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01. 12. 2020 12:00

Care emoji… Domani è la giornata delle “faccine” che hanno rivoluzionato il nostro modo di comunicare

Nel bene e nel male, le emoji hanno rivoluzionato il nostro modo di comunicare. E c’è chi ha creato dei rompicapi ad hoc su Milano...

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Si scrive 絵文字, si legge emoji. I pittogrammi che dal nuovo millennio hanno iniziato a spopolare sui nostri cellulari hanno anche una giornata mondiale a loro dedicata, che si celebra esattamente domani. I disegni e le faccine in grado di esprimere felicità, rabbia, gioia o disgusto sono stati inventati sul finire degli anni Novanta in Giappone.

Care emoji… Domani è la giornata delle “faccine” che hanno rivoluzionato il nostro modo di comunicare

Oggi sulle tastiere dei nostri smartphone sono oltre 1.800 le emoji presenti. O “gli” emoji, visto che l’Accademia della Crusca e Treccani si sono espressi a favore della forma maschile, nonostante sui social sembri prevalere il femminile.

Albori. Il primo set di smiley è stato creato nel 1997 dall’operatore telefonico giapponese SoftBank. Anche se spesso l’inventore viene ritenuto il giapponese Shigetaka Kurita, dipendente dell’azienda di telefonia Ntt DoCoMo, che nel 1999 creò oltre 170 emoji da 12 pixel per lato. Per realizzarle trasse ispirazione da manga, segnali stradali e caratteri cinesi. Proponendo un set di faccine preistoriche e sgraziate, se confrontate con quelle che conosciamo oggi, ma che hanno segnato un’epoca. Tanto da essere poi esposte al Moma di New York.

La svolta. Ma il percorso delle faccine gialle ebbe inizio già nel 1982, quando l’informatico Scott Fahlman suggerì di utilizzare nelle mail gli smiley realizzati con la punteggiatura, per distinguere le affermazioni scherzose. Ed è proprio con questa intenzione che si è diffuso l’utilizzo delle “faccine”: esprimersi in modo nuovo, meno serioso ma più immediato ed efficace. O quasi sempre. Perché capita anche che l’interpretazione non sia univoca. Un esempio? Quello che abbiamo sempre considerato un gatto che urla dalla disperazione è in realtà l’emoji di un micio che sbadiglia. True story.

L’intervista all’esperta: Silvia Casarin, Social Media Manager

Con le emoji si superano le barriere culturali

Un nuovo modo di dialogare e di scambiarsi impressioni, informazioni e contenuti. Le emoji hanno cambiato il linguaggio e le modalità di comunicazione, sui social e non solo. Ne abbiamo parlato con Silvia Casarin, digital strategist e social media manager, che da oltre 10 anni vive e lavora a Milano. Freelance per diverse agenzie di comunicazione, è anche assistente all’insegnamento di Communication strategy allo Iulm di Milano.

silvia casarin
silvia casarin

Silvia, com’è cambiato il linguaggio con le emoji?
«È nato un modo di comunicare internazionale: se a una domanda rispondo con una faccina che manda un cuoricino è universalmente compresa ovunque. Anni fa usavamo gli sms che costringevano a utilizzare un numero limitato di caratteri. Con le emoji abbiamo imparato a comunicare con simboli che sintetizzano il nostro stato d’animo, in modo immediato. Ora le emoji sono presenti nell’intrattenimento, negli oggetti di consumo, anche offline. Sono un linguaggio a tutti gli effetti: una emoji è oramai considerata al pari di una parola».

Possono arricchire un messaggio?
«Secondo me sono un modo efficace per esprimere le nostre emozioni in una conversazione digitale: hanno il valore di esprimere una mimica facciale, per esempio tristezza, gioia, disgusto, paura o sorpresa. Sono espressioni facciali o simboli e in quanto tali hanno una forza espressiva molto forte perché possono aiutare, tra le altre cose, a superare barriere linguistiche e culturali».

Ritieni che esista una fascia di età di maggior utilizzo?
«Non credo sia una questione generazionale, le usa l’adolescente come il 40enne o la nostra mamma quando ci scrive su WhatsApp. Che, a volte, un po’ ne abusa…».

Come viene percepito un testo quando si aggiungono le emoji?
«Dipende sia dall’ambito, sia da come ne facciamo uso. Se è un brand ad usarle sicuramente lo percepiamo più vicino a noi, ci soffermiamo sul messaggio. In questo caso le emoji possono colmare l’assenza della componente umana di un brand. Se si tratta di una conversazione privata, invece, è importante ancor di più l’uso che ne facciamo: le usiamo per arricchire e aggiungere qualcosa a uno scambio di messaggi o per liquidare velocemente il nostro interlocutore».

In che modo possono aiutare le persone più timide?
«Qui parlo un pochino per esperienza personale. Le mie emoji più usate sono 😅e 🤭 e pensandoci bene sono due simboli che nella vita non digitale si tradurrebbero con: “Sono un po’ in imbarazzo, accidenti!”. Aggiungere sfumature e sentimenti alle conversazioni scritte dà sicuramente una grossa mano alle persone timide. E poi c’è da dire che, se ti imbarazza usare espressioni esplicite, ci sono anche le emoji come la melanzana, la pesca, le gocce che ormai si sono trasformate in emoji a doppio senso diventando un po’ il linguaggio di Tinder».

Possono servire anche a svicolare da situazioni complicate?
«Certo. Mi viene in mente la faccina che ride a crepapelle fino a piangere 😂, che è stata eletta parola dell’anno nel 2015: a me quella faccina fa venire un po’ il nervoso perché a volte viene usata per tagliare la conversazione, come scorciatoia per chiuderla».

Ci sono “controindicazioni”?
«Le emoji sono nate per semplificare il linguaggio rendendolo universalmente comprensibile. Ma in quanto simboli, cioè qualcosa che sta per qualcos’altro, c’è sempre il rischio di non decodificarli allo stesso modo perché i piani di lettura possono essere molteplici. C’è sempre il rischio di leggere un 👋come un 2 di ♠️».

A Milano con… Vanessa Maran, Manoxmano

I nostri rompicapi per la città

Si può raccontare Milano con le emoji? In occasione della Giornata Mondiale, lo scopriamo con il blog di Manoxmano Milano, associazione culturale e ricreativa ideata dall’agenzia di comunicazione Mxm webcome Web & Contents Agency. L’agenzia è composta da un team interamente al femminile e si occupa di comunicazione sul web con progetti di carattere e personalità. E il focus delle iniziative è sempre su Milano. Il blog che ne è nato, Manoxmano appunto, è curato dalle web content editor Vanessa Maran e Valentina Ottoboni. Qui una sezione è dedicata proprio a Milano in emoji: indovina i luoghi della città.

Vanessa Maran
Vanessa Maran

Vanessa, come è nato il progetto?
«Qualche anno fa abbiamo scoperto che esisteva la Giornata Mondiale delle Emoji e abbiamo deciso di dedicarci uno dei nostri Blog del Lunedì, ovviamente rendendo protagonista Milano e i suoi luoghi più iconici. Ci sembrava un modo simpatico per mettere alla prova i milanesi, ma non solo, sulla loro conoscenza della città».

In che cosa consiste l’idea?
«In redazione abbiamo raccolto tutti i luoghi di Milano che potevano essere “tradotti” in emoji e li abbiamo pubblicati sul blog di manoxmano.it sotto forma di rompicapo, invitando chi ci segue a indovinare alcune delle attrazioni meneghine partendo dalle emoji».

Siete soddisfatte di come si è sviluppato il progetto?
«È molto divertente, sia per noi che per i nostri utenti. Tanto che ogni anno, il 17 luglio, riproponiamo il blog per invitare i nostri follower a suggerire altri luoghi di Milano da trasformare in emoji, in modo da aggiungere sempre qualcosa di nuovo».

A chi si rivolge l’iniziativa?
«Come tutti i nostri contenuti e iniziative, anche questo blog è pensato non solo per chi già ama la città, ma anche per chi vuole conoscere Milano in modo diverso e originale, al di là della classica visita guidata».

Perché la scelta di focalizzarsi sulle emoji?
«Le emoji sono entrate a far parte del nostro linguaggio e del nostro modo di comunicare: quando chattiamo, spesso usiamo più emoji che parole. Ovviamente dipende poi dal tipo di conversazione, ma di solito preferiamo mettere un’emoji che ride fino alle lacrime piuttosto che scrivere “Sto morendo dal ridere!”, perché l’emoji è più immediata ed efficace».

5 luoghi milanesi
5 luoghi milanesi

10 motivi per…

Paternità
L’invenzione delle emoji viene attribuita al giapponese Shigetaka Kurita che nel 1999 rese disponibile un set di oltre 170 “faccine”, ispirandosi ai manga

Dal Sol Levante a Cupertino
Più precisamente, però, fu l’operatore telefonico giapponese SoftBank a idearle già due anni prima. Le emoji vennero poi diffuse a livello globale nel 2011 quando Apple lanciò la quinta versione di iOS per iPhone

Linguistica
L’etimologia della parola emoji deriva dal giapponese ed è composta da “e” che significa “immagine”, “mo” che vuol dire “scrittura” e “ji” che sta per “carattere”.

Save the date
Domani si festeggia la giornata mondiale. Perché proprio in questo giorno? Se cercate sul vostro smartphone l’emoji che rappresenta il calendario, noterete che indica la data del 17 luglio

Statistiche
Ogni giorno vengono inviate sui social circa 60 bilioni di emoji. Secondo una ricerca, le maggiori utilizzatrici sono le donne: 78% contro il 60% degli uomini

Questioni di cuore
In Italia, l’emoji più comune è il cuore con le stelle, nei paesi anglofoni la faccina disperata. In Francia in vetta c’è il cuore trafitto da una freccia e nel Sudamerica le note musicali.

Letteratura
Ci sono libri che sono stati tradotti interamente in emoji. Qualche esempio? Moby Dick, Pinocchio, Alice nel Paese delle Meraviglie e addirittura la Bibbia.

Chiarezza
Si tende a fare confusione tra emoji ed emoticon. Ma l’emoticon è la forma più “arcaica”, realizzata attraverso i simboli della punteggiatura. Le emoji, invece, sono vere e proprie immagini

Yellow
Da sempre, agli smiley prima e alle emoji dopo, viene associato il colore giallo perché si ritiene che sia in grado di trasmettere buon umore

The winner is…
Nel 2015 la faccina che ride a crepapelle fino alle lacrime è stata eletta parola dell’anno dall’Oxford Dictionary: oggi è l’emoji più usata al mondo

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