gilet gialli
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Mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha scritto ai connazionali, chiedendo di trasformare la rabbia in soluzioni e dando il via a un grande dibattito nazionale attorno a quattro macro-temi (fiscalità, organizzazione dello Stato, transizione ecologica, democrazia e cittadinanza), tentativo di superare la profonda crisi sociale in atto, sbarca anche in Italia la protesta dei gilet gialli.

LE TAPPE • Oltralpe tutto è deflagrato a novembre: a metà mese la prima mobilitazione, con quasi trecentomila persone che bloccarono le strade di Parigi e di altre città. Il movimento, apparentemente emerso dal nulla e che come simbolo ha scelto il giubbotto catarifrangente, si era, in realtà, coagulato sui social nei mesi precedente.

A scatenare la rabbia l’aumento delle tasse sul gasolio (parte di un piano per riallineare le tasse sui carburanti e sul petrolio e per diminuire l’inquinamento dovuto agli scarichi dei veicoli, secondo il governo), ma ben presto la protesta si è allargata fino a diventare un duro j’accuse contro il presidente Macron. Democrazia diretta e una nuova idea di società le principali richieste del movimento.

Una mobilitazione che, senza una guida formale ma con tanti portavoce, va avanti con numeri altalenanti da nove settimane consecutive, macchiate anche da scontri: a nulla è servito l’annuncio già a dicembre di una moratoria di sei mesi sui rincari. La protesta, nel frattempo, si è allargata, ispirando altre forme di dissenso e arrivando, tra l’altro, anche a Londra.

IN ITALIA • Ora, come detto, i gilet gialli, sbarcano anche in Italia, dove, stando a un sondaggio Demos, il 63% delle persone, quelle intervistate almeno, sostiene la protesta (soprattutto al sud e nelle aree svantaggiate): lo hanno fatto nei giorni scorsi con due rappresentanti dell’agitazione francese, Yvan Yonnet e Patricia Saint George, che a un evento a Roma hanno spiegato le loro ragioni, occasione anche per ribadire il no a un possibile incontro con il M5s («Non abbiamo alcun mandato a parlare, se non per esprimere opinioni personali» ha chiarito Yonnet), dopo l’apertura da parte di alcuni pentastellati, Di Maio in testa.

Varie città, intanto, da nord a sud, si stanno attivando in queste settimane e lunedì mattina in centro a Milano uno dei primi eventi ufficiali, con un sit-in di protesta alle 10.00 sotto la sede di Goldman Sachs in piazzetta Bossi. «Basta subire» si legge sulla locandina preparata del movimento, che si definisce di popolo, ad aggregazione spontanea, lontano e ostile a partiti e sigle sindacali, senza schieramenti politici alcuni, capi né leader.

Nel mirino «lo strapotere della finanza mondiale che ha trasformato lo Stato in esecutore fallimentare permettendo il saccheggio dell’intera nazione portando disperazione, fallimenti aziendali, disoccupazione, pensioni da fame, ingiustizie sociali, sanità pubblica inesistente, regime fiscale insostenibile, suicidi».

Il precedente
IL MOVIMENTO DEI FORCONI (ORA UN PO’ SPUNTATI)

Ricordate i forconi? Fondato nel 2011 in Sicilia, il movimento, che riuniva agricoltori, allevatori, autotrasportatori e tante facce della povertà/precarietà del nostro Paese (più qualche simpatizzante dell’estrema destra), assurse agli onori della cronaca tra il 2012 e il 2013, quando, in una fase politica piuttosto tormentata del nostro Paese, organizzò varie manifestazioni e blocchi stradali in giro per la penisola con varie rivendicazioni, puntando il dito in particolare contro la classe politica e il potere costituito.

A distanza di qualche anno, la protesta francese ha riportato alla luce quell’esperienza, per molti vista come antesignana dei gilet gialli: è ancora in piedi sulla carta, ma ha perso molta della sua spinta propulsiva per varie ragioni, in primis una linea d’azione alquanto confusa e la frammentazione interna. AR

«Alziamo la voce, ma niente violenze»
La voce degli organizzatori milanesi

«Sappiamo bene chi gestisce il potere nel mondo: i politici, per noi, sono solo dei burattini, delle pedine in mano alle grandi lobby, alla grande finanza. La questione della Goldman Sachs è abbastanza evidente: da qui la scelta di piazzetta Bossi, sotto la sede milanese della banca d’investimento, per la nostra manifestazione». Così a Mi-Tomorrow Giuseppe Rossi, pseudonimo di uno degli organizzatori del sit-in.

Quali saranno i principali temi che affronterete, sui quali alzerete la voce?
«In primis la mancanza di sovranità dei cittadini rispetto allo Stato, dovuta alla cessione di sovranità da parte della politica alle grandi lobby e speculazioni internazionali. Il cittadino, che già in una normale democrazia rappresentativa delega alla politica la propria vita, il futuro dei figli e del proprio lavoro, in questo momento si trova a essere uno schiavo, senza alcun potere contrattuale nei confronti di chi l’ha, di fatto, sottomesso».

Vi definite un movimento di popolo, ad aggregazione spontanea, lontano e ostile a partiti e sigle sindacali che non volete tra voi: perché?
«Non abbiamo bisogno né di padroni e guinzagli, né di ideologie di base: se, come sempre avviene, ci facciamo guidare da un pastore, quest’ultimo o si corrompe e finisce per farsi i fatti suoi oppure lo spaventano e ci manda a quel paese. Siamo semplicemente dei cittadini che hanno individuato le principali problematiche e stanno cercando di rialzare la testa, grazie anche allo spunto dei gilet francesi. Se tutto andrà bene, da quello che si è potuto capire, là sarà una rivoluzione epocale».

Ci sono stati dei contatti con i vostri “colleghi” d’oltralpe?
«Sì, abbiamo dei contatti con i gilet gialli francesi, anche se bisogna analizzare e capire bene: non avendo questi ultimi leader dichiarati, la situazione resta piuttosto fluida. I contatti vanno più che bene ma ciò non vuol dire che ci sia un dialogo con tutto il movimento: come in Italia, anche in Francia ci sono varie versioni dei gilet gialli».

Il fatto di non avere una guida formale, qui come in Francia, ma vari rappresentanti e portavoce, è una ricchezza per il movimento o un possibile limite?
«Noi, in realtà, non abbiamo portavoce: parliamo a titolo personale come semplici cittadini che si muovono, insieme, nella direzione di una protesta pacifica, ma che vogliono restare liberi, senza condizionamenti di alcun tipo. Questo è l’auspicio: le nostre capacità, le nostre esperienze, le nostre differenze non devono essere messe al servizio di una fazione per primeggiare e distruggerne un’altra, come avviene nella partitocrazia, ma diventare un completamento per fini superiori, ovvero il bene comune. Dobbiamo lavorare perché tutti possiamo stare meglio».

Siete all’inizio di questo lavoro, ma le adesioni paiono arrivare numerose da varie parti d’Italia: come vanno le cose?
«Ci sono tante città e province che si stanno attivando: la gente sta cominciando ad avvicinarsi al movimento, nonostante, va detto, i media italiani abbiano lavorato in maniera negativa, riducendo la questione francese a una protesta fatta da poche persone e in modo violento, quando in realtà così non è».

A proposito di violenze, non avete il timore che nel vostro sit-in possano infiltrarsi componenti più bellicose che, alla fine, vi danneggerebbero?
«Chi non ha paura è uno sciocco: potrebbe arrivare qualche facinoroso, ma è compito nostro tenerlo a bada. Così come non vogliamo al nostro fianco politici e sindacati, non vogliamo neanche i violenti. La protesta è e deve rimanere pacifica: non abbiamo bisogno di violenza per fare il nostro dovere e reclamare i nostri diritti. Vogliamo e dobbiamo recuperare il diritto alla partecipazione alla cosa pubblica e lo possiamo fare tranquillamente, da cittadini. Un popolo che si mobilita e scende in piazza non ha bisogno di armi e di atti eversivi o sovversivi: se siamo cittadini della Repubblica e, come tali, in base all’articolo 1 della Costituzione, abbiamo la sovranità, non vedo perché si debba fare gli eversivi».


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