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17. 06. 2021 00:32

Ospedale in Fiera, il direttore Stocchetti: «Ci hanno deriso, ma non ci interessano le polemiche. Eccoci qui»

L'Ospedale è sempre più fondamentale in questa delicata fase: le dichiarazioni del direttore Stocchetti

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«Siamo stati rimproverati perchè l’Ospedale in Fiera non si riempiva ed ora eccoci qui», sono le parole amare di Nino Stocchetti, responsabile Neurorianimazione del Policlinico di Milano e direttore del Padiglione del Policlinico in Fiera.

Ancora in prima linea. Il direttore del Padiglione del Policlinico in Fiera racconta senza mezzi termine le critiche non ricevute, ma al tempo stesso la voglia di non mollare e continuare a lavorare senza polemiche.

«Poi è arrivata l’estate e noi non abbiamo smantellato la Fiera, la decisione che ha preso il Policlinico è stata quella di mantenerla efficiente – ha dichiarato Stocchetti -. Sembrava che il problema Covid fosse risolto. Noi non siamo caduti nelle polemiche e abbiamo lavorato. Il Policlinico ha assunto personale, ha mantenuto efficiente la Fiera, ha aperto una Terapia intensiva in più e purtroppo la seconda ondata è arrivata».

ospedale in fiera
Le strutture all’interno dell’ospedale in Fiera

La situazione.  Al momento in Fiera ci sono 57 malati ricoverati. Dall’inizio della seconda ondata sono transitati qui 70 pazienti che sono ruotati sui 60 posti letto disponibili. Tuttavia le richieste di ricoveri continuano e si continuerà ad attivare nuovi posti.

«L’ obiettivo sarebbe quello di aprire ulteriori 14 posti letto per arrivare a 74 e entro la fine della settimana aprire un ulteriore modulo per arrivare fino a 88-90 posti letto di terapia intensiva – spiega Nicola Bottino, anestesista e rianimatore del Policlinico -. Questo è il programma che speriamo di seguire per fornire posti che servono, perché dal coordinamento ci vengono chiesti più letti di quelli che possiamo fornire.

La Fiera non serve solo a Milano, ma a tutti i malati in generale come ribadisce ancora una volta Stocchetti: «La Fiera non serve solo Milano. Ma tutto il coordinamento regionale. Noi non riusciamo a far fronte adesso ai malati che abbiamo sulla porta di casa, ma per noi, per come penso la medicina, non ci sono i malati lombardi, ci sono i malati. Circa un terzo dei ricoverati al momento non sono italiani. Siamo diventati esperti a capire cognomi stranieri. Non ci interessa nulla se vengono di qua o di là, se c’è bisogno li si prende».

 

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