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11. 04. 2021 06:47

Archindependence day: e se perdessimo il Duomo di Milano?

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Le Twin Towers a New York, le città di Palmira e Bosra in Siria, i Buddha di Bamiyan in Afghanistan, ma anche la Grande moschea di Samarra in Iraq e Cirene in Libia: la realtà purtroppo supera spesso la fantasia e l’elenco delle distruzioni causate da guerre e fanatismi nel mondo è lungo, nonostante la fantasia, il cinema per esempio, si sia data da fare e parecchio in materia. Da Godzilla a Il pianeta delle scimmie, da Deep impact a Mars attacks!, passando per The core e Independence day, tanti i film che hanno ipotizzato la distruzione di monumenti simbolo dell’umanità.

Ci ha pensato anche l’associazione genovese Disordine degli architetti: nel 2018, anno europeo del patrimonio culturale, prendendo spunto dal titolo del film campione d’incassi di Roland Emmerich, hanno lanciato l’Archindependence day, un concorso sperimentale di idee che immaginava di mettere sotto attacco alieno monumenti simbolo dell’Italia (il Colosseo a Roma, la Torre di Pisa, la Lanterna di Genova e appunto il Duomo di Milano).

Proposta piuttosto ardita, non c’è che dire, rivolta agli addetti ai lavori (studenti, professionisti iscritti all’albo e professionisti in pensione), ma che cela, in realtà, al suo interno un invito alla riflessione per tutti noi: è vero, l’attualità ci ha obbligati a confrontarci con attacchi terroristici e calamità naturali che hanno messo in ginocchio edifici, sculture o intere città, ma sono molti anche gli esempi di luoghi che versano in condizione di pericolo a causa di restauri, risanamenti e consolidamenti che non vengono effettuati con il dovuto tempismo.

Insomma, senza scomodare il terrorismo, ogni architettura ha il suo alieno, il suo assedio da cui ogni giorno, con fatica, deve proteggersi, sia esso un territorio fragile, la gravità, l’inquinamento o un turismo aggressivo e maleducato. «Partendo dal concetto che nulla è eterno – spiega il collettivo ligure – abbiamo voluto dare una sbirciatina al futuro, con l’obiettivo di rendere più forte il nostro presente, riavvicinando la popolazione a luoghi che, in molti casi, sono vittime esclusivamente di turismo take away e nulla più, attraverso il tema dell’assenza e della sostituzione. Essere visionari vuol dire prevedere il futuro e, in un certo senso, tutelarlo».

Da qui la sfida, raccolta da una ventina di gruppi di lavoro: immaginare la catastrofe, ipotizzare di dover ricostruire e ridare un carattere alla nostra identità. Da destruction a disruptive innovation potremmo dire. Quali soluzioni adottare, cosa fare? Fino al 19 marzo sul sito disordinedegliarchitetti.com c’è tempo per conoscere e votare i sei progetti finalisti, che – ed è già una notizia – si concentrano solo su Pisa e Milano: a Roma e Genova hanno per il momento vinto gli alieni.

I TRE PROGETTI FINALISTI

1) Gruppo 500 (Paolo ed Elena Giuliani)

Al posto della vecchia Cattedrale spazio a un nuovo luogo di culto aperto anche alle altre confessioni religiose. La forma e lo stile non particolarmente definiti permettono una lettura generalista dell’opera senza focalizzazioni su una religione in particolare: tra le guglie trovano posto statue di rappresentanti sacri delle varie confessioni. La struttura prevalente è in cemento armato, con pareti verticali esterne e contropareti rivestite in lastre di pietra naturale con diversi effetti cromatici. Ogni area religiosa ha una copertura composta da semicupole in acciaio e vetro antisfondamento, con piastrelle di materiale fotovoltaico per produrre energia elettrica per illuminazione/areazione.

2) Gruppo 600 (Anna Maria Ragni, Beatrice Chiavaroli, Beatrice Sisti, Gianmarco Aquilani, Giorgiano Rivera-Arill)

Agli angoli gotici del Duomo andato distrutto vengono contrapposte le linee sinuose di una struttura moderna ed ecosostenibile, privata di decorazioni architettoniche, che accoglie quattro diversi luoghi di culto dedicati a buddismo, islam, induismo e cristianesimo, con un percorso che funge da anello di congiunzione tra i vari spazi. Altri due percorsi mobili consentono di raggiungere il piano superiore. «La vita – spiegano i curatori – è il battito cardiaco: abbiamo scelto questa immagine e arrotondato le forme in nome della dolcezza per caratterizzare temi dell’incontro e dell’unione».

3) Gruppo 700 (Stefan Davidovici)

Il Duomo riflette fedelmente la percezione e visione dell’universo dei suoi abitanti proprio come fa la stessa città di Milano: la nuova Cattedrale ipotizzata e disegnata dal trentanovenne architetto nato a Bucarest e milanese d’adozione cresce sul e dall’attuale edificio e rappresenta un mondo più esteso e complesso che mai, unendo passato e futuro, nella convinzione – spiega il curatore – che il Duomo sia una nave gigante che attraversa il tempo.

«Non diamo nulla per scontato»

Capetti: «Così ci siamo inventati l’Archindependence day»

A colloquio con Eugenio Cappetti, architetto genovese, fondatore nel 2017, assieme alla collega Chiara Giolito e al giornalista Matteo Politanò, tutti under 35, dell’associazione culturale Disordine degli architetti, che è anche un magazine online per parlare di architettura nei suoi lati meno convenzionali e più quotidiani.

Come è nato l’Archindependence day?
«Tutte le nostre attività cercano di avvicinare il maggior numero di persone al mondo dell’architettura e alla cultura del progetto, sfruttando accostamenti e format inediti, un linguaggio fresco e riferimenti condivisi. Il concorso va proprio in questa direzione: vogliamo stimolare una riflessione sulle potenzialità/criticità di monumenti simbolo del nostro Paese, che rischiano di essere dati per scontati, per risvegliare le coscienze anche sul presente e sul futuro di quel che monumentale non è o non è considerato».

Come è andata?
«Siamo molto soddisfatti: sono arrivati progetti di grande qualità, magari non proprio estetica per tutti, ma sicuramente intellettuale e culturale. I sei progetti finalisti hanno centrato il tema e sono riusciti a comprendere l’obiettivo del concorso, sviluppandolo in modo concreto ed elegante: lo hanno preso come un gioco molto serio, proprio come volevamo. Abbiamo capito che ci sono tanti architetti in giro che hanno sensibilità in questa direzione e si sentono magari bloccati da un certo tipo di mentalità iper conservatrice».

Da Roma e Genova nessun progetto: semplice casualità o c’è, secondo voi, dell’altro?
«Tendiamo a optare per la prima ipotesi: abbiamo avuto iscrizioni dalle due città, ma che non si sono poi tradotte in elaborati finali, forse per mancanza di tempo. Fin da subito, nel presentare il concorso, Pisa e Milano si sono, comunque, mostrate, va detto, più ricettive ed entusiaste».

Genova ha, peraltro, avuto le sue belle gatte da pelare, con il crollo del Ponte Morandi…
«È la dimostrazione di come effettivamente gli alieni esistano e si chiamino anche incuria, poca manutenzione, disinteresse. Tocca alla magistratura far luce su quanto successo e individuare i responsabili: per noi è stato doloroso vivere quei momenti e la città porta ancora addosso i segni e la sensazione terribile di quel 14 agosto. L’aria è diversa: da un lato c’è tanta voglia di reagire e di ripartire, ma si avvertono anche tristezza e solitudine, fatica e desolazione».

Tornando al concorso, ci saranno repliche e/o evoluzioni?
«Sì. Il prossimo Archindependence day partirà con tutta probabilità nel 2020, anche se dobbiamo ancora stabilire se sarà di respiro nazionale o europeo. Di certo non mancheranno novità e magari non si parlerà più di alieni…».


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