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07. 05. 2021 18:57

Milano e la fotografia in lutto: morto Giovanni Gastel. A MilanoVibra: «È il momento giusto per la bellezza»

Addio al maestro Gastel: ci lascia il fotografo che rivoluzionò l'immagine della moda

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Il Covid si porta via un altro personaggio illustre. Il fotografo Giovanni Gastel si è spento oggi pomeriggio all’età di 65 anni. Era stato ricoverato all’Ospedale Fiera di Milano dopo l’aggravarsi del suo quadro clinico.

Scatti rivoluzionari. I suoi scatti hanno cambiato la percezione dell’immagine della moda: le sue foto erano caratterizzate da un profondo senso estetico, ereditato probabilmente dal nonno Luchino Visconti, al quale coniugava un’altrettanto spiccata sensibilità condita da un tocco di ironia.

Lo vogliamo ricordare con questa intervista pubblicata su MilanoVibra in cui fece un excursus sulla sua meravigliosa carriera dagli albori, in cui si definiva scherzosamente un «brocco tremendo» alla contemporaneità di una Milano segnata dalla pandemia, che purtroppo non ha risparmiato neanche lui.

L’intervista al maestro Gastel: «Ero un brocco tremendo»

«Maestro». «Ti prego, dammi del tu». Che Giovanni Gastel sia abile a mettere a proprio agio modelle e modelli davanti al suo obiettivo è risaputo, meno che questo sia uno stile applicato in ogni circostanza. Ma d’altronde, figlio di Ida Visconti di Modrone e nipote di Luchino, lo stile non può che essere un mantra familiare in una Milano vissuta sempre appieno. Dagli anni di piombo in poi: «La distanza maggiore rispetto ad adesso – mi spiega in una lunga chiacchierata al telefono – è nell’ampiezza del fenomeno. Il terrorismo è stato un affare italiano e in parte tedesco. Questo è un disastro mondiale. Poi è chiaro che il nostro modo di intendere la società peggiora la situazione».

Hai avuto più paura allora o adesso?
«A quei tempi ricordo che parlai con mia madre delle mie preoccupazioni. Mi disse tre cose magnifiche: che una guardia del corpo non me l’avrebbe presa perché sarebbe stato un segnale per dire “Rapitelo!”, che non mi avrebbe preso nemmeno una pistola perché, conoscendomi, disse che mi sarei sparato in un piede e, infine, giurò che all’estero non mi avrebbe mandato perché, con il nostro Paese in difficoltà, saremmo dovuti restare proprio per sostenerlo».

E come finì?
«Mi ribadì di stare attento a non farmi rapire. E che, se mi avessero rapito, avrebbe trovato il modo di tirarmi fuori. È sempre stata molto lombarda».

Molto pragmatica, direi.
«Morale: tutta la mia generazione andò a Londra a studiare, io ero l’unico qui in mezzo alle bombe. Sparavano da tutte le parti. Sono contento di esserci stato. Moralmente mi sento a posto. Anche in questo caso non andrò via, resterò a Milano a vivere la vita come tutti e a combattere la mia piccola battaglia».

Quanto ne stai risentendo a livello professionale?
«Ti faccio un esempio concreto: sto fatturando meno di un quinto dell’anno scorso. Si vive veramente a vista. Sono un privilegiato e so che lavoro più degli altri, ma con un quinto del fatturato non puoi più tenere uno studio aperto, tenere sette-otto di persone. Finché reggo reggo, poi vedremo».

Noti più inquietudine nelle persone che fotografi in questo periodo?
«La prima cosa che devo toglier loro dagli occhi una grande incertezza. Questo è un nemico subdolissimo. Quello che io solitamente affrontavo come amico, adesso è un ipotetico portatore di malattia. Cambia anche il rapporto tra noi tutti. Terribile».

Come riesci a metterli a loro agio?
«Provo a trasmettere il senso di entrare come in una piccola oasi, in cui le cose vanno un po’ meglio che fuori. Il mio studio è nato per quello, perché da ragazzo volevo dare un calcio alla realtà: qui ricreo una realtà che piace più a me, basata sul riguardo, sul rispetto della donna. Il mondo ha tutte le ragioni di andare dove vuole, intendiamoci. Leibniz dice che viviamo sempre nel migliore dei mondi possibili e ha ragione. Solo a me avevano preparato per un mondo tutto diverso».

In che senso?
«Mi sono trovato catapultato in un mondo che mi avevano raccontato genitori vecchi: dicevano che avrei trovato la patria, la bandiera, l’onore, gentiluomo e gentildonna. Porca troia, hanno aperto il cancello e sparavano da tutte le parti. Io sono tornato a casa e ho detto: “Ma ragazzi, guardate che non è affatto così il mondo”. E loro mi hanno detto: “Sì hai ragione, sai noi non usciamo mai…”. Uscite ogni tanto, allora».

E che cosa hai fatto?
«L’unica cosa che potevo fare, dato che non avevo strumenti per vivere in questo mondo, era andare a parlare nel mondo parallelo. Cosa che gli artisti fanno. E, per fortuna, è piaciuto moltissimo. Mi sono portato dietro un po’ più di eleganza, di rispetto, di rapporto con la natura. Adesso, ad esempio, sto lavorando molto sul culto delle ninfe. Il coronavirus rende palese una questione: o ritroviamo una alleanza con la natura o la natura ci schiaccia, ci fa fuori. Lo dimostra anche la rapidità con cui la natura si è rimpossessata dei suoi spazi durante il primo lockdown».

Comunque vada, sarà improbabile rivivere un periodo di lockdown totale così lungo.
«Lo spero, perché sarebbe drammatico. Psicologicamente, economicamente».

Facciamo un passo indietro: cosa ricordi dei tuoi inizi?
«Che ero un brocco tremendo».

Prego?
«Erano tutti a Milano, tutti grandi stilisti, giovanissimi. Tutti i fotografi erano qui, le riviste erano tutte qui, ci diamo tutti del tu. Siamo venuti su insieme, ecco. Io venivo addirittura dalla Serie C1, dalla retrocessione, però hanno fatto di me un ottimo fotografo».

Sto pensando ancora al «brocco tremendo».
«La gente si stupisce quando lo dico, ma è vero».

Guarda che titolo così, eh.
«Va benissimo, i miei amici lo sanno da sempre. All’inizio non sai un cazzo, non guardi niente, non ti documenti, non compari le opere, quindi qualunque cosa tu faccia ti piace subito. Più sai, più studi, più impari, meno il tuo prodotto ti piace, quindi cerchi sempre di più. Se verrai da me allo studio, vedrai che ho una biblioteca di 6.000 volumi. Ho avuto grandi maestri, gente che mi teneva in studio a lavorare 10-12 ore al giorno per accelerare l’apprendimento».

Poi sono arrivati gli anni Ottanta, l’età dell’oro.
«Devi pensare sempre che venivamo da anni di chiusura, tu non lo puoi sapere ma per tre giorni alla settimana non si poteva girare con nessun mezzo a motore perché c’era l’austerity, una legge durissima contro la crisi petrolifera. C’erano le BR che imperversavano, c’erano scioperi praticamente tutti i giorni. Per andare nei posti, non prendevamo il tram: “prendevamo” le manifestazioni».

Ovvero?
«Dovevi andare in piazza Duomo, ma la manifestazione te lo impediva? Entravi nella manifestazione che ti portava fin lì. Sembra uno scherzo, ma è vero. Insomma diciamo che, dopo questo buio profondo, negli anni Ottanta siamo stati un po’ come dei bambini cretini che festeggiavano la fine della scuola. Tutto era feste, scintillio per le donne, divertimento, serate. Era liberatorio e comprensibile che dopo dieci anni così avessero tutti voglia di fare un po’ i cretini».

Da qui, probabilmente, anche la gran voglia di creare.
«Esattamente. C’era una nuova progettualità, anche gli stessi vestiti erano creati dal niente per un mondo nuovo. La grande differenza tra la moda Ottanta e Novanta è questa: prima si cercava un mondo nuovo da rifondare, poi si ricomincia a citare il mondo anni Trenta, Quaranta e Cinquanta».

E l’approccio al bianco e al nero nelle tue foto com’è iniziato?
«Nasco colorista. A furia di epurare, impari che la sfida è un lavoro a togliere e non ad aggiungere. Più togli, più domini quello che resta e più diventa tuo. Aumenta di valore. Alla fine ho tolto anche i colori. Dico sempre che il mio sogno sarebbe fotografare il nulla, ma che si capisca benissimo che l’ho fotografato io».

Cosa guardi come prima cosa, quando devi scattare?
«È un po’ una danza. Il mio studio, come ti ho detto, è una piccola oasi spero di buona reputazione, gentilezza, allegria. E quindi affronto tutti con 10-15 minuti di colloquio mentre ci beviamo un caffè, una vodka o ciò che si vuole. Così calano un po’ le prime difese davanti al grande fotografo. Capiscono che cerco qualcos’altro. Poi la fotografia avviene molto rapidamente, quasi in uno stato di incoscienza».

All’improvviso.
«Lo considero un vero atto di seduzione. Metto in atto tutto il possibile per sedurre la persona finché cala la maschera e mi lascia vedere, come nei rapporti seduttivi. Quando riesco è fantastico. Quando non riesco, vedo il muro dietro».

E ti capita?
«Rarissime volte, ho messo in piedi una tale danza di seduzione… (ride, ndr). A volte uso degli stratagemmi: la persona vede che non sto scattando, ma che faccio solo test di luci, mentre in realtà ho già scattato. Quando sul set mi chiedono che cosa debbano fare, rispondo: “Un cazzo”. E questo scioglie molto l’atmosfera».

Allora meglio la vodka del caffè, a questo punto.
«Anch’io prediligo la vodka. Ma da quando ho promesso di non bere più vodka, bevo grappa. Se verrai in studio, ti farò provare delle grappe…».

Riusciresti a cristallizzare una foto per decennio a cui sei particolarmente affezionato?
«I primi anni ero un fotografo sostanzialmente di moda, Linda Evangelista ha segnato i miei anni Ottanta, ho fatto la prima copertina di donna con lei. Era anche la sua prima copertina. Per gli anni Novanta ti dico una persona che è importata enormemente nella mia vita, che ha curato le mie mostre e che ho anche fotografato: Germano Celant. La prima volta, alla Triennale, mi ha detto una cosa bellissima che ha cambiato le sorti della mia carriera».

Cosa ti disse?
«Di piantarla di dire che ero un fotografo “di qualcosa”. E, con la sua infinita grazia, aggiunse: “Tu sei un fotografo e poi fotograferai un po’ quel cazzo che ti pare”. L’ho trovato geniale. Mi ha spronato a fotografare di tutto e a valutare se la mia estetica reggesse qualunque cosa. Mi manca moltissimo».

Chi pensa alla tua opera, non può non pensare a quello scatto ad Obama.
«Lo incontrai in occasione di Seeds & Chips, mi invitò ad una cena qui a Milano. Mi colpì che strinse la mano a tutti, compresi gli inservienti, uno a uno, sia all’arrivo che ai saluti. Cosa che molto difficilmente accade. Una classe unica».

Una modella da tener d’occhio oggi?
«Dico Lisa Louis Fratani, mi ha impressionato davanti all’obiettivo».

Pensa a Milano: il primo posto che ti viene in mente.
«Senti, è sempre stato fin da ragazzino piazza Mercanti. Incredibilmente due delle mie mostre più importanti sono state fatte al Palazzo della Ragione, quindi era destino. Ai tempi andavo lì ad aspettare l’alba, che è di una bellezza sovrumana».

C’è un regalo che vorrebbe ricevere in questo Natale così particolare?
«Un vaccino che può salvare l’umanità, non chiedo di più».

Maestro, adesso è il momento giusto per?
«Per la bellezza, credo. La bellezza è un grande anestetico che ti stacca un po’ dal dolore, dalla sofferenza, dall’angoscia. Quest’epoca è dominata dall’angoscia, la bellezza ti riporta a un mondo quasi classico, in cui natura e uomini erano la stessa cosa. E credo che sia il cammino che dovremo intraprendere, d’ora in poi».

 

 

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