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02. 08. 2021 20:18

Il peso di essere eroi. Psicologi e psicoterapeuti: «Quanto ci vorrà ancora per inserirci in tutti i reparti d’Italia?»

Medici, infermieri non sono «per nulla tutelati». La lettera al Presidente Conte

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Li chiamiamo eroi. E probabilmente non ci sarebbe miglior modo per definirli. Sono i medici, gli infermieri e tutto il personale sanitario impegnato in questa estenuante lotta al coronavirus. Ma dietro il costume da eroi, da Superman o da Wonder Woman, fatto di tute, guanti e mascherine si celano persone, la cui “normalità” è stata sacrificata al bene del prossimo. Ritmi di lavoro estenuanti, la paura del contagio e la morte trasformata da evento sporadico a quotidianità: è questo il cocktail micidiale che ogni operatore sanitario ingerisce nelle corsie degli ospedali lombardi.

 

 

Il peso di essere eroi

Nelle ultime settimane due infermiere – una dell’ospedale di Monza e l’altra della struttura di Jesolo – non hanno retto il peso di tutto questo, decidendo di togliersi la vita. Spesso è facile bollare coloro che compiono un suicidio come “persone fragili”, ma in fondo le fragilità non fanno parte dell’essere umano?

La campagna. «Abbiamo scritto questa lettera di pancia mossi dal profondo senso di ingiustizia scaturito dall’ultimo suicidio», racconta Giada Scifo a Mi-Tomorrow. Insieme ad un gruppo di giovani colleghi psicologi e psicoterapeuti, la dottoressa Scifo ha indirizzato una lettera al premier Conte chiedendo e sottolineando l’importanza di un supporto psicologico all’interno dei reparti più colpiti dall’emergenza.

Linee amiche. L’Ordine degli Psicologi ha avviato la campagna #psicologicontrolapaura, che offre un servizio telematico e gratuito a tutti coloro che necessitano di un supporto psicologico. Così anche tanti ospedali hanno attivato delle “linee amiche” attraverso le quali lo stesso personale medico possa trovare una valvola di sfogo e conforto all’immensa mole di stress giornaliera.

Carico emozionale. «Non è sufficiente. Spesso professioni come quelle sanitarie mostrano un tabù nei confronti dello psicologo – prosegue Scifo –. In situazioni emergenziali come questa non è facile sentirsi all’altezza e raccontare le proprie paure». Da qui la necessità dello psicologo in prima linea capace di captare sul posto di lavoro le preoccupazioni e le sensazioni del personale medico: solo attraverso la condivisione di quel carico emozionale presente in corsia sarà possibile abbattere certe barriere.

Caso Hubei. «Non li stiamo aiutando». Negli scorsi giorni è stata pubblicata una ricerca condotta tra gli operatori sanitari dell’Hubei, la prima regione interessata dall’epidemia di coronavirus. I dati emersi mostrano come tra il personale medico si registri un incremento dei disturbi depressivi, dell’ansia e dell’insonnia. «Il caso cinese dimostra come il coronavirus sia un’esperienza traumatica capace anche di lasciare segni indelebili – sottolinea ancora Scifo.

Supporto in corsia. Tuttavia al momento i pochi casi di psicologi in corsia sono stati messi in piedi solo da organizzazioni volontarie». Il decreto del 14 marzo ha evidenziato l’importanza del supporto psicologico da fornire alle famiglie dei contagiati e agli operatori impegnati in prima linea nell’epidemia. Ma per ora, nella maggior parte dei casi, si è limitato ad un aiuto da remoto: «Non li stiamo proteggendo: esaltarli semplicemente come eroi espone chi è più fragile ad un carico eccessivo di responsabilità e ad un conseguente senso di inadeguatezza».

Il peso di essere eroi
Il peso di essere eroi

La lettera per Conte

Caro Presidente,
Siamo giovani psicologi psicoterapeuti di Milano.
Le scriviamo in preda allo sgomento e alla rabbia dopo aver appreso la notizia del suicidio (l’ennesimo) di una giovane (anche lei) infermiera del San Gerardo di Monza, in servizio presso un reparto di terapia intensiva.
Correttamente nei suoi discorsi ricorda sempre tutto il personale sanitario, l’impegno di medici e infermieri e lo stress al quale quotidianamente questi sono sottoposti.
I media fanno a gara per raccogliere appelli e interviste di chi in prima linea ogni giorno affronta l’emergenza.
I cittadini che Lei rappresenta si ritrovano ogni giorno sui balconi a onorare con applausi e flash mob il duro lavoro e il coraggio che a questi è richiesto.
Oggi però qualcosa è cambiato. Oggi quelle parole ci appaiono vuote, vane ci appaiono le preghiere, tristi ci appaiono quei gesti.

Caro Presidente, oggi ci poniamo più di una domanda: come possiamo tutti noi osannare medici e infermieri se poi li stiamo lasciando soli a gestire l’enorme carico emotivo che questa situazione comporta?
Come può lo Stato chiedere loro di essere eroici dimenticandosi delle fragilità umane con cui anche loro devono convivere?
Come possiamo tutti noi preoccuparci del nostro isolamento e della nostra solitudine trascurando la solitudine e l’isolamento in cui anche loro si ritrovano al termine di un estenuante turno di lavoro?

Caro Presidente, lo sappiamo, ci risponderà che lo Stato c’è e che sta facendo del suo meglio per gestire le tante emergenze che in questo momento stanno colpendo il nostro Paese. Sappiamo che forse ci dirà che il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi si è attivato al fine di fornire un supporto psicologico telefonico ai pazienti e al personale sanitario. Lo sappiamo, ma sappiamo anche che chiedere aiuto è difficile. Sempre. Per tutti.
Sappiamo che è difficile in situazioni normali e sappiamo che lo diventa ancora di più in situazioni straordinarie.
Come possiamo aspettarci che un medico o un infermiere dopo un difficile turno di lavoro e dopo aver combattuto intimamente con la frustrazione e con il senso di impotenza, trovandosi solo davanti alla paura e alla sofferenza possa, tornando a casa, non sprofondare nel dolore e nella solitudine e trovare da solo la forza di aiutarsi a farsi aiutare? Quante altre giovani vite devono spegnersi prima che lo Stato si renderà conto che quella che stiamo vivendo è, ancora prima, un’emergenza psicologica?
Quanto tempo dovremo aspettare prima che si troverà il tempo e il modo di inserire in tutti i reparti d’Italia psicologi e psicoterapeuti?

Caro Presidente, Lo Stato che Lei oggi rappresenta non può e non deve dimenticarsi dei suoi eroi e non può e non deve dimenticarsi che dietro a quegli eroi ci sono prima di tutto delle persone.

In fede,

Dott.ssa Giada Scifo
Dott.ssa Claudia Berger
Dott.ssa Corinne Oppedisano
Dott.ssa Valentina Corica
Dott.ssa Carlotta Ferrari
Dott. Davide Rotondi

10 domande a Damiano Rizzi, psicologo e presidente della fondazione Soleterre

Il peso di essere eroi: Condividiamo la sofferenza in prima linea

Damiano Rizzi, psicologo clinico e presidente della Fondazione Soleterre, è impegnato in prima persona nell’emergenza coronavirus. Insieme ad una equipe di altri 14 psicologi, offre il proprio contribuito presso il policlinico San Matteo di Pavia.

Come nasce il vostro progetto?
«Come Ong ci siamo sentiti in dovere di rispondere all’appello di aiuto lanciato dall’assessore Gallera all’inizio dell’epidemia».

Perché proprio il Policlinico di Pavia?
«Eravamo già impegnati qui con le nostre attività di volontariato nel reparto di oncologia pediatrica. Così abbiamo proposto all’ospedale il progetto degli psicologi in prima linea. Mi permetta di definire la dirigenza del San Matteo illuminata: hanno accettato immediatamente la nostra proposta».

Com’è la situazione in struttura?
«Dal 10 al 25 marzo siamo passati da 120 a 350 pazienti tutti in condizioni medio-gravi. Negli ultimi giorni non stanno arrivando nuovi contagiati, ma comunque l’ospedale resta pieno di degenti. Non è ancora finita».

Quali sono le paure degli operatori sanitari?
«Hanno timore di ammalarsi anche loro. Presentano difficoltà a lavorare con pazienti con i quali non si può venire in contatto. Il carico di stress in certe situazioni raggiunge livelli altissimi».

In quali reparti siete operativi?
«Rianimazione, pronto soccorso e malattie infettive».

Damiano Rizzi, psicologo e presidente della fondazione Soleterre
Damiano Rizzi, psicologo e presidente della fondazione Soleterre

Mi fa un esempio di una situazione tipo?
«Prendiamo il caso della rianimazione. Un medico opera in sala completamente coperto con difficoltà anche a muoversi. Aldilà della porta c’è un collega al citofono che gli dà indicazioni su come agire. Noi siamo qui fisicamente al suo fianco per sostenerlo».

Come si reagisce alla morte?
«Quando un paziente muore si hanno pochi secondi per metterlo in un sacco antisettico e portarlo via. Davanti a certe scene spingiamo gli operatori ad andare avanti con il proprio lavoro e a mettere da parte. Condividiamo con loro la sofferenza».

E poi che succede?
«La condivisione del dolore è una sorta di aggancio. Al termine del turno cerchiamo di portare l’operatore in un posto protetto dove possa scaricare quel carico emotivo accantonato durante la giornata».

Avete uno spazio dedicato a voi?
«Abbiamo una emergency room in reparto».

Riscontrate dei tabù nell’aprirsi a voi?
«Tutti vivono una situazione surreale in cui si rischia l’alienazione. La nostra presenza è vista come un fattore positivo. Sono crollate tutte le barriere. All’interno dell’ospedale ci sono solo persone pronte ad aiutarsi».

Perché gli psicologi in corsia non sono presenti in tutti gli ospedali?
«Una spiegazione potrebbe essere che sono pochi gli psicologi strutturati nel servizio sanitario nazionale. Alcune direzioni, poi, hanno preferito un servizio da remoto per non esporli al rischio del contagio. Non è facile operare in prima linea».

Il peso di essere eroi, i numeri

Oltre 100.000
gli psicologi iscritti all’ordine italiano

15.000
i cosiddetti psicologi convenzionati, ovvero liberi professionisti che svolgono l’ attività in convenzione con alcune strutture del Servizio Sanitario Nazionale

5.000
gli psicologi direttamente alle dipendenze del sistema nazionale sanitario

Meno di 1.000
gli psicologi presenti fisicamente all’interno delle strutture ospedaliere

Fonte: Ordine Nazionale degli Psicologi

Psicologi in corsia
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