«Beppe Sala infame. Torna nei quartieri di lusso». Eravamo rimasti qui, ai muri imbrattati venerdì mattina al mercato di piazzale Ferrara, al Corvetto. Le foto di quelle scritte hanno riacceso, potente, la fiamma sulle periferie milanesi, sulla distanza letterale e metaforica dal centro. Sul fatto che, se è vero che Milano è «la città italiana con la migliore qualità della vita», è anche vero che gli studi, le classifiche, i trend non possono mai rappresentare l’interezza di un popolo.

Ebbene, siamo tornati al Corvetto per provare a capire. Capire se quella frase su quel muro sia solo figlia dello sfregio di un gruppo di antagonisti o se, in realtà, abbracci un consenso ben più ampio. Qui la gente parla poco, va detto. Non è stato e non è facile comprendere quali siano le criticità ancora scoperte e quei punti di forza non ancora – o poco – valorizzati per poter integrare al tessuto cittadino una realtà periferica complessa.

Firmato. Come detto, è il mercato di piazzale Ferrara il teatro delle scritte d’odio comparse in occasione dell’inaugurazione di Made in Corvetto, primo punto di comunità di Lacittàintorno, progetto di riqualificazione urbana promosso da Fondazione Cariplo. E non è di certo passata inosservata l’identità che il gruppo di antagonisti ha utilizzato per recapitare il messaggio al sindaco: “il Corvetto”.

Un gruppo che si identifica in un intero quartiere. Ma è davvero così? All’ingresso del mercato abbiamo trovato un lungo messaggio scritto su una serie di fogli A4 attaccati l’uno all’altro: «Se pensate di difendere e costruire la comunità del quartiere che faticosamente cerca di migliorarlo distruggendo i progetti collettivi fatti con i bambini. Sbagliate di grosso. I nostri figli vi disprezzano». Un messaggio chiaro, duro, inequivocabile, firmato ancora una volta “il Corvetto”. Insomma, il Corvetto è un quartiere dove voci molto diverse tra loro hanno bisogno di farsi sentire e, in questo momento, sono indissolubili e rappresentative delle problematiche che lo tengono in bilico tra una complicata qualità della vita e il desiderio imperituro di rinascita.

Voci dal quartiere. Tanti cittadini della zona si sono confrontati con noi, pur con una dose massiccia di diffidenza. È un’aria controversa quella che si respira per le vie del Corvetto: numerosi voci in contrasto, pur con il denominatore comune di voler raccontare, nel bene e nel male, della vita “vera” di questo quartiere.

«Non è la prima volta che il Municipio 4 si risveglia imbrattato da murales – racconta il signor Mario, residente di lungo corso –, tuttavia, come già successo in altre zone della città in questo inizio d’anno, gli sgomberi di centri sociali e palazzine hanno intensificato la comparsa di messaggi d’odio nei confronti delle istituzioni e delle forze dell’ordine». Rincara Vincenzo, che da tanti anni abita proprio in piazzale Ferrara: «Chi c’è dietro queste scritte probabilmente non si sente rappresentato e vive in una forte condizione di disagio, peraltro non agevolata dal costo della vita di questa città. Si può essere d’accordo o meno, ma non è pasticciando i muri che le cose cambieranno».

Due anime. Secondo Irina, milanese d’adozione, «Corvetto è divisa in due. La zona delle case popolari è la più problematica, mentre le cose vanno migliorando dall’altro lato della metropolitana. Vedo spesso scritte sui muri, ogni tanto le cancellano, poi tornano nel giro di poco. È troppo facile distruggere il lavoro di altre persone quando non si è in grado di creare cose buone».

D’accordo anche Corrado, a Milano da oltre cinquant’anni: «Viviamo nella città più bella del mondo per me, ma al Corvetto c’è ancora troppo degrado. I marciapiedi sono sporchi e le aiuole sono state distrutte o rovinate. Viene proprio voglia di tirarsi su le maniche. C’è di buono che, da quando hanno messo le telecamere, alcune forme di vandalismo sono diminuite». Incontriamo anche Elena, ex giornalista, residente da poco al Corvetto: «Le voci negative mi avevano molto scoraggiata, ma ho trovato anche tanto altro qui: è un quartiere multietnico con tanti bambini. Ho trovato gentilezza e cooperazione». Carmen racconta il suo personale processo di integrazione: «Non sono italiana, vivo qui da quasi dieci anni: all’inizio non è stato semplice integrarsi, ma in questo quartiere mi trovo bene. Basta solo evitare alcune zone, si riconoscono subito».

Aler. «In poco tempo da qui si raggiungono sia il centro che Chiaravalle – sottolinea Luciano, pensionato che ha sempre vissuto il Corvetto in coppia –. Certo non viviamo il quartiere dopo un certo orario, ma negli anni sono stati tanti i miglioramenti». Di tutt’altra opinione è Xiaoyu, che qui gestisce la sua attività: «Non è una bella zona. Gira ancora tanta droga».

Anna, nativa torinese, pone l’accento sulla «difficoltà di confrontarsi. Molte persone in condizioni precarie non si sentono ascoltate e questa è loro risposta. Quello che mi fa rabbia è che tanti abitanti del quartiere sembrano essere più seccati per qualche muro rovinato piuttosto che per il grande problema che c’è dietro quelle scritte». E anche i riferimenti sono precisi: «Parlo di come sta lavorando l’Aler o della preoccupante situazione degli affitti: non tutti quelli che occupano lo fanno come segno di antagonismo, anzi». Due anime, dicevamo. Una dicotomia che ora non può più essere considerata un problema di Serie B.



PAOLO GUIDO BASSI
presidente del Municipio 4: «Ripuliremo o ci faremo altri murales»

Le recenti attività di sgombero hanno lasciato un segno sui muri del mercato. È un problema ricorrente?
«Da tanto tempo il quartiere è vittima e ostaggio delle provocazioni e dei gesti violenti che vengono fatti da alcuni gruppi abusivi che insistono su questo territorio, che è un quartiere popolare caratterizzato soprattutto da edilizia residenziale pubblica. I muri vengono deturpati da scritte contro le forze dell’ordine, contro alcuni esponenti politici, da Matteo Salvini a Giuseppe Sala, che testimoniano chiaramente il tipo di approccio che questa gente ha nei confronti della città».

Cos’è successo?
«Qui in piazzale Ferrara è stato inaugurato un progetto di riqualificazione. Nella notte precedente questa gente ha pensato bene di deturpare il mercato e le strade intorno con quelle scritte. Ci sono dei murales che, con il patrocinio del Municipio 4, gli studenti delle scuole hanno realizzato tempo fa: il lavoro di questi bambini è stato rovinato da questa gente che ha una concezione bizzarra di quello di cui questo quartiere ha bisogno».

Che aria tira al Corvetto?
«Il Municipio 4 è molto grande, ospita quasi 170mila persone, è una città nella città. Corvetto ha tutta una serie di problemi, è un quartiere sul quale si sta lavorando tanto. Da parte dell’istituzione ci sono impegno e voglia di riscatto e riqualificazione, ma c’è ancora tanto da fare».

Progetti in programma?
«Sicuramente quello che abbiamo voluto fare sin dall’inizio è rivitalizzare queste strade, cercare di stare accanto e vicino alle realtà sociali che vi operano. Fortunatamente ci sono tante associazioni che si danno da fare qui».

Quali attività hanno attecchito bene nel quartiere?
«Un progetto è quello del quartiere del libro. Qui dove hanno chiuso tutte le librerie, noi abbiamo avviato una serie di iniziative legate al book crossing: oggi in Corvetto ci sono più di venti punti di scambio di libri. Questo ha dato coraggio anche a qualche imprenditore: una piccola libreria per bambini ha aperto proprio a pochi metri da piazzale Corvetto. È un piccolo segnale di rinascita perché, comunque sia, la libreria è un centro di aggregazione».

Un bel segnale.
«Sì, come lo è stato la mostra Io mi chiamo Corvetto con le fotografie realizzate da cittadini, combaciata con il fatto che l’ex chiesa sconsacrata di viale Lucania è tornata ad essere un punto d’incontro per la comunità. Poi ci sono stati e ci sono concerti, settimane a tema, attività di screening e l’apertura di sportelli all’interno del nostro Municipio dove i cittadini possono trovare gratuitamente informazioni e orientamento su tante tematiche di vita quotidiana».

Quando verranno puliti i muri?
«I muri non sono di nostra proprietà, quindi bisogna avere il permesso anche per ripulirli. Facciamo sempre delle segnalazioni ai proprietari. Le scritte sui caseggiati Aler, avendo un buon rapporto con l’azienda, riusciamo a farle rimuovere in tempi abbastanza rapidi. È capitato che ci si mettesse anche in prima persona a ripulirle. Lo abbiamo fatto alla chiesa di San Michele e Santa Rita su sollecitazione del parroco, che si è trovato anche i muri della chiesa deturpati di parolacce e altro ancora».

E quelli di piazzale Ferrara?
«Alcuni soggetti hanno dato la loro disponibilità a venire a ripulire il tutto. Qualora non lo facessero, faremo come abbiamo sempre fatto per i murales: sosterremo qualche associazione che ha voglia di venire ad abbellire una parte della nostra città».



ERIK AVOLIO
responsabile di cucina di Made in Corvetto: «Basta trattarci da ghetto»

Come nasce la tua esperienza all’interno di Made in Corvetto?
«Sono nato e cresciuto qui, amo il mio quartiere. Sono uno chef, ho ricevuto una telefonata dalla Cooperativa La Strada che mi ha parlato e proposto il progetto. Personalmente mi sto ancora inserendo, tante cose sono ancora da vivere e capire, ma è una bella cosa. In questo quartiere è un valore aggiunto per un mercato comunale che è in evidente stato di degrado».

Insomma, c’è la volontà di invertire il trend.
«C’è la voglia di cambiare le cose, soprattutto da parte dei ragazzi più giovani. Ho aderito a questo progetto, proprio per questo desiderio di cambiamento. Bisogna provarci, quantomeno».

Come si vive il Corvetto?
«Intanto non è quello che in molti credono sia. Siamo una grande famiglia, c’è tanta cooperazione. Certo, le problematiche sociali le conoscono tutti e tutti noi le viviamo più o meno direttamente. Ci sono tante buone persone, bravi ragazzi. Il problema riguarda le situazioni difficili nelle quali troppo spesso veniamo lasciati. A volte si creano dei veri e propri ghetti e lì come ci si comporta? Ci sentiamo vicini al centro, ma la vita è ben diversa. Ci si aiuta, ci si viene incontro e, dove necessario, ci si arrangia. Specie quando si fa fatica ad arrivare alla fine del mese».

Qualcosa sta cambiando?
«Solo in alcune zone, parlo di corso Lodi e della zona che si estende oltre il cavalcavia. Nelle zone popolari tante persone non hanno possibilità di scelta. Imitarsi è facile, quando c’è sofferenza. Nel mio piccolo vorrei far vedere che, iniziando a muovere i primi passi, un cambiamento è possibile. Per farlo, però, bisogna muoversi insieme».

ERIK AVOLIO - Made in Corvetto
ERIK AVOLIO – Made in Corvetto