Si deve averne cura per mantenere vivo quell’equilibrio tra novità e tradizione».

A Milano c’è il rischio che questo equilibrio si perda?

«Tutte le città che vivono processi di gentrification lo corrono, ma le istituzioni culturali milanesi mi sembrano attente».

L’ARTE DI FONTANA

Nato in Argentina nel 1899, Lucio Fontana ha trascorso parte della sua vita a Milano, dove si è diplomato all’Accademia di Brera nel 1930. È il principale esponente del movimento artistico dello “Spazialismo”, in cui luce e spazio vengono visti come fondamento della concezione artistica, e viene superata la distinzione tradizionale tra pittura e scultura.

“FONTANAMANIA”

Oltre alla mostra “Spatial Explorations: Lucio Fontana and the Avant-garde in Milan in the 50s and 60s”, aperta fino al 9 marzo all’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con Banca Intesa San Paolo, Lucio Fontana è tra i protagonisti di altre due mostre a New York. “Lucio Fontana: on the Threshold”, al Met-Breurer, e “Lucio Fontana: Ambiente Espacial, 1968” al Museo del Barrio. Entrambe a Manhattan, rimarranno aperte fino al 14 aprile.

FRANCESCO TEDESCHI

Nato e cresciuto a Milano, Francesco Tedeschi è Professore ordinario di Storia dell’arte contemporanea nella facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove ha frequentato lui stesso l’università e si è laureato. Oggi insegna Storia dell’arte contemporanea presso i corsi di Laurea Magistrale in Archeologia e Storia dell’arte e il corso triennale di Scienze dei Beni Culturali.

DOVE CI SIAMO INCONTRATI

All’Istituto Italiano di Cultura di New York, diretto da Giorgio van Straten, situato su 686 Park Avenue di fianco al Consolato Generale d’Italia a Manhattan.


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