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Milano
13. 05. 2021 00:02

Un”Modello Milano” senza dimenticare la periferia: «Serve dialogo con l’hinterland»

Modello Milano?, il nuovo libro dell’architetto classe ‘94 Alberto Bortolotti, prova a rimettere al centro un tema spesso sommerso: «Ci sono tante aree in periferia da valorizzare»

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Milano è un modello, o no? E se sì, in che termini? Da anni si susseguono discussioni e studi sulla città e il suo sviluppo. Il giovane architetto Alberto Bortolotti ha provato a dare la sua versione con il libro “Modello Milano?” nel quale prende in esame, in particolare, tre aree della città: Cascina Merlata, Mind e Scalo Farini.

Com’è nata l’idea di questa pubblicazione?

«È un lavoro di ricerca partito dalla mia tesi di laurea per il Politecnico. Volevo indagare la questione del così detto Modello Milano in relazione allo sviluppo urbano, in particolare dopo Expo 2015: capire come la crescita economica prenda forma nelle grandi trasformazioni della città analizzate».

Quindi ha ancora senso parlare di Modello Milano?

«Nel libro ci sono pareri favorevoli e altri più negativi a riguardo. È fondamentale discuterne. Ritengo che nelle strategie di sviluppo della città si debba tenere più conto dell’area metropolitana e dell’interazione con le province vicine. È importante che Milano non resti un organismo autonomo che compete solo con le altre grandi città estere. Deve costruire sinergie con i territori limitrofi».

Milano, dunque, è “europea” a tutti gli effetti?

«Sicuramente è la città più internazionale d’Italia, la dimostrazione è data dal fatto che compete con le altre metropoli per eventi come Expo o le Olimpiadi invernali. Può migliorare ancora in fatto di visibilità».

Come ha influito la pandemia nello sviluppo urbanistico?

«È fondamentale proseguire nella strada tracciata della città dei 15 minuti, ossia fare in modo che in tutti i quartieri i servizi fondamentali siano a portata di mano, dalla mobilità alla salute. Sarebbe bello, poi, che ogni quartiere sviluppasse una propria identità ben definita».

Siamo pronti per rendere Milano a misura di bici o comunque più sostenibile?

«È una sfida aperta, penso che l’amministrazione si sia mossa bene con le nuove ciclabili anche se la strada per liberarsi dai mezzi inquinanti è ancora lunga. L’ideale sarebbe rendere l’area del centro accessibile esclusivamente ai residenti e, nel frattempo, sviluppare una strategia per la mobilità lenta».

Come vedi gli interventi di urbanistica tattica che negli ultimi tempi hanno colorato alcune aree della città?

«Penso possano essere uno strumento interessante nel lungo periodo, se utilizzato con una certa ciclicità. Sarebbe importante immaginare progetti insieme alle associazioni presenti in ogni quartiere».

Il progetto di Mind è replicabile in altre zone di Milano?

«Senza dubbio Mind, insieme a Rho-Fiera e Cascina Merlata, è ormai un sistema, un nuovo grande quartiere per la città. Ci sono molte altre aree disponibili per operazioni simili, anche se non è semplice riqualificarle in modo sostenibile. Adesso si sta lavorando sugli ex scali ferroviari, ma degno di nota è il comparto Falck di Sesto, che conserva un grande patrimonio di archeologia industriale. Qui si potrebbero fare eventi e installazioni temporanee».

Hai vissuto per un periodo in Corea del Sud. Che visione hanno dello sviluppo urbano rispetto a noi?

«L’approccio lì è molto diverso, hanno un’attenzione per l’ambiente e la fauna che a noi manca. Studiano i progetti in stretta relazione con il luogo in cui si trovano, un aspetto che da noi è ancora poco presente, ma che diventerà sempre più importante in futuro».

 

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