migranti
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Domani, sei anni fa, 368 naufraghi perdevano la vita a largo di Lampedusa nella più grande tragedia recente del Mediterraneo. In una stagione ancora complicata sul fronte accoglienza, vi abbiamo chiesto come considerate al momento l’apporto in città dei migranti: più un “problema” o un “valore aggiunto”? Ci avete risposto così.

 

Correva l’anno 2013. Il domani del 2013. A largo di Lampedusa, di fronte all’isola dei Conigli, un barcone schiacciato sotto il peso di oltre 500 persone si rovesciava in mare. Furono 368 i naufraghi che persero la vita quel 3 ottobre. I giornali si affrettarono ad intitolare l’evento come “la più grande tragedia del Mediterraneo”, mentre sugli schermi si rincorrevano quelle immagini di file di corpi coperti ormai senza vita.

Oggi di tutto questo cosa resta? Forse il ricordo? Nel 2016 la legge 45 voluta dal nostro parlamento istituì la giornata della memoria e dell’accoglienza. Il sindaco di Lampedusa Totò Martello, che vedrà la sua isola protagonista principale delle commemorazioni del 3 ottobre, ha voluto lanciare in questi giorni un nuovo monito: «Per costruire un futuro migliore dobbiamo custodire la memoria. Solo ricordando quello che è successo, possiamo impegnarci per impedire che accada di nuovo».

Una richiesta finora disattesa, visto che dal 2013 hanno visto perdere la vita nel Mar Mediterraneo altri 18.000 naufraghi, in media un morto ogni 18 persone che tentano di raggiungere le coste europee.

Questione di campo. In occasione della tragica ricorrenza del 3 ottobre, abbiamo dapprima chiesto ai nostri lettori su Facebook se oggi considerino i migranti più “un valore aggiunto” o “un problema”. I risultati (oltre 500 i voti raccolti, ndr) determinano chiaramente lo specchio della situazione politica attuale: 6 votanti su 10 confermano che vivono l’immigrazione più come un problema, a cospetto dei restanti 4.

A Milano, in questo momento, essere pro o contro i migranti si riduce ad una scelta di campo, sempre quella, al netto delle attuali cariche ricoperte: Salvini o Sala, Sala o Salvini. Un dualismo evidenziato anche a livello nazionale dopo l’ennesimo rimpasto di governo. Sembra chiudersi momentaneamente la stagione dei “porti chiusi” leghisti, per lasciare spazio ad un’incerta fase di “porti aperti, ma con moderazione”.

Tra tanto politichese, senso di giustizia, ansia da sicurezza e voglia di un capro espiatorio, si perde tra le stesse correnti dei mari sulla bocca di tutti uno dei tratti salienti: l’aspetto umano.

«Se non delinquono…». Non è possibile definire Milano una città non accogliente. Sono gli stessi dati statistici a dimostrarlo. Il capoluogo lombardo risulta la città italiana con il rapporto residenti/stranieri più alto. Il quadro (successivo al sondaggio lanciato su Facebook, ndr) emerso dalle nostre interviste in Stazione Centrale e in via Padova è piuttosto frastagliato e perennemente condito da noti leitmotiv: «se non delinquono», «se rispettano le leggi italiane…».

Dai loro visi e dai loro racconti non sembra spuntare una concreta sensazione di pericolo, ma il classico timore verso quel qualcosa che non conosciamo proprio bene ma di cui abbiamo sempre sentito parlar male. E basta questo.

Eppure l’aspetto umano del milanese emerge proprio dalla quotidianità dei suoi gesti: dalla signora che acquista la frutta e verdura dal pakistano sotto casa, al giovane follower di tendenze che non può rinunciare al suo kebab il sabato sera. Mondi che si contaminano. E che non potrebbero fare diversamente. Il processo d’integrazione, allora, è già forse più avanti di quanto non vogliamo ammettere.

Come funziona l’accoglienza?
Oggi chi arriva alle frontiere italiane viene smistato dalle Prefetture in base alla percentuale della popolazione residente nelle singole province. L’accoglienza sul territorio è demandata ai Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria). Dopo questo primo periodo, nel quale si perfeziona o meno la domanda di asilo, si deve attendere l’udienza in commissione e l’esito della valutazione che può durare anche più di un anno.

Chi ottiene la possibilità di rimanere in Italia può anche accedere allo Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) che offre servizi di accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico. Il servizio Sprar sviluppa un progetto educativo individuale che ha come obiettivo l’integrazione e il raggiungimento dell’autonomia economica, sociale e abitativa entro i 6/12 mesi dall’ingresso.

IN CIFRE

422
i posti Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati)

7
i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS)

1980
le presenze registrate nei Centri autorizzati

2.147
i posti che assicura la Diocesi

103
gli appartamenti a disposizione nelle parrocchie

74.500
le persone arrivate in transito a Milano dal 2013 ad oggi

14%
la quota di minori giunti irregolarmente

1%
la quota di richiedenti asilo

Fonti: Prefettura, Comune di Milano, Caritas Ambrosiana

LA VOCE DEI MILANESI 

Matteo Cavallucci
Matteo Cavallucci

«Dipende dalla zona»
Matteo Cavallucci
23 anni, studente
«La situazione migranti si vive in maniera diversa a seconda della zona della città. Ci sono molti di loro che sono tranquilli, lavorano e sono ben integrati. Esistono poi alcuni quartieri in cui non si può uscire tranquillamente di notte, soprattutto per le ragazze. L’accoglienza è certamente giusta, ma deve essere in qualche modo vincolata al loro comportamento».

Adele G.
Adele G.

«Il rispetto delle regole»
Adele G.
76 anni, pensionata
«Sono per l’accoglienza. Ma quello che non mi piace è che le persone che sono qui si comportino ad un certo punto come non dovrebbero. Il quieto vivere si fonda sul rispetto delle regole. Anche mio padre al termine della guerra nella sua officina diede lavoro a due stranieri, ricordo che si sono sempre comportati egregiamente. Dovrebbe sempre essere così».

Maria Costantino
Maria Costantino

«Più cultura e accoglienza»
Maria Costantino
67 anni, ex insegnante
«Ho lavorato per molti anni come insegnante e ho avuto la fortuna anche di lavorare in Francia. Laggiù il problema dei migranti è arrivato decenni prima e, nonostante tutte le difficoltà, sono riusciti ad attuare un programma di integrazione efficiente. Quello che purtroppo non riesco a vedere qui. A Milano c’è purtroppo ancora tanto razzismo».

Danilo Daloiso
Danilo Daloiso

«Milano città aperta»
Danilo Daloiso
30 anni, informatico
«È giusto aprirsi verso chi è in fuga dalla guerra oppure semplicemente vuole cambiare vita. Certo, sono persone da inserire all’interno di un percorso d’integrazione, in un contesto lavorativo. Credo sia ovvio che una persona senza occupazione e senza prospettiva sia maggiormente incentivata ad abbracciare il mondo della criminalità».

Giulia Febbo
Giulia Febbo

«Aiutiamoci entrambi»
Giulia Febbo
23 anni, studente
«Io non vivo in una zona bellissima di Milano e non credo che una ragazza possa girare da sola in certi quartieri. Ma non penso che chi voglia ripartire da qui abbia necessariamente voglia di delinquere. Credo che l’integrazione sia qualcosa di possibile. Certo: non dobbiamo essere solo noi a tendere la mano, anche loro devono aiutarci in qualche modo».

Matteo Brasili
Matteo Brasili

«Ospitalità obbligo morale»
Matteo Brasili
25 anni, designer
«Nonostante viva da sei anni a Milano, non conosco ancora così bene la città nella sua totalità per dire dove e come si possa sviluppare meglio il processo d’integrazione. Credo, però, che ospitare sia un obbligo morale per tutti noi. Il punto è che anche gli italiani stanno attraversando un periodo per nulla facile e sono sottoposti a continue sofferenze».

Maria Manini
Maria Manini

«L’integrazione al contrario»
Maria Manini
37 anni, educatrice
«Sono un’educatrice presso un asilo nido. Nella mia classe ci sono 17 bambini stranieri e solamente 3 italiani. Diciamo che è un’integrazione al contrario. I bambini italiani si integrano con la maggioranza straniera. Nonostante a volte le difficoltà di comunicazione, cercano sempre di darci il loro contributo ed aiutarci nel nostro ruolo d’insegnanti».

Rinaldo Garbini
Rinaldo Garbini

«Migranti, problema serio»
Rinaldo Garbini
83 anni, pensionato
«I migranti si dividono in due fasce: quelli intelligenti con una cultura e quelli prepotenti ed ignoranti che pretendono di comandare in Italia senza alcun diritto. Insomma, in poche parole è un gran “casino”. Penso che sia sempre una questione culturale. È giusto accogliere chi viene qui in fuga da una guerra e bisognoso d’aiuto, ma bisogna far attenzione…».




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