Lionello Cerri: «Un nuovo ruolo sociale per il cinema»

Lionello Cerri: «Un nuovo ruolo sociale per il cinema»

Lionello Cerri è amministratore delegato di Anteo e ha fondato nel 1994 la casa di produzione Lumiere & Co., che ha prodotto, per citare alcuni dei titoli più celebri, Fuori dal Mondo (1998), Niente Paura (2010) e Latin Lover (2014). È attualmente presidente dell’Anec (Associazione nazionale esercenti cinema) e fa parte della direzione artistica di Fuoricinema.

Com’è nata l’idea di Milano Movie Week, al debutto quest’anno?

«Nasce da un’idea del Comune di Milano, che aveva già dedicato alcune settimane dell’anno ad argomenti e temi specifici. Mancava il cinema ed è partito così questo progetto. È stato scelto questo mese, settembre, perché già ricco di eventi cinematografici: dal nostro Fuoricinema alla mostra di Venezia appena conclusa».

Cosa lo rende innovativo?

«Milano ha un pubblico molto attivo ed esigente: conosce l’offerta del cinema e risponde alle proposte culturali, cercando film di diverso genere a seconda dei gusti. L’accoglienza della cittadinanza è sempre molto alta. Anche in virtù di questo abbiamo cercato di riaffermare il ruolo sociale della sala cinematografica, tipico degli anni ’50, ’60 e ’70 , inteso come luogo di incontro e rafforzamento della comunità, all’interno di un contesto metropolitano».

Il cinema come elemento capace di unire e costituire la comunità, quindi?

«Esatto. Un contenitore, una sala che dà dignità allo spettatore e che non lo intende meramente passivo. È vero, si assiste a un prodotto finito, ma la partecipazione c’è: al cinema si ride, si piange, si applaude, ci si emoziona, si parla con chi è seduto accanto, terminata la proiezione si scambiano opinioni. Insomma, lo spettatore ha la possibilità di crescere da un punto di vista culturale questa è un’occasione che ognuno di noi ha per migliorare se stesso, a 360 gradi».

Questa prospettiva è specifica di Milano o si può ritrovare anche in altre città?

«Milano è un po’ più avanti, perché negli ultimi dieci anni ha avuto uno sviluppo intensissimo ed è diventata più curiosa, più viva, la gente esce più volentieri di casa, ha meno paura, si gode di più la città. Tuttavia il nostro progetto di sale va oltre i confini della città e sta cercando di riproporre la stessa idea altrove».

Se dovesse pensare di racchiudere l’idea di Milano in un film, quale sceglierebbe?

«Impossibile sceglierne uno solo. Potrei pensare a un’immagine comica o una triste, una commedia della realtà o un film molto sociale. Milano non è perfetta, ha molte contraddizioni: c’è ancora un problema di povertà, la condizione delle periferie potrebbe essere migliore e la solidarietà, un valore che è un fiore all’occhiello della città, potrebbe essere ancora più sentita. Preferirei quindi non indicare un unico film, anche perché Miracolo a Milano, che portava la città nel suo stesso titolo, è un po’ datato: Milano è già un miracolo così com’è, adesso».

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