Assessore Giulio Gallera
Assessore Giulio Gallera

Giulio Gallera, classe 1969, avvocato, padre di due figli. Con la politica nel sangue: la sua prima elezione fu a vent’anni nel consiglio della vecchia Zona 19 di Milano con il Partito Liberale Italiano. Poi l’ingresso in Forza Italia. Una carriera fulminea con l’ingresso nella seconda giunta di Gabriele Albertini (dal 2001 al 2006), incaricato di riformare il decentramento territoriale di Milano, ovvero la ripartizione dei poteri in capo a quelli che oggi sono i nove Municipi. Una vita in consiglio comunale, poi in quello regionale. Per finire assessore al Welfare sia durante la seconda metà del mandato di Roberto Maroni che oggi con Attilio Fontana governatore. Un assessorato, quello che sovrintende la sanità, che in Lombardia vale almeno quanto altri tre.

 

 

A Mi-Tomorrow Gallera affida il racconto del suo ultimo mese, segnato da quella tarda serata di giovedì 20 febbraio quando venne confermato il primo caso di Covid-19 in Lombardia. «Da allora vivo ormai in loop», racconta nel toccare anche ambiti della propria sfera personale.

L’intervista all’assessore Giulio Gallera

Assessore, in casa riescono a vederla solo dalla tv e dalle dirette Facebook?
«Ovviamente in questo periodo sono ben poco a casa. E anche quando sto con la famiglia si parla molto di quello che sta accadendo. E’ come vivere in un tunnel, dove sei costantemente impegnato, dall’alba a tarda notte».

Come si destreggia?
«Si fanno diverse cose in contemporanea: parlo con voi e, intanto, pranzo. Nel frattempo, vedo che mi stanno cercando su Whatsapp. La fatica psicologica è tanta, ma altrettanto lo è il senso di responsabilità».

Ogni giorno è una battaglia…
«Le prime settimane sono state pazzesche. Poi quasi ti abitui a questa frenesia».

Con il contagio che pian piano sembra almeno stabilizzarsi nel trend, non teme che ora premeranno tutti per riaprire?
«Il rischio potenzialmente c’è, anzi già si intravede in qualche dichiarazione. Io, però, continuo a ripetere che la strada è ancora lunga. Mai come ora, in presenza di una leggera flessione, di una riduzione che si stabilizza, i nostri sforzi devono essere massimi. Faccio un paragone…».

Prego…
«E’ come se scendessimo un gradino alla volta. Perché questa discesa si confermi, abbiamo bisogno di intensificare di più gli sforzi».

 Quindi rassereniamo tutti sul fatto che la quarantena andrà avanti a lungo?
«Per bloccare i contagi bisogna stare in casa ancora per qualche settimana e con più determinazione di oggi».

Eviterete l’elastico del metodo “apriamo-chiudiamo”?
«Abbiamo già visto quali effetti produce una strategia di quel genere. Dopo la prima settimana di divieti, a fine febbraio, si decise di allargare nuovamente le maglie in quella successiva. Il risultato fu quella follia registrata sabato 7 marzo».

Vuole raccontarci quel sabato…
«Fu uno dei giorni di maggior frustrazione, ma anche quello che finalmente diede la grande scossa al Paese. Quel giorno presi l’auto per andare in ufficio e attraversai la zona della vecchia Fiera pienissima di gente. Poi mi arrivarono le immagini di un Parco Sempione altrettanto affollato: era come se la gente si stesse bellamente godendo il primo assaggio di primavera».

Mentre la realtà che lei viveva era diametralmente opposta?
«Io sentivo il dolore ogni minuto, racconti strazianti, vedevo primari in lacrime, ma anche i miei dirigenti. Mi sembrava di vivere su un altro pianeta».

Anche gli ospedali registravano lo stesso trend “up and down”?
«Sì, avevano osservato un calo e poi una nuova impennata. Ecco perché dico che dobbiamo avere pazienza, stare a casa e apprezzare i risultati che sono figli dei sacrifici che facciamo giorno dopo giorno».

Ha pronto l’elmetto per difendersi da chi comincerà a farvi pressioni?
«Guardi, ci odiavano tutti quando chiedevamo misure rigide. Avevo ricevuto telefonate di amici imprenditori che mi urlavano contro. Ora, però, sono tutti concordi con le misure assunte. La verità è che in questa fase la popolarità non ci interessa».

Si è fatto un’idea di come cambieranno le nostre abitudini quando potremo mettere il naso fuori di casa?
«E’ chiaro che ascolteremo i nostri esperti prima di dettare o consigliare dei comportamenti. Da più parti si spera che col caldo la diffusione del coronavirus possa ridursi un po’, per poi ripartire a ottobre, almeno fin quando non lo bloccheremo con farmaci e vaccini».

Quali accortezze dovremo mantenere?
«Penso che sarà fisiologico abituarci a qualcosa di diverso. Parlo di buon senso e prudenza come uscire con le mascherine ed evitare posti affollati. Oppure si potrà pensare a contingentare gli ingressi in determinati luoghi, ma ora è prematuro».

Ha avuto la sensazione di governare un sistema ospedaliero in grado di compiere miracoli e un sistema di medici di famiglia più abbandonato a se stesso?
«No, mi permetto di dissentire da questo quadro, perché abbiamo una grande rete territoriale di medici di base e l’abbiamo messa in campo. Quel che non è abbastanza chiara è la portata di quest’emergenza, paragonabile ad una bomba atomica. C’è stato un afflusso gigantesco negli ospedali perché fino a qualche settimana fa la gente stava male e andava in pronto soccorso. Il tema vero è un altro».

Quale?
«Il Paese e l’Europa non erano preparati ad una pandemia. Noi, come Regione, siamo chiamati a gestire l’ordinario in maniera efficiente, ma le risorse economiche devono arrivarci dal Governo».

Può fare un esempio concreto?
«Ogni anno acquisto mascherine per le sale operatorie dei nostri ospedali. Se a gennaio avessi comprato 50 milioni di mascherine, sarei stato denunciato dalla Corte dei Conti per danno erariale».

Dove vuole arrivare?
«Era il Governo a doversi attrezzare e, quindi, attrezzare le Regioni per fronteggiare una pandemia. Doveva farlo in previsione di una pandemia».

Questione di impreparazione?
«Questo è un tema complicato per tutti, non lo nego: sia per gli ospedali che per il territorio, sia per il livello centrale che per quello regionale. L’umanità si è riscoperta fragile quando pensavamo di essere immortali o quasi. Prima di quest’emergenza eravamo a studiare le cure sul genoma o l’immunoterapia per superare malattie oncologiche. Invece oggi siamo deboli di fronte ad un virus. E, di conseguenza, il sistema dovrà essere in grado di combattere altre ondate».

Chi vi ha più ascoltati a Roma?
«Il ministro Speranza ha da subito capito e recepito le nostre posizioni. Venerdì 21 febbraio era qui con noi alla prese col primo caso di coronavirus accertato a Codogno, ha condiviso senza indugi un’ordinanza per l’istituzione della prima zona rossa».

Chi, invece, ha percepito meno il vostro allarme?
«Con il premier Conte e con altri ministri abbiamo fatto sempre molta fatica. Speravamo in una migliore tempestività, ad esempio quando chiedevamo la zona rossa nella Bergamasca».

Avrebbe mai condiviso l’hashtag #MilanoNonSiFerma?
«Mi sembra che il sindaco Sala abbia ammesso quell’errore».

Ma che cosa ha pensato in quei giorni di fronte alle dichiarazioni del sindaco che chiedeva di riaprire?
«Semplicemente che non ci fosse la percezione di quel che stavamo vivendo. Capisco bene che cosa significhi chiudere Milano, sono stato un protagonista della costruzione di Milano capitale d’Europa visto che con Gabriele Albertini creammo i presupposti di quella città che non si ferma mai. Il messaggio da dare, un mese fa, era semmai di fermare insieme il virus».

E lei che cosa si rimprovera?
«Ci sono stati tanti momenti di tensione. Mi rammarico di aver usato espressioni troppo dure, a volte anche colorite, nei confronti di qualche sindaco. Faccio mea culpa perché sono orgoglioso di aver sempre coltivato grandi rapporti con chi amministra ogni giorno le nostre città».

Davvero si vede un giorno sindaco di Milano?
«Sono molto concentrato sul presente che è piuttosto complicato. Cerco di vivere l’esposizione mediatica con il giusto distacco e mi dispiace che qualcuno abbia voluto strumentalizzare qualche mia affermazione. Certo, amo la mia città, ma oggi sto svolgendo il compito con grande serietà, totale dedizione e nessun retropensiero. C’è da dare una prospettiva di vita a chi soffre e a chi non respira. Il resto non mi interessa».

Assessore Giulio Gallera
Assessore Giulio Gallera

Il “caso” della corsa per Palazzo Marino

«Se servirà candidarmi, non mi tirerò indietro». Questa frase dell’assessore Giulio Gallera, estrapolata da un’intervista pubblicata dal quotidiano La Repubblica, è bastata per aprire un caso politico per mezza giornata. Da una parte, infatti, il contesto di una chiacchierata che ha portato verso il tema più politico, innescato da qualche esponente di Forza Italia che davvero vede in Gallera il candidato sindaco ideale del centrodestra da contrapporre tra un anno a Giuseppe Sala.

PD. Dall’altra parte, c’è stata la sollevazione del Partito Democratico: «Mentre gli ospedali sono al collasso, i medici e tutto il personale sanitario stanno lottando per salvare vite umane, spesso senza essere messi nelle condizioni di lavorare in sicurezza, l’assessore Gallera oggi svela il suo vero obiettivo: non il bene dei lombardi, non la salute dei suoi cittadini, ma candidarsi a sindaco di Milano», ha scritto la segretaria del Pd di Milano, Silvia Roggiani, invocando addirittura le dimissioni dell’assessore dalla Regione.

Movimento 5 Stelle. «Gallera non si distragga e torni al suo lavoro, non è assolutamente il momento di fare ipotesi sul futuro sindaco di Milano», ha sottolineato il consigliere regionale lombardo del Movimento 5 Stelle, Massimo De Rosa.

Chiarimento. Poi il chiarimento dello stesso Gallera, con una nota sul proprio profilo Facebook: «No, non mi candido a sindaco di Milano. Resto in prima linea a fianco di medici e infermieri per sconfiggere l’emergenza sanitaria. Siamo in guerra e resto al mio posto». Una posizione che ricalca quanto affermato nella chiacchierata con Mi-Tomorrow.