Non solo il Pio Albergo Trivulzio: 5 testimonianze dalle Rsa milanesi, tra denunce e bisogno di risposte

Al PAT ancora mille anziani da salvare. Cosa c'è dietro l'epicentro di una delle emergenze centrali nella pandemia lombarda?

Non solo il Pio Albergo Trivulzio, anzi. Secondo la Guardia di Finanza sarebbero circa 15 le strutture nel mirino degli inquirenti, con la Procura di Milano che ha dato mandato di sequestrare ingenti quantità di documenti per comprendere cosa si celi realmente dietro il decesso di oltre 1.600 anziani per Covid in Lombardia, a fronte di un totale italiano che non raggiunge i 2.300.

 

 

Pio Albergo Trivulzio epicentro dell’emergenza

Il comitato. I numeri del Pio Albergo Trivulzio sono senza precedenti: per il momento si contano già 150 ospiti deceduti. I primi a richiedere a gran voce la verità sul PAT sono stati naturalmente i parenti delle vittime: per sensibilizzare l’opinione pubblica e richiedere un intervento urgente si sono costituiti nel “Comitato giustizia e verità per le vittime del Pio Albergo Trivulzio”.

Alessandro Azzoni “Comitato giustizia e verità per le vittime del Pio Albergo Trivulzio”
Alessandro Azzoni “Comitato giustizia e verità per le vittime del Pio Albergo Trivulzio”

«I nostri cari, i nostri anziani, sono la memoria storica della nostra società – spiega Alessandro Azzoni, portavoce del comitato (foto, ndr) –. Per noi è fondamentale che tutti gli ospiti del PAT ricevano le cure necessarie». L’obiettivo non è semplicemente quello di ottenere giustizia, ma ancor prima di garantire sicurezza agli altri mille ospiti che risiedono ancora nella struttura. «Al momento non abbiamo notizie di ciò che stia succedendo all’interno – aggiunge Azzoni –. Sappiamo di personale medico allo stremo, costretto a turni estenuanti».

Vie legali. Il comitato sta cercando anche di intraprendere una lotta legale supportando il lavoro della Procura: «Abbiamo fornito tutte le informazioni in nostro possesso agli inquirenti. Tuttavia non possiamo limitarci a definire le responsabilità. Stiamo parlando di un’emergenza sanitaria ancora in corso». La soluzione per Azzoni e per i parenti che hanno aderito al comitato è una sola: «Chiediamo che il Pio Albergo Trivulzio venga requisito e venga istituito un commissario speciale. La situazione sanitaria è fuori controllo e ci sono mille pazienti da salvare».

mappa Rsa Milano
mappa Rsa Milano

Il figlio di una delle vittime al Corvetto: «Anziani lasciati sporchi nei letti per giorni»

Dopo lo scandalo del Pio Albergo Trivulzio, l’inchiesta della Guardia di Finanza ha raggiunto diverse Rsa nel milanese e nell’hinterland. Tra queste anche la Casa dei Coniugi, struttura situata in via dei Cinquecento al quartiere Corvetto di Milano. Maurizio Savarese è il figlio di una ex ospite della casa di riposo deceduta poche settimane fa.

Da quanto tempo era ospitata sua madre?

La madre di Maurizio Savarese, una ex ospite della casa di riposo deceduta poche settimane fa
La madre di Maurizio Savarese, una ex ospite della casa di riposo deceduta poche settimane fa

«Mia madre viveva ormai da 9 anni nella casa di riposo di via dei Cinquecento. La struttura è comunicante con un’altra Rsa, la Virgilio Ferrari, alla quale si può accedere direttamente dai corridoi interni».

Da chi è gestita?
«Dalla Proges, una cooperativa di Parma che gestisce in totale cinque, sei case di riposo».

Sua madre presentava alcune patologie?
«Mia madre aveva subito nel corso degli anni due ictus. Era spesso costretta al letto oppure sulla sedia a rotelle. E i colpi ricevuti l’avevano resa afasica».

Ci spieghi meglio.
«In sostanza non riusciva più a comunicare, nonostante capisse ancora tutto. L’ictus aveva limitato l’uso della parola. Riusciva a dire più solo alcune semplici parole. Chiamava tutti “signore” e poco più. Ma col tempo avevo imparato a comprendere le sue esigenze».

Le faceva visita spesso?
«Andavo ogni giorno a trovarla. Avevo un amore immenso per mia madre».

Aveva contatti anche con gli altri ospiti?
«Ogni martedì o giovedì mi fermavo sempre con un gruppo. Portavo con me una radio e facevo loro ascoltare un po’ di musica per farli divertire».

Quando ha iniziato a notare qualcosa di strano in struttura?
«Devo dire che già dal 24 febbraio, dopo i primi casi italiani di Covid-19, ho iniziato a recarmi in struttura munito di mascherina. Nessuno degli operatori le indossava e, anzi, quasi mi schernivano in quanto l’unico ad indossarla».

E poi cos’è successo?
«Mi viene comunicato che dal 4 marzo non sarebbe stato più possibile visitare mia mamma. Parlo con la direzione, insisto per vedere mia mamma e ottengo la possibilità di una visita limitata a 30 minuti».

Dopo quella visita?
«Già a partire dal giorno successivo, il 5 marzo, le visite vengono completamente bloccate».

Con quali motivazioni?
«Ovviamente mi viene detto che sono limitazioni dovute all’emergenza sanitaria, ma qualche settimana dopo scopro da un operatore sanitario della Rsa che la realtà era un’altra».

Ovvero?
«Il 4 marzo, nella struttura adiacente, il Virgilio Ferrari, sono stati individuati due casi positivi al coronavirus. Essendo le due strutture comunicanti, gli OSS si muovevano continuamente da un reparto all’altro delle case di riposo».

Quindi anche gli operatori sono stati messi immediatamente in quarantena?
«No, sono stati rassicurati dalla direzione sanitaria che non c’era alcun pericolo. Così non è stato: subito nei giorni successivi si è verificato un nuovo caso nel nucleo 12 all’interno della Casa dei Coniugi».

In questo caso come si sono comportati?
«Hanno ricoverato il positivo in ospedale, ma dopo poco è deceduto. Anche l’operatore che lo aveva assistito è risultato positivo. È tutt’ora in quarantena e ha anche infettato la propria famiglia».

E nella struttura come si è evoluta la situazione?
«Nello stesso nucleo 12 si è verificato un nuovo caso. A quel punto la direzione ha deciso di spostarlo in un altro nucleo, al secondo piano. Di 30 anziani lì presenti, al momento ne sono morti 25».

casa di riposo per coniugi
casa di riposo per coniugi

Come mai non è stato portato in ospedale il nuovo infetto?
«Hanno chiamato il 118, ma dall’ospedale hanno detto che non c’era più spazio per trasferirli».

Nessuno degli operatori ha sporto denuncia?
«C’è la paura di perdere il posto di lavoro. Con lo scoppio dei casi di infezione molti di loro si sono messi in malattia per timore di contrarre il virus. Il personale è attualmente ridotto di circa l’80%».

E come funziona adesso la struttura?
«Gli operatori rimasti fanno estenuanti doppi turni. Ciò nonostante, alcuni reparti non sono coperti. Ho notizie di anziani lasciati sporchi nei letti per giorni».

E sua mamma, in tutto questo?
«Il 27 marzo ricevo la brutta notizia. Mi chiamano e mi dicono che è in coma. Da lì a poco morirà».

Era riuscita a sentirla telefonicamente nei giorni precedenti?
«Purtroppo, come già detto, non riusciva ad esprimersi a voce. Comunque, grazie ad un operatore della struttura, ero riuscito a mettermi in contatto con lei. La sentivo strana. Al telefono gridava più del solito. Non mi sembrava tranquilla».

Ha avuto la possibilità di vedere la salma?
«Non volevano permettermelo. Poi mi sono infervorato con la direzione e ho ottenuto la possibilità di vederla per pochi minuti. Mi hanno dotato di una tuta bianca per entrare».

Che cosa le hanno detto in merito al decesso?
«Affermano che sia deceduta per un problema al cervello. Non ne sono convinto per nulla. Mentre ero lì, l’ho accarezzata per salutarla un’ultima volta. Sono stato subito ripreso, in quanto poteva essere pericoloso venire a contatto con il corpo. Mi chiedo, ma se non era infetta, dove stava il pericolo?».

Ha ricevuto delucidazioni in merito?
«No. Ho notato che mia madre aveva le labbra screpolate e riportava dei tagli come se fosse disidrata. Mia madre chiedeva spesso di bere, infatti aveva sempre delle bottigliette d’acqua sul comodino. Recandomi in stanza non ho trovato nulla di tutto ciò. Temo sia stata abbandonata a se stessa».

Ha notato qualcosa entrando nella Rsa?
«I nuclei non erano isolati, anzi erano aperti. Mentre mi recavo da mia madre, ho incontrato un operatore senza dispositivi di protezione. E ho raccolto altri racconti poco piacevoli».

Da chi?
«Da alcuni operatori sanitari che conosco personalmente, ma per ovvie ragioni vogliono rimanere anonimi».

Ci fa un esempio?
«Ho saputo che lavano i materassi dei pazienti deceduti semplicemente con la pompa dell’acqua in giardino e poi li riutilizzano per altri ospiti».

Quante persone sono morte nella Casa dei Coniugi?
«La direzione ammette che sono deceduti sei pazienti a causa del Covid. Ma i decessi totali in struttura sono 70 su 178 ospiti. Stiamo parlando di più del 30%».

Cosa pensate di fare adesso?
«Si sono formati comitati dei parenti delle vittime nelle Rsa che porteranno avanti una battaglia legale per far emergere la verità».

Non sono molti i parenti disposti a parlare in pubblico.
«È dolore che si aggiunge ad altro dolore. Da un lato la perdita dei propri cari, dall’altro la fatica per far emergere la verità. Io non ho paura di metterci la faccia, ma capisco che molti vorrebbero mettersi alle spalle questa brutta storia per non continuare a soffrire».

via dei cinquecento 5
via dei cinquecento 5

Alla redazione di Mi-Tomorrow è arrivato un vocale anonimo da un membro dello staff della Rsa Casa dei Coniugi: ecco il link all’articolo.

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