meo sacchetti
meo sacchetti

Se vi aspettate il personaggio che arriva pavoneggiandosi dei traguardi raggiunti, con Meo Sacchetti non potete che rimanere spiazzati. Più che un’intervista, quella con il ct della Nazionale di basket maschile appena approdata ai Mondiali (non accadeva da tredici anni) è una chiacchierata informale.

Nei discorsi c’è l’azzurro, così come la Vanoli Cremona portata al successo in Coppa Italia. Ci sono gli anni di Varese da giocatore e di Sassari da tecnico, ma sopra ogni cosa c’è il sovrainsieme dello sport che prende con sé basket, fino al calcio e al rugby. Con un passaggio per le vie di Milano e i ricordi che lo legano alla città della Madonnina.

Milano è sempre la rivale più importante, da allenatore della Vanoli?
«È sicuramente una squadra strutturata per fare molto bene in campionato e in Coppa. Quando affronti un avversario così cerchi sempre di batterlo perché sai che è il migliore. Dall’altra parte io tifo Milano in Eurolega, da italiani abbiamo solo interesse che vadano avanti. Non sono di quelli che sperano che l’avversario perda. Spero anzi che trascini anche il resto del movimento».

Una stagione oltre le aspettative, quella a Cremona.
«No, ad essere onesti. Abbiamo cambiato diversi giocatori, ma già all’inizio ci davano tra le squadre più forti. Siamo partiti bene nelle prime partite, abbiamo avuto un brutto passo falso contro Cantù ma poi bene o male c’è stata continuità di risultati. Una volta raggiunta la salvezza siamo riusciti ad acciuffare la Final Eight di Coppa Italia ed è andata come è andata. Ora ci saranno i playoff, sappiamo che affronteremo delle squadre che sono sulla carta più forti di noi».

Riusciremo a vedere Sacchetti sulla panchina di Milano in futuro?
«Vengo a vedere le partite volentieri… Scherzi a parte, probabilmente non sono l’allenatore adatto per Milano e poi ora sto bene a Cremona. Non sono uno che guarda troppo in là nel tempo».

Anche per il ritorno della Nazionale bisognerà aspettare, ma ad oggi cosa vuol dire aver centrato la qualificazione ai Mondiali?
«Abbiamo fatto il giusto, non abbiamo scalato l’Everest. È stato un buon percorso che a un certo punto ci ha dato un po’ di tensione, ma nella gara decisiva con l’Ungheria i ragazzi hanno reagito in modo positivo e la gara è andata come ci aspettavamo. Siamo contenti».

Quali saranno le prossime tappe?
«Verso la fine di luglio inizieremo la preparazione. Ci sono ancora quattro mesi davanti con una parte di campionato importante in Italia, Europa e Stati Uniti. La stagione può essere lunga».

Meglio vedere sia Belinelli che Gallinari ai playoff Nba o avere più riposato almeno uno dei due?
«Ritorniamo sempre al solito discorso della crescita: a livello personale sarebbe importante per loro arrivarci, Belinelli peraltro ha già vinto un titolo Nba. Sono cose che danno risonanza al nostro basket».

Cosa cambierà nelle convocazioni con questi due giocatori?
«Noi abbiamo fatto un passo importante in avanti, valutando che i giocatori venuti in Nazionale erano i migliori a disposizione. Si è creato un grande amore per la maglia azzurra anche da parte di chi faceva parte del gruppo azzurro e non giocava. D’altronde quando ho accettato l’incarico sapevo già che non avrei avuto i giocatori dell’Eurolega e della Nba, non ne ho fatto un male. So che dovrò fare delle scelte impopolari, ma ora voglio pensare ancora a quelli che mi hanno portato in Cina».

C’è bisogno dei Mondiali per far affezionare la gente a una disciplina come il basket?
«Non possiamo metterci a fare la guerra al calcio, dobbiamo ritagliarci i nostri spazi. L’abbiamo fatto e adesso i risultati aumentano la conoscenza della pallacanestro».

Quale altro sport segue da appassionato?
«Sono un amante del rugby, mi piace il loro modo di vivere la sfida in maniera onesta. Ho preso il treno e l’aereo per andare a vedere Irlanda-Scozia e c’era un’atmosfera bellissima, fuori dai bar i tifosi di entrambe le Nazionali bevevano birra assieme. Sembrava di essere in un mondo diverso: qui se vai fuori dallo stadio con la maglia della squadra avversaria rispetto a quella di casa rischi. Ci manca un po’ di cultura sportiva».

Il basket può essere un punto di riferimento da questo punto di vista?
«Non siamo perfetti nemmeno noi. Alcune società hanno qualche problema da affrontare. La rivalità con gli sfottò è anche bella, se non è offensiva».

Da dove partirebbe per risolvere il problema delle strutture, particolarmente a Milano?
«Avere degli impianti adatti sarebbe fondamentale fin dalle scuole. Non entro nella questione dei fondi, però bisogna capire che quello è il primo passo. Io sono favorevole all’idea di non far specializzare i ragazzi più giovani, di farli cominciare con varie attività. Investire per lo sport per i nostri giovani vuol dire avere meno problemi di spesa sulla sanità in futuro».

A livello sportivo e umano, l’idea del Club Italia lanciata dalla pallavolo può essere un esempio da seguire?
«È difficile perché le società non vogliono lasciare i giocatori più giovani. Sono curioso di vedere come funzionerà il progetto della Next Generation lanciato dalla Federazione. Servirà pazienza, bisognerà cercare di non essere troppo legati ai risultati. In Italia non esiste allenatore che può perdere sei o sette partite di fila e rimanere in sella. Non ho mai visto un club che accetta una retrocessione in A2 per poter programmare una risalita e una permanenza stabile nella massima categoria».

Domande sulla Milano odierna: posto preferito in città?
«Il passaggio dal Castello Sforzesco al Duomo, in via Dante, è quello che più apprezzo. E poi ci sono molti locali in cui si mangia bene».

Ad esempio?
«C’è una cascina napoletana che col mio agente scegliamo spesso per mangiare la pizza».

Un ricordo che la lega a questa città?
«Io non sono mai stato un realizzatore. Ricordo però un derby contro Milano giocato con la maglia di Varese in un periodo in cui perdevamo spesso. Quella volta vincemmo al PalaTrussardi e ci fu molta enfasi, giocai un’ottima partita».

Che effetto le fa avere un rapporto di lavoro di così lungo periodo con suo figlio Brian, tra club e Nazionale?
«È stato bravo lui a scindere le cose tra l’essere giocatore e l’essere figlio. Da allenatore mi sento chiamare “Meo” o “papà”, perché non ho mai pensato che il rispetto fosse dato dal fatto di farmi chiamare coach. Con Brian mi arrabbio perché chiedo sempre di più, anche se non gli ho regalato niente e anzi qualcosa gli ho tolto. Adesso ormai ho un rapporto normale. Si è fatto apprezzare nel mondo della pallacanestro per l’educazione, al di là dell’essere un giocatore».

Brian farà parte della spedizione ai Mondiali?
«Non dico nulla, per ora. C’è bisogno di tempo. Io ho sempre detto che cercherò di andare coi migliori giocatori, spero che vogliano venire».

Estive o invernali, i Giochi a Milano farebbero bene alla città?
«Per me le Olimpiadi sono il massimo. Io ne ho fatto due, alla prima a Mosca non abbiamo potuto fare la sfilata. Io non ho avuto nulla come giocatore di club, ho vinto con la Nazionale, ma per me l’argento di Mosca è davanti all’oro mondiale di Nantes. Le Olimpiadi hanno un fascino che chi non ha provato non può capire. Non essere andati avanti con Roma 2024 è stata una pessima cosa, soprattutto il non averlo fatto perché si pensava di non avere il controllo degli appalti. Dà un senso di debolezza».

Un evento così può cambiare anche lo scenario degli impianti?
«Sapere dal presidente Fifa, Gianni Infantino, che i nostri impianti nel calcio sono al livello del Gabon fa effetto. Nella pallacanestro è lo stesso, basta vedere cosa è successo con il Palalido. Peraltro a Milano, non in una realtà minore».

In Cina dal 31 agosto
Le prime due europee vanno a Tokyo

Come annunciato a Mi-Tomorrow dal commissario tecnico azzurro “Meo” Sacchetti, il percorso dell’Italia in vista del Mondiale in Cina (dal 31 agosto al 15 settembre) comincerà con la preparazione in programma a fine luglio. Proprio in questi giorni il selezionatore sta studiando assieme ai collaboratori le prossime tappe di avvicinamento alla rassegna intercontinentale.

Difficile stilare una lista di possibili convocati con un lasso di tempo così ampio ancora a disposizione e al netto di eventuali defezioni per problemi fisici, che il ct spera di scongiurare e che negli anni passati hanno spesso condizionato le scelte dei suoi predecessori nei momenti meno opportuni.

Il Mondiale sarà una tappa fondamentale anche in chiave olimpica: le migliori due classificate del continente europeo avranno infatti accesso diretto a Tokyo 2020, altri due posti saranno assegnati alle Americhe, uno all’Africa, uno all’Asia e uno all’Oceania. Le prime sedici non qualificate del Mondiale accederanno invece al pre-olimpico.


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