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01. 12. 2021 09:51

La resa dei conti: dal mito dell’eccellenza lombarda al coronavirus. «Si poteva fare di più?»

Ascesa e declino di un sistema che, ora più che mai, ha pagato atavici tagli soprattutto nel pubblico. Ma c’è pure chi pensa che meglio di così, con il Covid, non si potesse fare

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«Si poteva fare di più?» è la domanda più inflazionata di questo periodo segnato dal coronavirus. Se lo chiede chi osserva le statistiche, ma soprattutto chi ha stampate certe immagini nella mente: terapie intensive stracolme, fiato corto, il rumore monotono e cadenzato dei ventilatori e gli occhi di chi gioca la partita più difficile, quella tra la vita e la morte.

La resa dei conti: dal mito dell’eccellenza lombarda al coronavirus

A tre mesi esatti dal lockdown, la Lombardia conta oltre 90.000 contagiati e 16.500 morti. Il coronavirus ha colpito qui più forte che altrove. La sanità ha fatto davvero il possibile oppure la tanto decantata “eccellenza lombarda” ha pagato anni di tagli e il trasferimento delle risorse dal pubblico al privato?

Breve storia del sistema sanitario. Per comprendere meglio le disfunzioni della sanità lombarda bisogna correre a ritroso nel tempo fino al 1978, anno in cui venne istituito il Sistema Sanitario Nazionale garantendo cure per tutti. Ma la filosofia alla base dell’SSN non uscì indenne dal feroce neoliberismo degli anni ‘80. Nel 1992, durante una delle crisi più profonde in Italia seguite allo scandalo di Tangentopoli, il governo Amato varò una delle leggi finanziarie più rigide, che ebbe come conseguenza anche lo stravolgimento della sanità pubblica.

Cambiamenti. Le USL diventarono ASL. Potrebbe sembrare un semplice cambio di denominazione, ma i sistemi sanitari locali vennero trasformati in grandi aziende pubbliche con a capo manager il cui compito era garantire il pareggio di bilancio. Anche il sistema dei finanziamenti fu modificato: il SSN iniziò ad erogarli in base alle prestazioni fornite dai presidi ospedalieri. Venne introdotto anche il cosiddetto principio di sussidiarietà, ovvero l’equiparazione formale delle strutture private con quelle pubbliche. Si aprirono, così, le casse dello Stato erogando finanziamenti anche ai privati in base ai servizi offerti. La ciliegina sulla torta arrivò nel 2001 con la legge Bassanini che demandò gran parte della gestione della sanità direttamente in capo alle Regioni.

Panorama lombardo. In Lombardia, su 1.050 strutture ospedaliere presenti, 789 sono in mano ai privati, specializzati soprattutto nei servizi che ottengono maggiori finanziamenti dal SSN: chirurgia e Rsa su tutti. Mentre negli ultimi 10 anni sono stati tagliati oltre 37 miliardi di euro alla sanità pubblica, le strutture private continuano a fare affari d’oro. Il tutto si lega indissolubilmente all’apparato istituzionale lombardo. La Regione è responsabile del sistema di controllo e – per gran parte – anche delle erogazioni di risorse relative alla Sanità Pubblica. Non a caso spesso i piani alti di Palazzo Lombardia sono finiti sotto la lente della Magistratura. Il caso più lampante ha avuto come protagonista Roberto Formigoni, accusato e condannato per aver finanziato strutture private in cambio di “benefit”.

Quelle ombre su Fontana: il caso Dama, raccontato da Report

I riflettori sui rapporti tra il pubblico e il privato si sono accesi arrivando ad interessare anche il presidente Fontana, il quale è finito nel mezzo dello “scandalo camici”. Tutto ha origine nel bel mezzo della crisi epidemiologica, quando i dispositivi di protezione sono introvabili e molte aziende decidono di convertire la propria produzione per sostenere il sistema sanitario in questo “sforzo bellico” nella lotta al coronavirus.

Attilio Fontana
Attilio Fontana

Gare d’appalto. Regione Lombardia indice così delle gare d’appalto per assegnare finanziamenti rivolti alla fabbricazione dei dpi. Ad occuparsi di tutto ciò è Aria, l’azienda regionale agli acquisti. Sul sito di Aria è consultabile la lista dei vincitori dei bandi. Tra questi spunta anche il nome di Dama s.p.a di Andrea Dini, cognato del presidente. Non finisce qui: una quota di questa società appartiene alla moglie di Fontana.

Incongruenze. Ma la maggior incongruenza riguarda l’assegnazione del finanziamento da circa 500mila euro attribuito senza partecipare ad alcuna gara. Nel mese di maggio la trasmissione Report ha iniziato ad indagare sui movimenti tra Aria e l’azienda di Dini: proprio in quel periodo il cognato di Fontana ha rinunciato al finanziamento ottenuto e ha fornito una commessa di camici alla Regione gratuitamente attraverso una donazione.

Le voci raccolte da Fabio Implicito

«Non siamo numeri»

ferro
ferro

Salvatore Ferro – Segretario territoriale Nursind Varese, 51 anni
«Siamo sotto il Pirellone per rivendicare una giusta retribuzione per gli infermieri: la nostra è una delle più basse d’Europa. L’emergenza Covid ci ha visti protagonisti e ormai siamo al centro del dibattito pubblico. Siamo stati caricati di enormi responsabilità in questi ultimi mesi, ma nessuna tutela e soprattutto professionalità, ci è stata riconosciuta. La sanità pubblica ci valuta ancora attraverso un calcolo assistenziale basato sui minuti: non siamo numeri».

 

«Ossigeno anche per noi»

caruso
caruso

Caruso Alfonso – Segretario territoriale Nursind Brescia, 43 anni
«Siamo scesi per strada per denunciare la carenza di personale infermieristico nelle strutture sanitarie lombarde.
La mancanza di personale si traduce in meno sicurezza per i pazienti, i quali molto spesso non possono essere seguiti a dovere. L’emergenza Covid ci ha messo a dura prova e al momento siamo esausti. Abbiamo anche noi bisogno di rifiatare, ma ci negano addirittura le ferie che, credo di parlare a nomi di tutti, meritiamo ampiamente».

 

«Basta chiamarci angeli»

cosi
cosi

Donato Cosi – Coordinatore Nursind Lombardia, 45 anni
«Siamo qui per commemorare prima di tutto i nostri 40 colleghi che hanno perso la vita durante questa battaglia.
Ci hanno chiamati eroi, ci hanno definito come degli angeli, ma questo non basta. Ora che l’epidemia sta scemando sembra che qualcuno inizi a dimenticarsi di noi. Chiediamo che la Regione riconosca la nostra professionalità e ci equipari a livello contrattuale agli standard europei, rimpolpando anche l’organico dove necessario».

 

«Nessuna mancetta: giustizia»

lomonaco
lomonaco

Emanuele Lomonaco – Infermiere, 51 anni
«All’inizio dell’emergenza eravamo tutti eroi.
Con il passare del tempo la gente si è dimenticata di noi, istituzioni comprese. Abbiamo dato sempre il massimo durante l’emergenza, e la nostra professionalità la abbiamo mostrata già in tempi in cui il coronavirus non esisteva ancora nelle nostre menti. Tuttavia questa professionalità non ha ottenuto ancora un riconoscimento. Non ci interessano le mancette: chiediamo giustizia, anche per i nostri compagni scomparsi».

 

«Dimenticati dalle istituzioni»

gamba
gamba

Michela Gamba – Ostetrica, 49 anni
«Sono un’ostetrica e purtroppo la mia categoria è stata completamente dimenticata durante questa pandemia.
Si parla sempre degli infermieri come eroi, ma anche noi abbiamo fornito sempre e comunque assistenza, contribuendo alla serenità delle coppie in un momento tanto speciale quanto delicato come la nascita di un figlio. Sono soprattutto le istituzioni a non considerarci.
Negli ultimi decreti siamo state escluse da tutte le agevolazioni concesse ad altre categorie».

 

«Tutta colpa della politica»

rabattin
rabattin

Cristina Rabattin – Addetta alle pulizie, 49 anni
«Secondo me la situazione sanitaria in Lombardia è stata gestita molto male. Le colpe sono imputabili alla politica: siamo tutti d’accordo che sono loro i responsabili della gestione sanitaria. Erano necessari maggiori investimenti per quanto riguarda le strutture ospedaliere e soprattutto per ampliare l’organico del personale medico. Mi auguro che agiscano in fretta per sopperire a queste mancanze e per non farci trovare impreparati in futuro».

 

«Bene, non benissimo»

saporiti
saporiti

Marco Saporiti – Dottorando, 30 anni
«A tre mesi dall’inizio del lockdown posso affermare che la situazione è stata gestita abbastanza bene, ma qualcosa di più poteva esser fatto. Se penso alle terapie intensive e alla mancanza dei dispositivi di protezione è ovvio credere di essersi mossi in ritardo. Da altro canto, a favore della Regione, gioca anche l’eccezionalità del contesto: non credo che nessuno di noi potesse immaginare una pandemia di tale portata.
E la Lombardia è un unicum nel nostro Paese».

 

«Regione senza colpe»

francesca b.
francesca b.

Francesca B. – Disoccupata, 50 anni
«Nonostante la carenza di posti nelle terapie intensive e la mancanza di mascherine nella fase più acuta della pandemia credo che la situazione sia stata gestita bene.
Rimando al mittente anche le accuse sui ritardi nell’intervento da parte della Regione: come si può programmare qualcosa che non si conosce?
Spero che tutto volga al termine in fretta, anche questa crisi economica che spesso mi fa pensare: “Come si può campare così?”».

 

«Tanti dubbi sui dati»

pretalli
pretalli

Chiara Pretalli – Studentessa, 19 anni
«Rispetto ad altre regioni, l’emergenza in Lombardia è stata gestita non in maniera ottimale. Penso soprattutto alle Rsa, dove ho anche mio nonno ricoverato.
Giustamente non possiamo visitarlo, ma non ci vengono fornite informazioni e siamo costantemente in apprensione.
Sono convinta che la Regione abbia agito in ritardo e ci sono tutt’ora delle carenze.
I controlli a tappeto non sono mai stati fatti e ho anche dei dubbi sui dati pubblicati».

 

«Fatto il possibile»

luchetti
luchetti

Samuele Luchetti – Studente, 21 anni
«La pandemia è stata una dura prova per tutti, ma non credo si potesse fare meglio.
Il virus ci ha colti di sorpresa e ovviamente all’inizio eravamo impreparati a fronteggiare una situazione che all’epoca era inimmaginabile. Capita poi la gravità, credo che la Regione abbia messo in campo tutte le misure possibili e necessarie per arginare l’epidemia. Questa esperienza sarà un insegnamento per il futuro: non ci faremo trovare nuovamente impreparati».

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