La Milano ai tempi del coronavirus ha conosciuto il “saccheggio”: farmacie ormai sprovviste di dispositivi di protezione individuale e supermercati depredati di generi alimentari a lunga conservazione e beni di ogni, irragionevole, utilità. Sono state giornate poco lucide e il bombardamento di notizie non ha contribuito a generare un clima controllato, nemmeno quando, tra le tante fake news, sono passate delle buone informazioni. Così, non solo i centri di aggregazione soggetti ad ordinanza, ma anche le vie della città si sono svuotate.

Milano, movida e coronavirus: sconforto e lenta ripartenza

Sintomi. Nei giorni scorsi i microfoni del nostro giornale hanno persino scovato chi del coronavirus ci sta facendo un business. Per fortuna in città iniziano a ricircolare le prime persone e ad emergere voci diverse. Voci di persone che iniziano a vedere i sintomi della psicosi: ospedali a corto di DPI e sovraccarichi di lavoro; un’impennata delle vendite nei supermercati destinata ad anticipare un periodo futuro di spesa ben più risicata del solito, che si tradurrà nella crisi degli stessi supermercati.
Milano: sconforto e lenta ripartenza
Milano: sconforto e lenta ripartenza

Lettera. Ripartiamo da qui, dalla lettera recapitata al sindaco Sala da parte di diversi operatori del settore del commercio di Milano catapultati nel baratro della crisi: baristi, operatori dell’intrattenimento, gestori di eventi culturali, ristoratori. «Non contestiamo le decisioni prese dalla Regione – si legge nella nota –, non abbiamo le competenze per farlo, anche se non comprendiamo alcune esenzioni attuate, ma quello che chiediamo in maniera accorata è di considerare insieme all’urgenza sanitaria anche l’emergenza economica e sociale. Chiediamo regole chiare e ponderate, senza discriminazioni in un settore articolato come il nostro».

Movida. Alla luce di queste specifiche richieste enunciate al sindaco Sala, siamo tornati per le vie di Milano raggiungendo i luoghi che sono cuore della movida cittadina, per comprendere da vicino le conseguenze del «divieto di operare, della paura insita nei cittadini e dell’incertezza assoluta nella quale tanti sono costretti ad operare». Oltre che alla «mancanza di liquidità che non concede ulteriore tempo alle imprese in difficoltà». Non dover sgomitare tra la folla di corso Como e corso Garibaldi, trovare facilmente posto nei locali sui Navigli lascia amaro in bocca in una città che si è momentaneamente privata della sua stessa natura.
Corso Garibaldi
Corso Garibaldi

Ordinanza. Serrande abbassate, orari ridotti, anche alla luce del via libera al reintegro del normale orario di apertura dei locali (nel rispetto del servizio fornito solamente al tavolo e per conto del personale, oltre ad alcune restrizioni rispetto al numero dei coperti). Durante il nostro giro abbiamo raccolto tanta rabbia e tanto sconforto. E se da una parte abbiamo sentito i pochi clienti chiedere se dovessero «liberare il tavolo prima delle 18.00 anche oggi?», indice del fatto che un nuovo desiderio di aggregazione si sta già facendo largo, dall’altra è divampata la disperata richiesta degli operatori al sindaco Sala per far «attivare immediatamente al Governo ammortizzatori sociali e provvedimenti per azzerare gli adempimenti fiscali nell’immediato, onde evitare un disastro in termini di fallimenti, posti di lavoro e riduzione del PIL cittadino, oltre che regionale». Il denominatore comune a tutti gli operatori in crisi sono proprio le uscite (stipendi, affitto, tasse, fornitori) che non si fanno minimamente tenere testa dalle entrate generate dai pochi che hanno “sfidato” il deserto della città.

Cecità. «Quando leggiamo un libro – riporta Massimo Recalcati nel suo A libro aperto – possiamo fare allo stesso tempo l’esperienza di essere letti dal libro che leggiamo». Non è un caso che, proprio in questi giorni di paura, in molti abbiano trovato riscontri nella letteratura. Sulle bacheche di molti troneggia il profetico Saramago. Senza nulla togliere al Manzoni, ma non siamo di certo davanti allo scenario della sua Milano del 1600 flagellata dalla peste, se non per meri livelli di psicosi. «Se non siamo capaci di vivere globalmente come persone – si legge nel romanzo Cecità – almeno facciamo di tutto per non vivere globalmente come animali». Sono giornate estenuanti, ma il dovere da cittadini consapevoli è prevenire e mantenere il buonsenso, non farsi prendere dal panico, fonte di danni irreparabili, pur non sottovalutando l’entità del problema che ci si pone davanti. «Cecità è vivere in un mondo dove non vi sia più speranza». E, per fortuna, ce n’è ancora tanta a Milano.

Milano Navigli
Milano Navigli

Ragionare. È la speranza celata nelle parole dei lavoratori che abbiamo ascoltato nei loro locali troppo vuoti, del personale che avvia il lavoro ogni giorno nonostante i magrissimi incassi, ma anche di chi ha optato per una presa di posizione diversa e ha tenuto abbassate le proprie serrande. Il lavoro da fare è ancora tanto, ma siamo sicuri che esporre richieste chiare e ragionate e asciugare il panico che ha reso irriconoscibili gli spazi a noi più familiari in città siano i primi passi da muovere per uscire dalle varie e indissociabili emergenze che si sono palesate in questi giorni.

Intanto loro chiudono: da IYO a N10, fino al bistrot di Cracco

A volte sono le decisioni fuori dal coro a smuovere le situazioni più anguste: è il caso di IYO Taste Experience, primo ristorante etnico in Italia ad aver conquistato la stella Michelin. Il rinomato ristorante giapponese, che qualche mese fa ha aperto la sua seconda sede milanese in piazza Alvar Aalto, ha deciso in autonomia «riflettendo sull’appello alla responsabilità lanciato dalle istituzioni» di chiudere le porte dei suoi locali in questi giorni di disagio e confusione. «Torneremo più motivati di prima» concludono nel messaggio lasciato sui social.

Navigli. Responsabili, certo, ma anche un po’ ribelli. Una scelta che è anche un gesto che tanti altri locali e ristoranti hanno attuato per dire «così non va, così non ce la facciamo». Durante il nostro giro nelle zone della movida milanese ci siamo imbattuti in tante attività con le saracinesche abbassate. In Porta Genova, tra i tanti, è il ristorante Imy ad annunciare la chiusura straordinaria fino a data da destinarsi «per dare il proprio contributo alla comunità nel contenere il diffondersi del virus». In corso Corso Garibaldi invece è il, solitamente affollatissimo, pub Chinese Box che partecipa «a questa azione con responsabilità verso tutti i clienti, gli amici e i colleghi».
Un muto appello che, oltre a fare della sana prevenzione, si unisce al coro di locali che in queste ultime ore ha scritto un appello al sindaco Sala per chiedere «in maniera accorata di considerare insieme all’urgenza sanitaria anche l’emergenza economica e sociale». Urge ristabilire regole chiare, ponderate e senza discriminazioni.

Noti e stellati. Anche Carlo Cracco ha abbassato le saracinesche nel suo bistrot “Carlo e Camilla in Duomo”, in via Victor Hugo. Scelta analoga, almeno fino a domenica, per N10, il locale che vede tra i soci anche Alessandro Del Piero in viale Monte Grappa. Era già prevista la chiusura, ma è stata anticipata a ieri, per Felice Lo Basso, altro stellato in piazza Duomo che traslocherà in Rogoredo. La nuova apertura doveva essere praticamente contestuale alla chiusura in centro, ma al momento non vi sono più certezze sull’inaugurazione.

Milano: da Corso Como a Garibaldi, fino ai Navigli. La nostra vox populi

carla bertè café rue rivoli
carla bertè café rue rivoli

«Si va di passaparola»

Carla Bertè

Café rue Rivoli

Via Rivoli, 2 • Lanza M2

«Siamo difronte al teatro Strehler, un posto di cultura. In questi giorni qui è il deserto. Attraverso il passaparola della clientela, ci è giunto l’annuncio che possiamo nuovamente posticipare la chiusura. È da lunedì che chiudiamo alle 18.00, secondo l’ordinanza, anticipando la nostra normale chiusura. Abbiamo ripristinato il nostro orario, almeno per oggi, perché sono giunti dei clienti che hanno scelto il nostro bar per i loro festeggiamenti, ma solo per questo motivo. Il resto della settimana è stato un disastro»

vincenzo iannetti radetzky
vincenzo iannetti radetzky

«Per ora un contentino»

Vincenzo Iannetti

Radetzky

Corso Garibaldi, 105 • Moscova M2

«Ci hanno dato un contentino. Come si dice Piutost che nient l’è mej piutost. Il banco, per il bar, è almeno il 50% del lavoro da noi, per altri addirittura il 70%. Il problema non si risolve così. Non dovevano essere così fiscali, ma concedere ai clienti un punto di appoggio, non solo la consumazione obbligatoria al tavolo. Settimana prossima la situazione sarà più o meno uguale, visto che per loro il problema è stato risolto. Io ho 25 dipendenti, li dovrò pur pagare. Spero che le istituzioni si muovano»

laura luca e andrea
laura luca e andrea

«E gli affitti da pagare?»

Laura

Luca e Andrea

Alzaia Naviglio Grande, 34 • Porta Genova M2

«In questi giorni è un disastro. Noi abbiamo tre locali qui sui navigli, per un totale di 54 dipendenti. Gli incassi di questi giorni sono veramente miseri, circa 80 euro a sera. Speriamo che le cose cambino, perché noi comunque abbiamo gli affitti, tutti i contributi e gli stipendi da pagare. La situazione purtroppo è questa, la gente ha paura, anche se secondo me dovrebbe avere più paura della crisi economica che di questo virus»

roberto cassina ice bound
roberto cassina ice bound

«Situazione drammatica»

Roberto Cassina

Ice Bound

Corso Garibaldi,104 • Moscova M2

«La situazione è drammatica. È stata emanata questa ordinanza due giorni fa per la chiusura dei locali dopo le 18.00. Oggi, 26 febbraio, pare sia stata revocata. Non si sa niente, non c’è chiarezza. Noi rimaniamo chiusi, continuiamo a seguire le regole della prima ordinanza, anche perché le eventuali sanzioni sono molto alte e si rischia di peggio. I locali qui accanto a noi, il bar Chinese Box per dirne uno, hanno optato per la chiusura totale almeno fino ai primi di marzo»

silvia california bakery
silvia california bakery

«Insolito e desolante»

Silvia

California Bakery

Corso Como, 5 • Garibaldi M2

«In questi giorni, logicamente, l’afflusso di gente è molto minore rispetto al solito. La via è praticamente vuota. Noi siamo in Corso Como e, stranamente, non c’è nessuno. È così insolito e desolante. Di conseguenza, anche l’incasso giornaliero sta andando molto male. Non è solo l’orario a penalizzarci, anche se sembra che da oggi le cose cambieranno ancora, ma anche la paura che si è scatenata in questi giorni contribuisce a questo risultato. Certo, non bisogna sottovalutare la cosa, servono prevenzione e buonsenso»