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Dopo Inter-Napoli, alla vigilia di Juve-Milan nella lontana Arabia, torniamo ad interrogarci sul futuro delle curve in una Milano da sempre al centro del tifo ultras italiano: con Mattia Todisco, raccontiamo i gruppi di città. Che non sono solo a San Siro…

Mezzo secolo appena tagliato e polemiche per il saluto Lucci-Salvini

La Curva Sud del Milan ha da poco festeggiato i 50 anni di attività, non senza qualche polemica. Alle celebrazioni era infatti presente anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini, noto tifoso rossonero, immortalato al suo arrivo all’Arena Civica (teatro della festa) mentre saluta Luca Lucci, esponente di spicco della Curva stessa con dei precedenti per droga e lesioni.

Storicamente collocati al secondo anello blu del Meazza in occasione delle gare casalinghe del Milan, gli ultras rossoneri sono oggi riuniti sotto la denominazione “Curva Sud Milano” dopo lo scioglimento di gruppi storici come Fossa dei Leoni (di fatto il primo gruppo di una certa importanza costituito nel 1968) e Brigate Rossonere, avvenuto una decina di anni fa. L’unico gemellaggio oggi presente è quello con i tifosi del Brescia.

Quattro arresti dopo Inter-Napoli, salteranno anche il Bologna

Al traguardo di metà secolo, la Curva Nord Milano arriverà con un anno di ritardo rispetto al Milan, nel corso di questo 2019. A differenza di quanto avviene per il Milan, i nomi e gli striscioni delle realtà che lo compongono sono ancora ben presenti al secondo anello verde, dove si trovano assiepati i tifosi più caldi.

I fatti di Inter-Napoli hanno portato a diversi indagati e soprattutto all’arresto di quattro esponenti, uno dei quali (Marco Piovella) è stato indicato da un altro arrestato (Luca Da Ros) come la mente dell’agguato ai sostenitori partenopei avvenuto un’ora prima della partita, nel quale ha perso la vita Daniele Belardinelli, tra gli ultras del Varese gemellati con gli interisti. Oltre a Benevento e Sassuolo, i soli sostenitori della secondo verde perderanno anche la sfida al Bologna del 3 febbraio per decisione del giudice sportivo.

Per anni in guerra col club, dialogo riaperto a inizio stagione

Raccolti sotto la denominazione di Ultras Milano (attivi dal lontano 1936), i tifosi dell’Olimpia hanno avuto negli ultimi anni diverse vicissitudini con la società. Per anni sono comparsi al Forum e all’esterno dell’impianto striscioni contro Livio Proli – presidente del club – e Flavio Portaluppi, bandiera biancorossa negli anni ’90 e fino al termine della scorsa stagione direttore sportivo in carica.

In un recente post sui social gli ultras hanno chiarito che «a Milano i rapporti con la società sono stati chiariti ad inizio stagione e sebbene coerentemente con la linea degli ultimi anni si sia deciso di evitare rapporti diretti col presidente, si è comunque riaperto un dialogo dopo l’uscita di Portaluppi. Questa riapertura bipartisan sta sortendo gli effetti desiderati a vantaggio del sostegno alla squadra».

Fuori dal PalAgorà in sostegno ai tifosi sotto indagine

Quella hockeistica è la Curva che espone la data di nascita più lontana nel tempo: 1924, anno in cui partì l’avventura dell’Hockey Club Milano al termine dei Giochi Invernali di Chamonix.

Oggi i sostenitori del Milano Rossoblu non occupano il settore a loro riservato, ormai da inizio anno, in protesta contro i provvedimenti che hanno raggiunto alcuni esponenti di spicco come Ivan Luraschi, lo scorso ottobre assolto dall’accusa di estorsione ai danni del gestore del bar del PalaAgorà. Insieme a Thomas Tinelli era uno dei due ultras sottoposti a Daspo e arrestati nel dicembre 2017 a Varese per aver violato il divieto d’ingresso nelle strutture sportive nazionali.

Un mondo a sé, piccolo e giovane

Gli Ultras Milano del volley sono stati, per cause di forza maggiore, molto soggetti agli alti e bassi della storia della pallavolo nel capoluogo. Ogniqualvolta una proprietà ha messo in piedi un progetto nuovo la città ha risposto con una rappresentanza, spesso formata dagli stessi ragazzi che avevano vissuto l’esperienza precedente o da nuove e giovani leve.

Mentre calcio, basket e hockey vedono spesso in Curva persone che ruotano tra le varie realtà creando un legame tra loro, il volley è un mondo a sé, molto più piccolo e che della cultura ultras, particolarmente dei suoi difetti, non porta con sé alcuna caratterizzazione. Oggi si riuniscono sotto una pagina Facebook che conta circa cinquecento seguaci.

«A mio figlio racconterei le curve così»

Pierluigi Spagnolo racconta in un libro unico, ancora ai vertici delle classifiche di vendita, una forma di aggregazione che è «fotografia di quello che c’è fuori dai cancelli di uno stadio»

Spagnolo, chi sono i ribelli degli stadi?

«Gli ultras del calcio sono persone normali, come hanno dimostrato anche gli sviluppi della vicenda di Inter-Napoli. Sono il vicino di casa, il dentista, il disoccupato, l’insegnante, l’istruttore della palestra, il medico e l’operaio. Talvolta anche stimati professionisti. Non sono i peggiori, neppure i migliori, semplicemente sono uno spaccato della società. Le curve sono la fotografia di quello che c’è fuori dai cancelli di uno stadio. Nonostante gli errori e gli eccessi che il mondo del tifo porta con sé (compresi i morti e le pagine più tristi), quella degli ultras resta la più longeva forma di aggregazione che l’Italia conosca, l’unica sopravvissuta ai cambiamenti degli ultimi decenni. E dopo 50 anni, è arrivato il momento che la società italiana prenda atto dell’esistenza del mondo ultras, con tutte le sue sfaccettature, pregi e colpe».

Dove nasce la diffidenza verso gli ultras?

«Un sociologo, Gregory Bateson, sosteneva che, quando non si comprende un fenomeno sociale, l’opinione pubblica tende a demonizzarlo preventivamente. Così, si ha la sensazione di averlo compreso. Direi che è un’affermazione che calza a pennello anche per il mondo degli ultras. Quando non si comprende cosa spinga migliaia di giovani e non solo, per esempio, ad affrontare mille chilometri in pullman, un viaggio di dieci ore, per vedere una partita che dura 90 minuti, li si etichetta come “pazzi”, “emarginati”, “deficienti”. Verso il mondo ultras esiste una grande diffidenza, una criminalizzazione a priori, soprattutto da parte di chi non ha mai varcato il cancello di una curva».

Prezzi dei biglietti esorbitanti, pay tv, orari impossibili. Sono anche questi i mali del calcio di oggi?

«Il calcio, come fenomeno davvero popolare, secondo me è stato “trasformato” dalle pay tv, dagli orari delle partite decise senza tenere in minima considerazione le esigenze dei tifosi, da leggi liberticide che per fermare i violenti hanno finito per allontanare e spegnere la passione di tutti. Viene spesso raccontato che le famiglie si sono allontanate dagli stadi perché spaventate dalla violenza degli ultras, dal clima cupo degli stadi, dal linguaggio becero. Chi lo sostiene, forse non ricorda il clima degli anni 70-80-90, ben più violento, ma con stadi sempre stracolmi, dalla Serie A alla C. Le famiglie e i ragazzini oggi disertano gli stadi perché i biglietti di curva costano 50 euro, per le partite giocate di martedì alle 18.00, non per i cori sul Vesuvio o per gli sfottò sulla nebbia».

Come si fa a mantenere equilibrio nelle considerazioni quando accadono tragedia come quella di Inter-Napoli?

«Basterebbe sforzarsi di comprendere che le responsabilità sono sempre personali. Chi commette violenza, chi delinque, ne risponde, senza che il suo gesto e le sue colpe vengano estese ad altri. Invece capita spesso, dopo scontri e violenze, che le responsabilità si estendano a tutti. È facile ascoltare reazioni del tipo: tutti teppisti, tutti delinquenti, bisogna fermarsi, chiudere le curve, vietare le trasferte. Immaginate un episodio di bullismo a scuola. Tutti siamo d’accordo che si punisce il bullo, mica gli altri. A nessuno, dopo un caso di violenza in classe, verrebbe in mente di dire: studenti tutti violenti, puniamoli tutti, sospendiamo anche i compagni, chiudiamo le scuole. O nel caso di maestre manesche all’asilo, o di medici scorretti in ospedale. Quando si parla di violenza negli stadi, la generalizzazione è un esercizio quasi automatico…».

Come valuta la decisione di anticipare alle 15.00 di lunedì prossimo una partita storicamente delicata come Genoa-Milan?

«Giocare di sera, con il buio attorno agli impianti, è indubbiamente più pericoloso nelle partite a rischio. Ed è quindi più difficile garantire l’ordine pubblico. Pertanto, in linea di principio, è giusto giocare dopo pranzo le partite delicate. Questo concetto però non vale se si fissa una gara al lunedì. Giocare il lunedì alle 15.00 significa danneggiare il pubblico potenziale, certificare che non si ha alcun interesse e rispetto verso i tifosi. Giusto giocare alle 15.00, per motivi di ordine pubblico, ma il sabato e la domenica. Non il lunedì…».

Come si “incastra” nel futuro del calcio e del tifo, lo spostamento di gare di primo piano in sedi decontestualizzate come quella di Gedda?

«La Supercoppa in Arabia Saudita è la dimostrazione che il calcio italiano è sempre più a caccia di denaro, di finanziatori di ogni tipo e di nuovi mercati. Di conseguenza, si mostra sempre meno rispetto di tifosi e tradizioni. Non siamo lontani dal momento in cui, anche alcune partite del campionato di Serie A, verranno disputate dall’altra parte del mondo. Purché ci sia qualcuno che paghi».

Come racconterebbe a suo figlio cos’è una curva?

«Gli direi che è un luogo dello stadio dove la partita si vive più intensamente che altrove. Dove tutti insieme si fa il tifo, cercando di diventare l’uomo in più, di spingere la squadra alla vittoria. Gli direi che in curva c’è tantissima gente, di tutti i tipi. E quindi, come ogni luogo con migliaia di persone, a volta ci possono essere delle situazioni brutte o pericolose. Come ai concerti, come in discoteca, come in ogni luogo affollato. Gli direi che c’è gente di tutti i tipi, come in una grande scuola pubblica, dove il tuo compagno di banco può essere il figlio del notaio oppure di un operaio, di un medico o di un disoccupato. Un posto in cui si impara a frequentare tutti e dove si costruiscono amicizie solide, come tutte le amicizie che nascono attorno alle grandi passioni. Gli direi che, nonostante gli eccessi, le curve degli stadi sono da 50 anni il luogo di aggregazione più amato dagli italiani, dagli adolescenti così come dagli adulti».

Punto di vista privilegiato

Ne I ribelli degli stadi. Una storia del movimento ultras italiano Pierluigi Spagnolo analizza l’intero fenomeno del movimento ultras con la dovizia di particolari di un’indagine sociologica: si parte così dagli albori, con la nascita nel 1968, in una Milano in pieno subbuglio sociale, civile e politico, della cosiddetta “Fossa dei Leoni” legata proprio al Milan, per arrivare mano a mano alle misure attuali, tra daspo e tessera del tifoso.

Ai dati e a una bibliografia accurata si aggiunge proprio l’esperienza personale di Spagnolo, che nella curva ha a lungo militato ed è per questo in grado di descriverne l’esperienza da un punto di vista privilegiato. Odoya, 284 pagine a 16 euro


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