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Le corse all’acquisto di qualche anno fa sono solo, salvo sparute eccezioni, un lontano ricordo eppure c’è sempre grande attesa per la partenza dei saldi estivi, cui guardano con interesse anche i meno appassionati di shopping.

Dopo Campania, Sicilia e Basilicata, che hanno giocato d’anticipo, domani si parte anche nel resto d’Italia, Lombardia compresa: va sottolineato, però, come molte catene, in una tradizione ormai consolidata, abbiano già dato il via alle danze con promozioni ad hoc per i clienti affezionati e c’è da evidenziare pure come ormai le promozioni siano, di fatto, diluite lungo tutto l’anno o buona parte di esso.

Domani, comunque, semaforo verde per gli sconti e si andrà avanti per un po’: Liguria, Lazio e Provincia autonoma di Bolzano saranno le prime a dire stop ai ribassi a metà agosto; tra fine agosto e inizio settembre toccherà al grosso della pattuglia (in Lombardia il 3 settembre); Sicilia e Friuli-Venezia Giulia chiuderanno il gruppo, rispettivamente a metà e fine settembre. Insomma, in Italia proprio non ci si riesce a mettere d’accordo su una data unica d’inizio e fine.

Cosa ci si aspetta dai saldi estivi? Qualcosina in più, forse, rispetto al recente passato, perché la stagione monsonica primaverile si è fatta sentire in negativo sugli acquisti e non è da escludere che qualche italiano in più approfitti dei ribassi per recuperare il tempo e le occasioni perdute. Di certo, è quel che sperano i commercianti.

Secondo le stime dell’Ufficio Studi di Confcommercio, quest’anno per l’acquisto in saldo di articoli di moda ogni famiglia spenderà in media circa 224 euro per un valore complessivo intorno ai 3,5 miliardi di euro; a comprare in saldo acquistare saranno circa 15,6 milioni di famiglie.

Nessuna impennata delle vendite, secondo le previsioni del Codacons: lo scontrino medio italiano si aggirerà attorno ai 65 euro pro capite e si acquisteranno pochi articoli e di importo contenuto, con percentuali di sconto altissime, fino al 50%, sin da primi giorni per risvegliare l’interesse degli acquirenti.

Si cerca, insomma, il vero affare, la grande occasione, ma al tavolo dei saldi c’è un convitato di pietra: l’e-commerce, settore che, come fanno rilevare dall’Associazione difesa orientamento consumatori, riesce a fare affari tutto l’anno rispetto ai negozi fisici, con sconti e offerte continui, in media del 10/15%.

Questo è anche uno dei motivi per cui la spesa per i saldi è sempre più contenuta, oltre alla combinazione tra redditi bassi e spese primarie elevate che non permette di destinare grosse cifre agli extra. Ecco allora riproporsi il solito interrogativo: ha ancora senso prevedere una finestra temporale per i saldi oppure conviene liberalizzarli completamente, con vantaggi, specifica l’Adoc, per consumatori e commercianti?

I NUMERI

3,5 miliardi di euro,
Il valore dei saldi estivi

15,6 milioni
Le famiglie italiane che acquisteranno in saldo

224 euro,
L’importo medio a famiglia dei saldi estivi

118.603,
Le imprese attive nel settore moda

22.609,
I negozi che hanno chiuso tra il 2011 e il 2018

(Fonti: Confcommercio, Nexi; Global Blue)

CINQUE CONSIGLI D’ORO

1. Conservare sempre lo scontrino
Il negoziante è tenuto a sostituire l’articolo in saldo se danneggiato o non conforme: il consumatore può denunciare il difetto di conformità entro due mesi. Se il cambio non è possibile, perché, ad esempio, il prodotto è finito, si ha diritto alla restituzione dei soldi.

2. Attenzione ai fondi di magazzino
La merce in saldo deve essere l’avanzo di quella della stagione che sta finendo e non fondi di magazzino di anni e stagioni precedenti. Diffidare di negozi che fino a ieri avevano scaffali semivuoti e ora si sono improvvisamente riempiti dei più svariati articoli, con assortimento completo di taglie e colori.

3. Occhio a super sconti e imitazioni
Drizzare le antenne in caso di sconti superiori al 50%: spesso ribassi così poderosi nascondono merce non proprio nuova o prezzi vecchi falsi. Diffidare, poi, dei marchi molto simili a quelli noti: potrebbero essere capi contraffatti.

4. Trasparenza? Sì, grazie
Sulla merce è obbligatorio apporre il cartellino che indica il prezzo originale, quello nuovo e il valore percentuale dello sconto applicato. La merce in saldo deve essere separata in modo chiaro dalla “nuova”, come pure la merce di magazzino. Diffidate delle vetrine coperte da manifesti che non consentono di vedere la merce.

5. Carta canta
Nei negozi che espongono la vetrofania della carta di credito (o bancomat), il commerciante è obbligato ad accettare queste forme di pagamento anche per i saldi, senza oneri aggiuntivi.

«Liberalizzare i saldi? Attenzione»
Torti, Federmoda: «I negozi restano presidio di qualità»
«Ogni giorno chiudono diciotto negozi a fronte di appena nove aperture». Massimo Torti, segretario generale della Federazione Moda Italia – Confcommercio, non nega le difficoltà del settore, ma in un colloquio con Mi-Tomorrow alla vigilia dei saldi estivi invita a guardare anche il lato positivo del commercio al dettaglio.

Che cosa è bene aspettarsi dai saldi estivi 2019?
«Un’effervescenza pari alle mancate vendite in stagione: per vedere il bicchiere, anzi, il guardaroba mezzo pieno, l’auspicio è che la voglia di shopping rimasta sopita nell’ultimo periodo torni a pervadere i consumatori».

C’è chi propone di liberalizzare i saldi e slegarli da limiti temporali: è d’accordo?
«Viviamo in un mercato caratterizzato da un pluralismo distributivo garantito, in cui si possono sempre trovare, anche in piena stagione, una camicia da 3 euro e una da 350 fatta su misura. Il mercato è ampio e ogni forma distributiva ha il suo target di riferimento: non è un problema di sconti».

Qual è allora?
«La difficoltà di un negozio multibrand rispetto a una catena è il fatto di non produrre e, dunque, di non avere marginalità che gli consentano di fare sconti durante tutto l’arco dell’anno: in un mercato senza regole e completamente liberalizzato non ci sarebbe piena concorrenza tra monomarca e multibrand».

E i negozi chiudono…
«Purtroppo sì: negli ultimi sette anni hanno abbassato la saracinesca quasi 23mila punti vendita. I negozi multibrand, che sono la stragrande maggioranza nelle vie, fanno fatica a sopravvivere ed è sotto gli occhi di tutti che le città si stanno impoverendo. Non è solo un problema del commercio: vuol dire anche meno decoro e più insicurezza».

Quali carte può giocare un negozio fisico nell’era di Internet?
«Puntare sul valore dell’esperienza, del vis-à-vis, dell’esclusiva scarsità. Come evidenzia il neuroscienziato Lorenzo Dornetti, partner di Federazione Moda Italia, dopo un decennio di dominio assoluto dei social in cui la parola “moda” faceva rima con digitale, ora si osserva ora un cambiamento: l’offline è il nuovo lusso. Se è vero che si percepisce di valore tutto quello che è poco disponibile, raro, difficile da trovare, unico, ecco che ciò si ritrova più facilmente nei negozi fisici più che sul web, dove tutto è sempre disponibile, ma si tratta di merce massificata».

Come sono messe le realtà del comparto sul fronte nuove tecnologie?
«Resta ancora tanto da fare: le aziende italiane del settore moda che hanno un sito Internet sono il 36,2% e il 14,4% fa e-commerce. Più ampia la percentuale delle imprese del settore che usano i social network: si tratta del 67%».

Dove si gioca, però, la vera battaglia?
«Sul prezzo, intanto, e qui il negozio tradizionale non può operare sullo stesso livello dell’online: per questo, abbiamo chiesto l’introduzione di una web tax che vada a far giocare armi pari i grandi colossi e i piccoli commercianti che qui in Italia versano i contributi e lavorano con regolarità. C’è, poi, la questione delle truffe, con prodotti non originali spacciati per veri: acquistare in un negozio fisico vuol dire anche comprare trasparenza e fiducia».


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