Notte delle Bacchette. «Il drastico calo dovuto alla psicosi del coronavirus ha avuto la meglio: chiudiamo». È la storia del primo ristorante cinese in Italia che ha abbassato la saracinesca in seguito alla diffusione dell’epidemia. Paura, pregiudizio e calo drastico delle entrate per le aziende e il commercio cinese.

 

Succede anche a Milano, tra il timore dei consumatori e la preoccupazione dei ristoratori. Ma proprio a Milano, tra cinesi all you can eat e ”alla carta”, sembra regnare un cauto ottimismo per un futuro che non potrà essere peggiore del mese appena concluso: il contagio non può avvenire attraverso gli alimenti, tutti acquistati in Italia.

E ora è chiaro a tutti. Ma è indubbio che, in questo primo scorcio di 2020, la psicosi da coronavirus abbia stroncato buona parte delle attività di ristorazione, con l’effetto di un’impennata di licenziamenti per rientrare nei costi e contrastare le perdite. Qualche dato certo ed incontrovertibile: sono oltre 28.000 i cittadini cinesi presenti in città, con circa 4.000 aziende con un titolare di origine cinese, oltre 1.200 nell’ambito alimentare. Il consumo di sushi, pur giapponese ma da sempre tra i primi prodotti consumati nei ristoranti milanesi, è calato drasticamente.

Disinformazione. Intanto non mancano iniziative per sensibilizzare i cittadini, a partire dal pranzo dell’assessore Tajani in zona Chinatown di qualche settimana fa fino alla Notte delle bacchette prevista proprio domani. Tra i ristoratori cinesi, come detto, un vago ottimismo cela tanta paura. O, perlomeno, la preoccupazione per un’informazione che spesso fomenta la psicosi.

Per questo, nel nostro giro per Milano, non è stato facile trovare chi raccontasse la propria esperienza ed il proprio malessere senza vedere della malizia nel nostro intento. Ci siamo dapprima imbattuti in due proprietari italiani che gestiscono un ristorante cinese e che ci hanno raccontato di un calo minimo, praticamente impercettibile. Altri ristoratori cinesi, invece, hanno parlato chiaramente di un calo compreso tra il 50 e l’80%. Una psicosi, insomma, che non coinvolge solo la provenienza dell’alimento, ma anche quella del gestore. Eppure chiunque garantisce sulla sicurezza delle materie prime, acquistate sul territorio e di prima qualità.

Silenzio a Chinatown. Facile creder loro: sono consapevoli e con uno sguardo costante verso il futuro, un faro sull’economia milanese. Lavoratori esemplari, distanti un passo dalle fake news, ma sempre un passo avanti. Quel passo che difficilmente li fa desistere. Certo, la paura porta a dubbi, domande e perplessità. E nella loro “culla”, Chinatown, nessun ristoratore ha voluto parlare con noi: un silenzio assordante, una mina vagante che colpisce indistintamente e che cerca di fare quadrato nel loro quartier generale.

Quindi abbiamo allargato il cerchio: dal Duomo ai Navigli, da Morosini ad Argelati. Lì ci è andata meglio. Anche perché l’ultima settimana, complici gli interventi chiarificatori di esponenti sanitari e politici della madrepatria (e della “nostra” patria), ha portato con sé i primi passi in avanti per la ripresa a pieni ritmi della ristorazione cinese. Insomma, la settimana di San Valentino ha regalato un’accelerata significativa.

Attesa. Oltre a camerieri e dipendenti, abbiamo incontrato anche i titolari di alcune attività. Le entrate sono drasticamente diminuite, con questo la possibilità di garantire nuove assunzioni del personale oltre all’impossibilità della realizzazione di progetti programmati a breve termine. Diversi proprietari ci hanno messo al corrente di licenziamenti inevitabili per gli ultimi assunti e della concessione di ferie per il personale in un momento in cui il numero di clienti non richiede presenze massicce.

Una location in ristrutturazione, in particolare, ha inquadrato alla perfezione il momento di down: la mancanza di clientela, infatti, ha indotto a dover rivedere i progetti, puntando fin da subito su offerte per i consumatori, prezzi ribassati e una partecipazione ad iniziative di sensibilizzazione. Molti hanno sfruttato con piacere la possibilità di raccontare la loro storia, nella convinzione di accelerare così la svolta alla propria attività. Attraverso la pubblicità, il nome e un volto consapevole garantisce sicurezza. Ma c’è una cosa che ha unito ed unisce tuttora chi ci ha messo la faccia e chi ha preferito il silenzio: l’attesa.


LORENZO BIAGIARELLI: Domani sarà la Notte delle Bacchette

Sono già quasi 40 i ristoranti, non solo cinesi, che hanno aderito alla Notte delle Bacchette, una «serata di solidarietà gastronomica d’Oriente» come è stata definita dal suo ideatore Lorenzo Biagiarelli, durante la quale ogni locale offrirà un piatto solidale e devolverà il 50% della sua vendita per sostenere una delle comunità duramente colpite dal Coronavirus.

Biagiarelli, come nasce questa idea?
«Un paio di giorni dopo lo scoppio del caso Coronavirus ho fatto un giro in Sarpi per documentare l’assurda psicosi che, da quanto sapevo, stava danneggiando gli amici ristoratori orientali. Quando sono arrivato, ho trovato così tante telecamere che mi sono domandato, invece, se il problema non fosse proprio la narrazione. Allora ho spento la telecamera e ho chiamato qualche amico ristoratore dicendogli: “Dobbiamo fare qualcosa di bello, di grande, e di benefico”. Ed eccoci qua».

A chi saranno devoluti i fondi raccolti?
«L’intero ricavato della Notte delle Bacchette, tra piatto solidale e spille Jia You, sarà devoluto a AiBi. L’associazione Amici dei Bambini si occupa di adozioni e al momento sta fronteggiando la crisi sanitaria legata al Coronavirus in tutti gli orfanotrofi della Cina, coordinata dalle autorità centrali. I fondi che reperiremo saranno adoperati per acquisti specifici».

Ovvero?
«Materiale sanitario, mascherine, disinfettanti e medicinali, di cui per una serie di motivi più o meno evidenti ora c’è una carenza importante».

Un’iniziativa del genere può aiutare a combattere la diffidenza?
«Non so se con la Notte delle Bacchette cambierà qualcosa ma, come insegna il maestro Yoda, l’importante è fare. Un proverbio cinese dice: “La paura bussò. La fiducia andò ad aprire. Fuori non c’era nessuno”. Speriamo solo che tutti aprano la porta, da domani in poi».

Per l’elenco dei ristoranti aderenti: https://bit.ly/3234ziM


LE VOCI DAI RISTORANTI

Marco Zha: «Siamo a meno 50%»
Imy • Via Filippo Argelati, 1

«Su giornali e televisioni continuano a rimbalzare notizie sugli sviluppi del coronavirus, ovviamente tutto ciò sta influendo negativamente sulla nostra attività. Nelle ultime settimane abbiamo registrato un calo del 50%. Non abbiamo qualcosa in più da dire rispetto a quello che già dice lo Stato per rassicurare le persone. Il virus ovviamente fa paura, preoccupa anche noi, ma è stato ribadito più volte che non è trasmissibile attraverso il cibo».


Xia Fen: «Materie prime italiane»
Kito • Via Vigevano, 8

«Sembra che la paura stia passando ed i clienti inizino a tornare. Per San Valentino abbiamo avuto il ristorante pieno. Non posso negare, però, che nelle settimane precedenti il numero dei clienti fosse sensibilmente calato. Qualcuno mi chiede se i prodotti arrivano dalla Cina. Tralasciando il fatto che il virus non si trasmette attraverso il cibo, come potrei ordinare carne e verdure dalla Cina? Ci metterebbero un mese ad arrivare qui. Tutte le materie prime sono italiane!».


Tani: «Guardo al futuro»
Yuan • Via Gonzaga, 5

«Come tutti i ristoranti cinesi anche noi stiamo subendo una flessione del nostro giri d’affari. Vengono meno persone rispetto al solito. È un dato di fatto: la gente ha paura. Per fortuna in Italia i casi di coronavirus sono a malapena tre. Ciò nonostante, si è creata una piscosi. Non ci resta che guardare al futuro, sperare che nei prossimi mesi le cose si sistemino e che tutto torni alla normalità. Di rischi sul cibo non ce ne sono. E poi viene tutto cotto, ogni contaminazione è da escludere».


Gigi«La paura va oltre»
Giardino di Giada • Via Palazzo Reale, 5

«Dispiace soprattutto non vedere più quei clienti che definirei “affezionatissimi”. Se dovessi quantificare il giro di affari degli ultimi mesi potrei affermare di aver subito un calo del 50%, anzi del 60%. Questa per noi è una vera e propria crisi. Le rassicurazioni sul coronavirus dovrebbero arrivare dalle autorità sanitarie. Ma anche se queste confermano che non c’è da aver timore in Italia, mi rendo conto che la paura non guarda in faccia le statistiche».


Valentina Cocco: «Campagna anti-fobia»
Zushi • Via Volta, 21

«Dall’inizio dell’emergenza abbiamo registrato un calo. La televisione per prima ha creato un forte allarmismo intorno a questa delicata questione. Noi, nel nostro piccolo, cerchiamo di rassicurare i clienti in ogni modo. L’agenzia che cura la nostra comunicazione ha iniziato anche una sorta di campagna social. I nostri prodotti arrivano dall’Italia e lo staff non si reca in Cina da anni. Per fortuna in questi ultimi giorni si intravedono segnali di ripresa».


Elisa Hu: «Notte per sensibilizzare»
Xin Fu Ji • Viale Montello, 9

«A gennaio abbiamo subito un calo fortissimo, circa dell’80%. Compriamo tutti i nostri ingredienti qui in Italia, i vostri medici rassicurano quotidianamente sul fatto che il contagio non è possibile attraverso il cibo. Abbiamo anche deciso di aderire alla “Notte delle Bacchette”, evento promosso su Instagram fatto appositamente per sensibilizzare le persone intorno al virus. Spero che in qualche modo questa iniziativa ci possa aiutare ad ottenere qualche miglioramento».


Linda Wang: «Siete portafortuna»
C&I Ristorante • Via Amatore Sciesa, 2

«Abbiamo perso la metà dei clienti nell’ultimo periodo. Ma oggi c’è stato più movimento del solito: mi avete portato fortuna! Voglio rassicurare tutti dicendo che noi saremo pur cinesi, ma viviamo qui da anni e non andiamo in Cina da moltissimo tempo. Non c’è pericolo: Compriamo tutti i prodotti in Italia, dalla carne alla verdura. Dalla Cina abbiamo giusto qualche prodotto secco inscatolato mesi e mesi fa, prima che scoppiasse l’emergenza».


Wang Guang Ming: «Aspetto che passi…»
Mini Sushi • Via Morosini, 5

«Diversi clienti non frequentano più il nostro ristorante. Abbiamo registrato un calo compreso tra il 40 e il 50%. Questo ci rammarica profondamente. Viviamo qui da anni e non abbiamo contatti con la Cina da tantissimo tempo. Comprendo e capisco la paura, ma ormai tutti i media sottolineano che il contagio è impossibile attraverso il cibo. Poi, come potrete immaginare, acquistiamo i prodotti direttamente in Italia. Non ci resta altro che essere pazienti e aspettare che passi l’onda».