Il tema principale sarebbe potuto – e dovuto – essere: «Diminuisce la criminalità a Milano». Ma qualcosa non torna, come al solito.

 

È un po’ come guardare un panorama con le lenti degli occhiali sporche. Per quanto sia affascinante l’orizzonte, un fastidio continuerà a pervadere la vista. Nel caso dell’ultimo report pubblicato dalla Prefettura milanese sull’andamento dei crimini in città, l’identikit di questo disturbo ha un nome ben preciso. Ed è, immarcescibile, il consumo di droga.

La banda del buco: i dati

«C’è un progressivo miglioramento e abbassamento di tutte le denunce per i reati predatori», spiega il prefetto Renato Saccone. A confermare il suo ottimismo ci pensano i dati relativi all’anno appena trascorso: crollo del 21,43% dei furti in abitazione, del 22,97% degli scippi e del 17% dei casi di violenza sessuale. Le uniche voci fuori dal coro sono quelle rappresentate dall’aumento delle truffe, soprattutto quelle informatiche.

E, appunto, il consumo di sostanze stupefacenti. Con Saccone che ha voluto precisare come quest’ultimo fattore sia legato soprattutto alla crescita del traffico internazionale che inonda facilmente anche le piazze di spaccio italiane.

La banda del buco: cresce l’eroina

La diffusione del consumo di stupefacenti va ricercata anche intorno alle nuove dinamiche che caratterizzano il mondo della droga. Fino a qualche tempo fa c’era la tendenza ad immaginare i consumatori per categoria: camicia bianca, Suv ed ecco il prototipo dell’acquirente di cocaina, mentre rasta e bicicletta identificavano in modo stereotipato l’appassionato di cannabis.

Oggi tutti gli schemi sono saltati. La rete ed i progressi della chimica hanno rivoluzionato il mercato degli stupefacenti rendendo accessibili sempre più sostanze a prezzi sempre più contenuti. Non è un caso che la “nera” eroina sia riapparsa nelle periferie come fosse il fantasma delle pagine sbiadite di Noi ragazzi dello zoo di Berlino. Un piccolo dato per rendere tutto più chiaro: nel 1996 il buco da eroina costava in media ad un tossico 100.000 lire al giorno, ora sono sufficienti a malapena 5 euro per una dose minima.

La banda del buco: Rogoredo Trainspotting

Siamo tornati a Rogoredo, periferia nord della città e principale centro di spaccio del Nord Italia soprattutto per via di quel boschetto spesso raso al suolo, ma mai realmente sopito. Eppure, avvicinandoci alla stazione e alla “zona rossa” di via Orwell, qualcosa sembra stia lentamente cambiando.

Non si vede più il via vai di giovani e giovanissimi col viso perso pronti a mettersi in fila per acquistare la propria dose giornaliera nel boschetto della perdizione. Ormai un anno fa lo stesso prefetto Saccone promosse il Progetto Rogoredo – L’unione fa la forza: ora, attraverso la collaborazione con l’ATS e con una una serie di altre associazioni, si sta cercando di consolidare nell’area i presidi di sicurezza e quelli sanitari.

Ancora oggi staziona stabilmente davanti alla ferrovia un’autoambulanza per il primo soccorso, mentre Polizia locale e Carabinieri si alternano nell’opera di sorveglianza.

La banda del buco: vuoti a rendere

Vuoti a rendere. Rogoredo fa passi avanti, ma l’emergenza droga non sembra arretrare. L’eroina non è un semplice mostro che torna dal passato. Ci dice qualcosa di più: ci parla di un vuoto culturale e di un disagio galoppante tra le fasce più giovani.

Nel 1968 dalle colonne de Il Tempo Pasolini lanciò un monito: «La droga viene a riempire un vuoto causato dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura». Forse bisognerebbe tornare a parlare del problema nelle scuole, forse bisognerebbe esser più presenti ed ascoltare di più. Forse i servizi di supporto dovrebbero essere più strutturati, così come noi dovremmo fare qualcosa di più nel nostro piccolo. Quel che è certo è che i “forse“ non cambieranno mai il mondo.

 

Fino a qualche tempo fa c’era la tendenza ad immaginare i consumatori per categoria: camicia bianca, Suv ed ecco il prototipo dell’acquirente di cocaina, mentre rasta e bicicletta identificavano in modo stereotipato l’appassionato di cannabis. Oggi tutti gli schemi sono saltati


La parola ai milanesi

«Presidi aumentati» Julia Ruiz, 44 anni, impiegata
«Abito nel centro di Milano, da noi il problema non è così sentito come può essere a Rogoredo. Quello che noto nel mio piccolo è in generale un aumento dei presidi un po’ in tutta la città per rendere i controlli più efficienti e garantire il giusto livello di sicurezza. Ciò nonostante non si può limitare il discorso alla protezione, ma bisognerebbe fare concretamente anche qualcosa per aiutare questi disgraziati ad uscire dal vortice della dipendenza».

«Sogni come antidoto» Nancy Gamonal, 33 anni, badante
«Se i tossici non sono più qui a Rogoredo, sono da un’altra parte. Effettivamente ne ho visti molto meno di ragazzi in zona. Non credo creino un vero problema di sicurezza: in fondo, se non li calcoli, non creano alcun disturbo. Andrebbero aiutati in maniera adeguata. Non donando loro dei soldi, ma supportandoli ad intraprendere un percorso di recupero che li porti a credere nuovamente in se stessi e soprattutto ad avere nuovi sogni per il futuro».

«Siamo alla frutta» Tony Isidori, 56 anni, pensionata
«Vorrei che ci fosse una maggior attenzione sul tema. Mi piacerebbe che queste persone venissero aiutate, riabilitate e che attraverso il percorso di recupero riacquistassero speranza e fiducia nel domani. Indubbiamente ci vorrebbero anche maggiori controlli da parte delle nostre forze dell’ordine. Diciamocelo chiaro: siamo alla frutta. Per questo spero che aumentino i presidi in città e mi auguro che questo 2020 sia un anno di cambiamento».

«Ricovero coatto» Dario Maccagno, 52 anni, impiegato
«La situazione è sensibilmente migliorata, ma credo sia dovuto al cambio della piazza di spaccio in qualche altro punto della città. Fino a poco tempo fa l’ambiente qui era invivibile. Tornavi da lavoro e venivi importunato da nove, dieci persone, anche giovanissimi, in situazioni che definirei disperate. Per far fronte a certe emergenze non vedo altra soluzione che il ricovero coatto: i consumatori, per quanto giovani, vanno rinchiusi fino al loro completo recupero».

«Disastro dall’Expo» Giuseppe Monaco, 82 anni, ex ferroviere
«Qui in via Orwell è un disastro. C’è una cascina dismessa poco più in là dove sono sempre dentro a bucarsi. Nonostante l’intervento della polizia, continuano ad essere un problema serio. Sarà pur migliorata la situazione ultimamente, ma non è certamente risolta. Abbiamo interpellato anche Sala e si sono interessate diverse emittenti televisive, ma risultati concreti non se ne vedono. Questi tossici sono quelli che sono stati mandati via dall’area di Expo e ora ce li ritroviamo qui».

«Una pulizia efficace» Davide Bianchi, 45 anni, dirigente
«Nonostante i dati emersi, qui a Rogoredo è stato fatto un ottimo lavoro. La situazione è migliorata notevolmente. L’area è ora tranquilla e non si vede più quel via vai di gente verso il boschetto, che è stato completamente ripulito. Prima c’era un tossico praticamente ad ogni angolo. Sono fermamente convinto, anche se forse non dovrei dirlo, che il problema della droga vada affrontato in maniera estrema: colpisci uno spacciatore per educarne cento».

«Rigenerare il boschetto» Veronica Autiero, 40 anni, impiegata
«La situazione è migliorata rispetto al passato. Non è più una zona così pericolosa: con il problema del boschetto i controlli sono aumentati a dismisura. Certo, la paura rimane. Quando torno a casa verso sera mi chiudo dentro la macchina perché un filo di timore c’è sempre. Ora che l’area è stata in gran parte ripulita, punterei ad una riqualificazione. Ad esempio, qui vicino c’è una cascina abbandonata che potrebbe essere trasformata in un centro culturale».

«Quartiere tranquillo» Alessio Berton, 18 anni, studente
«Qui a Rogoredo si vive benissimo. Certo, il problema esiste. Passando vicino alla stazione si possono incontrare ancora tossici che magari chiedono l’elemosina per comprarsi la dose giornaliera, ma sembra ormai limitato a questa parte del quartiere. Girando nelle altre vie, invece, non si riscontrano più certe difficoltà. Qui in stazione i militari dovrebbero essere più presenti e fare più controlli, mentre in realtà non se ne vedono molti. Almeno in quest’ultimo periodo».