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21. 09. 2021 17:23

Bivio, caso, opportunità: perché celebriamo così il teatro a Milano

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Siamo ormai abituati a celebrare ogni giorno qualcosa, ci sono giornate dedicate ad una missione, ad un prodotto, ad un’azione e spesso lasciano un po’ il tempo che trovano: domani, però, la giornata mondiale del teatro si carica di tanti significati. Soprattutto a Milano.

Istituita dall’Istituto Internazionale del Teatro a sostegno delle arti di scena, si celebra a partire dal 1962 il 27 marzo di ogni anno. A Vienna, nel corso del nono Congresso mondiale dell’Istituto Internazionale del Teatro, fu presa la decisione su proposta del drammaturgo finlandese Arvi Kivimaa. Oggi l’ITI è un’organizzazione internazionale non governativa con sedi a Parigi e Shangai. La mission? Promuovere la cultura del teatro e della pace.

Oggi a Milano si contano almeno 32 attivi, tralasciando le fiorenti realtà pur al limite della legalità e senza dimenticare che la città attende da tempo la riapertura del Lirico di via Larga. Il Comune stanzia 2 milioni di euro all’anno per sostenere le attività teatrali con tutte le realtà convenzionate. Il resto, per tenere in piedi i cartelloni, lo fanno gli sponsor e, ovviamente, i botteghini.

Secondo le stime della Camera di Commercio, è di circa 10 milioni di euro al mese il volume d’affari delle attività teatrali in Lombardia, di cui circa 8 milioni solo a Milano che da sola pesa il 78% della quota regionale e il 21% di quella nazionale. E ancora: l’indotto complessivo è di 4,7 miliardi di euro all’anno, se consideriamo anche il cinema. Un sondaggio effettuato proprio dall’ente camerale, rivela che il 68% degli spettatori intervistati dichiara che l’uscita per il cinema o il teatro diventa occasione per effettuare altre spese.

Oltre al dei biglietti di ingresso, si stima una spesa aggiuntiva pro capite media di 53 euro, tra shopping, cene, aperitivi, servizi, un dato oltre cinque volte maggiore al prezzo del biglietto di ingresso al cinema e circa due volte rispetto al biglietto per lo spettacolo teatrale.

IL CASO

«Libertà e sorrisi senza volgarità»

Al Leonardo Smack! Bacia chi ti pare, il primo musical gay originale italiano per la regia di Manuel Renga: «Giusto in tempo per il congresso delle famiglie a Verona…»

Yuri Benaglio

Il primo musical a tematica gay originale italiano: Smack! è una musical comedy spregiudicata e pop in arrivo al Leonardo che parla dell’imprevedibilità dell’amore, della sua straordinaria potenza e della sua libertà da etichette e definizioni. Fil, Marti, Anto e Lu sono quattro ragazzi gay parecchio diversi tra loro, ma condividono una passione e una missione: la gestione dell’eccentrico Smack Club, luogo di riferimento per la nightlife trash milanese in cui si esibiscono come drag queen.

La più infelice delle notizie – l’improvviso aumento dell’affitto dell’immobile – catapulta i quattro in un’avventura che li porterà a mettere fortemente in discussione ogni convinzione e metterà alla prova la loro amicizia in un rocambolesco avvicendarsi di rivelazioni e paure, tensioni e scoperte, sentimenti e nevrosi. Alla regia, Manuel Renga.

Manuel, come definiresti questo spettacolo?
«Intanto è il primo musical a tematica gay originale italiano. Il progetto è stato avviato da Francesco Lori e Tobia Rossi, io mi sono aggiunto alla regia in un secondo momento».

I riferimenti?
«Naturalmente i musical americani più grossi, i grandi cult, come Priscilla e Kinky Boots. Ma è una sorta di progetto ibrido».

Sarebbe?
«Abbiamo 12 brani originali, che ritornano con riprese, medley o in sottofondo. Alcuni caratterizzano un personaggio. Ma lo spettacolo è equamente diviso tra parte recitata e parte musicata: anche il cast viene per metà dalla prosa e per metà dalla musical».

Il tutto in chiave divertente e leggera…
«Certo, lo spettacolo è una commedia e il linguaggio è divertente. Nessuna volgarità o parolacce. Ma è anche una summa dei problemi che un ragazzo omosessuale può affrontare a Milano oggi. Ogni personaggio è portatore di una tematica: il coming out, l’ambiente di lavoro, l’omofobia».

Quanto è diversa quest’opera rispetto ai tuoi lavori precedenti?
«Torna l’idea di parlare di universale partendo da un microcosmo. Non a caso sento che, per temi e struttura drammaturgica, io stia continuando il mio percorso. Questo è il sesto testo fatto con Tobia Rossi, di cui altri due a tematica omosessuale. Ci troviamo molto bene. Non sono nuovo al teatro musicale, perché adoro l’opera, ma è il primo musical che faccio».

Il vantaggio del musical?
«Ti dà strumenti diversi in più, perché il canto e il ballo arrivano subito al cuore. Abbiamo presentato l’opera in vari locali notturni milanesi: la gente teneva subito il tempo sui pezzi».

Vi rivolgete all’intera famiglia?
«Naturalmente sì, ad un pubblico trasversale. Il sottotitolo è Bacia chi ti pare: l’idea è che solo essendo se stessi si possa far nascere qualcosa di buono nonostante le difficoltà e le peripezie. È costruito bene e adatto a tutti».

Una scena particolarmente divertente?
«Un ragazzo gay si innamora di una ragazza. E i suoi amici si chiedono cosa dirà sua mamma quando scoprirà questa cosa. Una scena al contrario, diciamo, che mi fa molto ridere».

Sei anche co-direttore artistico al Teatro Libero.
«È un’esperienza bellissima, anche se Milano ha un mercato teatrale saturo: ce ne sono davvero tanti. Il Libero ha cento posti: ogni anno la sfida è di offrire qualcosa di nuovo e accattivante. Abbiamo creato un teatro di drammaturgia contemporanea, con testi originali provenienti quasi sempre da giovani compagnie».

Intanto sabato a Verona si svolgerà il Congresso Mondiale delle Famiglie.
«Rispecchiandomi in questo spettacolo credo che tutto ciò che limita, giudica o classifica l’essere umano ha per me poco senso di esistere. Il tema è importante, ma da quello che ho letto sui giornali i relatori che partecipano appartengono ad una sola parte politica e ad un solo ambito ideologico».

Credi che il vostro spettacolo sia una sorta di risposta a distanza?
«In un certo senso sì. Ovviamente noi abbiamo scelto questa data un anno e mezzo fa, quindi ben prima. Forse sono stati loro a scegliere questa data per rispondere a noi…».

Da giovedì 28 a domenica 14 aprile
Teatro Leonardo
Via Ampère 1, Milano
Biglietti: da 12 a 28 euro su vivaticket.it

IL BIVIO

«Il Lirico è il teatro potenzialmente più importante della città»

Protagonista nella disputa tra Stage Entertainment e la sua Show Bees, Gianmario Longoni: «Il nostro progetto è vivo, sono confidente»

Piermaurizio Di Rienzo

La storia del teatro a Milano fa rima anche con Gianmario Longoni. Fu lui ad accendere i riflettori sul palco dello Smeraldo, con una carrellata dei migliori artisti italiani e internazionali. È lui a portare oggi agli Arcimboldi alcune delle produzioni più acclamate nel mondo in fatto di musical.

Sarà forse lui domani a gestire la programmazione del Lirico, quando riaprirà. La sua Show Bees, infatti, è “ingarbugliata” nella giustizia amministrazione dopo bandi, ricorsi e controricorsi sulla gestione della rinnovata sala di via Larga. «Non abbiamo perso la speranza», racconta a Mi-Tomorrow.

C’è soddisfazione dagli Arcimboldi?
«È andato molto bene. L’Arcimboldi ha un palcoscenico enorme pensato per l’opera e ci permette di ospitare in Italia produzione monstre. Nei giorni scorsi abbiamo portato Blue Man Group con sette tir che trasportavano la scenografia».

Una realtà di respiro internazionale…
«Gli spettacoli di Show Bees hanno bisogno di infrastrutture. L’Arcimboldi, nella sua natura originale, è un teatro regionale e condensa bene queste produzioni».

Prossimamente porterete a Milano il musical Ghost…
«Stiamo facendo i casting in questi giorni. E’ una produzione nuova, internazionale: lo portiamo in Italia e in Spagna. E’ un musical molto emotivo, tratta i temi dell’amicizia, dell’amore e della fiducia».

Sarà uno spettacolo magico?
«Molto, abbiamo un team che sta lavorando sugli effetti speciali. Mixeremo la grande emotività della storia e la musica degli anni Novanta».

Avete ancora speranza di gestire il futuro Lirico?
«È una storia lunghissima e stranissima. Quello è il teatro potenzialmente più importante della città, nasce come teatro dei milanesi, della borghesia costruita dal popolo e non dai nobili. Sembra che la vicenda si arrotoli sempre su se stessa».

Quando finirà?
«Confido in questa Amministrazione. Speriamo di farlo noi per un progetto di teatro popolare milanese perché quel luogo ha la possibilità di rappresentare davvero le tipicità di questa città, curiosa e intelligente. Auspichiamo che, se non fossimo noi di Show Bees, possa essere comunque gestito con questi criteri e non con quelli di riempire uno spazio. Quelli del Lirico non sono posti a sedere, ma rappresentano un monumento cittadino».

Che effetto fa oggi vedere l’ex Smeraldo?
«Ci ho fatto il callo ormai. È un grandissimo dispiacere, dovuto soprattutto al fatto che nessuno ebbe voluto mantenerlo come teatro. La fine che ha fatto è una buona fine, soprattutto per la zona, con un forte tentativo di mantenimento della memoria».

Che cosa ha rappresentato per la città?
«È stato un grande laboratorio in un periodo come gli anni Ottanta, meraviglioso per tanti aspetti, ma che comunque non permetteva di uscire dai canoni della cultura teatrale italiana. Quando portammo i primi musical, la danza, la musica, che non si faceva nei teatri, riuscimmo a registrare la vitalità di quel laboratorio. Lo Smeraldo era garanzia di novità, lo sconosciuto era un’opportunità».

Quale insegnamento porta al domani del teatro?
«Ci ricorda come dovremmo essere».

L’OPPORTUNITÀ

«Francesca, la mia scommessa vincente»

Al Delfino Federico Zanandrea presenta Lungs, intensa drammaturgia che segna il debutto teatrale di Francesca Fioretti

Milena Sicuro

Federico Zanandrea dirige ed interpreta al fianco di Francesca Fioretti Lungs, opera di Duncan Macmillan mai presentata prima a Milano, basata sugli alti e bassi di trequarti di vita di un uomo e di una donna, con una visione profonda ed emozionante sugli eventi della loro vita di coppia. Gli spettacoli al Teatro Delfino – che si conferma come una delle realtà più innovative del teatro milanese – si terranno i prossimi 28, 29, 30 marzo alle 21.00 e domenica 31 alle 16.00.

Federico, da dove nasce l’idea di portare in scena un titolo così poco conosciuto?
«Questo testo è un autentico capolavoro. Con i suoi salti temporali, la sua drammaturgia frenetica e l’assenza di scenografia, si crea un mondo tanto astratto quanto tangibile nella sua contemporaneità».

Una scelta rischiosa?
«Di certo comporta non pochi problemi, dato il poco riscontro che ha la drammaturgia contemporanea attualmente in Italia».

Manca il fattore “curiosità” per il teatro italiano?
«Riscontro, purtroppo, un certo tipo di torpore. Manca quell’attitudine di scovare nuovi titoli da portare in scena. Di certo è un fenomeno legato al nostro Paese, perché in altre realtà europee non è così».

Cosa si potrebbe fare in merito?
«Dovremmo generare interesse attraverso nuovi stimoli, ma farlo da soli è difficile. In assenza di aiuti da parte delle istituzioni, se qualcosa funziona è perché esistono persone come noi che investono molto in questa dura lotta quotidiana».

Quindi portare una drammaturgia contemporanea è un “lusso” per pochi?
«Da direttore artistico del teatro, senza dubbio riscontro una maggiore affluenza dai titoli più conosciuti. Magari un titolo come Lungs potrebbe creare diverse perplessità, ma sono certo che il pubblico rimarrà affascinato dal processo di profonda immedesimazione che esso genera».

Lungs segna il debutto teatrale di Francesca Fioretti.
«Conosco Francesca da un paio di anni. Essendo nata come personaggio televisivo e non come attrice, ho pensato subito a lei per questo ruolo, in quanto si tratta di un testo dal linguaggio poco teatrale. Poi si è rivelata una vera sorpresa per me».

Ovvero?
«Francesca è terribilmente vera. Sono consapevole del fatto che molti colleghi mi avranno criticato per questa scelta, per alcuni di natura più commerciale, ma si è rivelata assolutamente giusta, perché lei ha studiato e non è improvvisata».

Una scommessa vincente?
«Sfido chiunque a non condividere questo, perché si troverà dinanzi alla sua travolgente spontaneità. Quando hai dalla tua studio e una buona base su cui lavorare, le polemiche stanno a zero. Francesca è speciale, è la scommessa giusta».

Da giovedì 28 a domenica 31 marzo
Teatro Delfino
Piazza Piero Carnelli, Milano
Biglietti: 21,50 euro su vivaticket.it


www.mitomorrow.it

www.facebook.com/MiTomorrowOff/

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